Cosa ci insegnano i cicloni sulle nostre coste e l’impegno dei cristiani europei per la Casa Comune
di Luigi Renna
La riflessione: il conto del riscaldamento climatico sta aumentando ogni anno, per tutti. È tempo di "convertirci" all'alleanza con la Terra

Il caldo record, l’estate interminabile, il consumo di energia fossile, l’accumulo di energie nelle acque del nostro mar Mediterraneo, non possono farci dimenticare quello che non accade necessariamente immediatamente a fine agosto, ma “presenta il conto” anche dopo mesi: la potenza distruttrice dei cicloni che anche le coste della Sicilia orientale hanno subito nel gennaio scorso, con “Harry”. Il caldo che attira tanti turisti di tutto il mondo, le spiagge del “tutto esaurito”, nonostante l’imponente attività eruttiva dell’Etna, che ha creato disagi che non ci hanno trovato sempre subito pronti per soluzioni di viaggio suppletive o alternative, ci presenterà un conto salato, che pagheranno le comunità e le attività turistiche della costa jonica che si sono “spinte” incautamente a costruire direttamente sulle spiagge.
I problemi economici, politici e sociali che caratterizzano il nostro tempo mostrano piuttosto che l’umanità sembra vivere in conflitto con la natura, di avere poca memoria dei disastri anche a distanza di mesi, di tendere a “risarcire”, a “dare ristori”, ma non a invertire la rotta per arginare un cambiamento climatico che ogni anno presenta il suo amaro conto. È considerando la necessità di una inversione di rotta di tutti questi fattori che sentiamo l’urgenza di chiedere al nostro Paese, e a tutti i Governi europei, di essere “Fedeli” alla nostra casa comune. La voce dei cattolici lo chiede, unita a cristiani di varie Chiese, espressa nei molteplici colori di oltre 170 organizzazioni che si ispirano ai valori del Vangelo. Cristianesimo è impegno per la nostra terra, il territorio e le sue piaghe, le sue contraddizioni, e la nostra Terra, quella per cui assieme a san Francesco di cui celebriamo gli 800 anni vogliamo continuare a dire: «Laudato si’ o mi’ Signore». Da oggi, 1° settembre, al 4 ottobre si celebra il Tempo del Creato: quale occasione migliore per riflettere sul nostro impegno personale e comunitario a trasformare con umiltà le tante aberrazioni che ci circondano, come papa Leone XIV ci ha ricordato nel suo Messaggio per la Giornata mondiale di preghiera per la cura del Creato di quest’anno: «Ciò che è stato usato per la distruzione può essere reindirizzato verso la vita, per la cura dei poveri, il nutrimento degli affamati e la salvaguardia del creato. Questo è il cammino di un’autentica conversione ecologica». Quale stagione migliore per convertirci a questa “alleanza” con la Terra? Può essere il tempo della metanoia, il nostro cambio di direzione, agendo su quattro livelli. Per prima cosa occorre ricordare, a livello umano, spirituale e scientifico che «tutto è connesso» (Laudato si’ 117) e in relazione, e riflettere di conseguenza sull’impronta ecologica dei nostri consumi, la loro origine (la produzione rispetta la dignità del lavoro umano e protegge l’ambiente?), la sobrietà, lo spreco; sono connessi “ i tempi”, quello del solleone e quello dei cicloni Harry. In secondo luogo occorre uno sguardo sistemico: per affrontare la crisi ambientale e sociale non basta intervenire su un singolo problema.
Come ci ricorda sempre papa Leone XIV nel suo Messaggio per il 1° settembre, «siamo testimoni, oggi, di varie crisi e di tanta sofferenza umana. Al tempo stesso, sembra che si stia accelerando la distruzione dell’equilibrio armonioso della creazione. Questi fenomeni non sono slegati; costituiscono un’unica invocazione di guarigione e di pace che sale da un mondo ferito». Lo sguardo “sistemico” non deve avere solo un’attenzione alle macroaree, ma anche ai territori, perché ciascuno di essi vive la propria disarmonia. In terzo luogo occorre un approfondimento serio che vada oltre i tempi delle emergenze e che valuti politicamente le richieste della società civile e delle Chiese: cosa succederebbe se davvero abbandonassimo l’uso dei combustibili fossili – gas, carbone, petrolio? Perché i soggetti che ottengono enormi profitti, spesso anche grazie allo sfruttamento delle risorse naturali, non vengono maggiormente tassati per contribuire al bene comune e alla transizione ecologica?
Secondo i dati riportati dalla campagna “Europa si’ fedele” «le sei più grandi multinazionali europee del petrolio e del gas hanno registrato profitti combinati per 22 miliardi di dollari solo nel primo trimestre del 2026 – il totale trimestrale più alto dal 2022. Un recente studio di Global Witness ha rilevato che le emissioni di carbonio derivanti dalla produzione delle compagnie petrolifere dell’Ue dall’Accordo di Parigi sono destinate a causare circa 1,5 mila miliardi di dollari di danni climatici globali». Applichiamo una volta per tutte il principio “chi inquina paga”, tassando i grandi inquinatori. Infine il richiamo alla giustizia sociale e alla ricerca che la sostiene: riallineare l’uso delle risorse, distribuirle equamente, garantire l’accesso all’acqua. Il ricavato della tassazione sui massicci profitti delle compagnie di combustibili fossili potrebbe essere investito, ad esempio, per proteggere le famiglie vulnerabili dalla crisi del costo della vita, o pensare progetti di ricerca che aiutino i nostri territori a prevenire le emergenze climatiche. Sentiamo rivolta a ciascuno di noi questa domanda, semplici cittadini, amministratori, decisori politici o ecclesiali: può essere questo il richiamo per la nostra Europa a essere davvero fedele alla Casa Comune. Un atto di fedeltà, e profezia al tempo stesso, che può cominciare da me, di chi non vuole avere la “memoria corta”, dimenticando che il conto del riscaldamento climatico sta aumentando ogni anno, per tutti.
Arcivescovo di Catania,
presidente del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali dei cattolici in Italia
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