La storia di Elizabeth, che inventò il Monopoly ma glielo scipparono

All’inizio del Novecento, Elizabeth Magie, femminista americana, critica del mondo della finanza, ideò il gioco da tavolo come lezione contro l’accaparramento. Ma Charles Darrow lo fece suo e impose la formula competitiva
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September 4, 2026
La storia di Elizabeth, che inventò il Monopoly ma glielo scipparono
Elizabeth (Lizzie) Magie
“La conquista del mondo”: questo il nome del popolare “RisiKo!”, quando nacque in Francia nel 1957. Ritenuto minaccioso, venne modificato dall’azienda distributrice, la Parker Brothers. La sostanza, tuttavia, non cambiò: allora come oggi, i giocatori gestiscono manovre militari con l’obiettivo di sconfiggere i nemici e accaparrarsi nuovi territori. (Nel 1984 la Clementoni mise coraggiosamente sul mercato “Pacifist”, una sorta di “RisiKo!” a rovescio, ma l’iniziativa non ha sfondato). Siamo portati a pensare che il celebre “Monopoly” sia stato ideato per simulare le imprese di capitalisti famelici ed emularne lo spirito aggressivo. Non è affatto così: aveva in mente ben altro la statunitense Elizabeth, detta Lizzie, Magie quando depositò la domanda di brevetto del suo “The Landlord’s Game” (“Il gioco del proprietario terriero”), riadattato e commercializzato come “Monopoly”. Era il 1903, l’anno nel quale la britannica Emmeline Pankhurst fondò le cosiddette “suffragette”, che diedero un contributo decisivo alla causa del voto femminile. Anche Magie si professava femminista convinta. Spiega la rivista digitale australiana Aeon : «Rimase nubile fino ai quarant’anni, indipendente e fiera di esserlo, e lo dimostrò con una trovata pubblicitaria. Pubblicando un annuncio su un giornale, si offrì come “giovane schiava americana” in vendita al miglior offerente. Il suo scopo, spiegò ai lettori sconvolti, era quello di evidenziare la posizione subordinata delle donne nella società».
Il tabellone originale del Monopoly
Il tabellone originale del Monopoly
Se oggi conosciamo dettagli biografici e visione politica di Magie è soprattutto grazie a Mary Pilon, autrice di un volume uscito nel 2015 (tradotto in Italia da Egea col prosaico titolo Monopoli stories ). È lei a informarci che «Magie, oltre a lavorare come stenografa e segretaria, scriveva poesie e racconti e si esibiva in spettacoli comici». Un personaggio poliedrico, insomma. E un’acuta osservatrice della realtà, davanti alla quale, però, non voleva rimanere spettatrice impotente. Proprio come la connazionale Ida Tarbell, autrice – fra il 1902 e il 1904 – della monumentale Storia della Standard Oil Company , la società che diede soldi e fama a John D. Rockefeller, il primo miliardario della storia. Oltre che capolavoro di giornalismo investigativo, l’opera di Tarbell è una severa denuncia dello strapotere di uno dei grandi monopolisti dell’epoca; un altro, Andrew Carnegie, nel 1901 aveva venduto la sua azienda per mezzo miliardo di dollari, diventando una delle persone più ricche del mondo.
In un contesto del genere, cosa poteva fare una donna che non insegnava all’università, non possedeva aziende, non aveva incarichi politici? Risponde Pillon: «All’inizio del XX secolo, i giochi da tavolo stavano diventando sempre più comuni nelle case della classe media. Non erano solo un passatempo, ma anche un mezzo di comunicazione. E così Lizzie si mise al lavoro». Il risultato sarà proprio “Monopoly”. Che, inizialmente, aveva due opposte serie di regole: una antimonopolistica, in base alla quale tutti venivano ricompensati quando si creava ricchezza, e una monopolistica, dove, invece, l’obiettivo diventava accumulare fortune schiacciando gli avversari. Il tabellone originale prevedeva, accanto al modello capitalista che avrebbe poi preso piede, un set di regole dette della Prosperità: ogni volta che un giocatore acquistava una proprietà, una percentuale della rendita veniva versata in una cassa comune per finanziare servizi pubblici. La partita finiva quando il giocatore più povero riusciva a raddoppiare il proprio capitale. «È una dimostrazione pratica dell’attuale sistema di accaparramento delle terre, con tutti i suoi soliti esiti e conseguenze – spiegò, a suo tempo, Magie su una rivista politica –. Avrebbe potuto benissimo essere chiamato “Il gioco della vita”, poiché contiene tutti gli elementi di successo e fallimento del mondo reale». Chiosa Pillon: «Il suo approccio dualistico era uno strumento didattico volto a dimostrare che la prima serie di regole era moralmente superiore».
La genialità dell’invenzione di Magie consiste nel proporre una lezione di tipo etico attraverso l’esperienza diretta, sebbene mediata dalla piacevolezza del gioco. Lezione mutuata da Henry George, filosofo ed economista americano, autore di Progress and Poverty (1879), secondo il quale le risorse naturali andavano considerate beni comuni inalienabili, ragion per cui nessuno aveva il diritto di rivendicare la proprietà privata della natura e chiunque estraeva valore dal suolo doveva pagare una tassa. «Non è un caso che questa visione, che oggi definiremmo di economia ecologica, sia stata sacrificata nel passaggio dal progetto di Magie alla produzione industriale. La sopravvivenza del “Monopoly” nella sua sola veste predatoria non è stata un incidente di percorso, ma il riflesso fedele di quale visione del mondo il sistema abbia deciso di validare», si legge in un approfondimento sul sito dell’Università di Bologna.
Qui comincia la seconda parte della storia. A dispetto delle intenzioni di Magie, non soltanto fu la versione più “egoista” del gioco a diffondersi maggiormente, ma… oltre il danno, la beffa. Chi si è appropriato della paternità di quello che oggi chiamiamo “Monopoly” è Charles Darrow, che scoprì casualmente, tramite amici, l’esistenza del gioco nel 1932, quasi trent’anni dopo l’invenzione di Lizzie. Quest’ultima aveva sì ricevuto 500 dollari dalla Parker Brothers quando le vendette il brevetto del gioco, ma senza nessun tipo di percentuale futura. Scoprì troppo tardi che quella in commercio non sarebbe stata la sua versione ma una, simile, di Darrow. Questi non solo guadagnò molti soldi, grazie a un contratto che gli garantiva le royalties, ma abbinò definitivamente il suo nome a uno dei giochi di maggior successo al mondo (nel 1936, anno dell’arrivo in Italia, ne furono venduti ben 1.751.000 esemplari). Come mai il “fenomeno-Monopoly” esplose all’indomani della crisi di Wall Street? Questa la spiegazione data da Edward Parker, pronipote del fondatore dell’omonima azienda: «Durante la Grande Depressione, la gente non aveva soldi per andare a vedere spettacoli. Stava a casa e giocava a “Monopoly”. Il gioco li faceva sentire più ricchi. Ma quello che ne alimentava le vendite era l’illusione di una vittoria individuale. Facendo leva sulla competitività». Solamente a partire dal 1998 la leggenda di Darrow “padre del Monopoly” ha cominciato a incrinarsi. Il colpo di grazia si deve alla pubblicazione di un volume nel quale Ralph Anspach, professore di economia ed inventore di giochi (a lui si deve Anti-Monopoly , negli anni Settanta), ripercorre la lunghissima battaglia legale – poi vinta – contro la Parker Brothers in merito alla proprietà del nome. È grazie a quella travagliata vicenda che venne allo scoperto quella che il Guardian ha chiamato “la storia segreta del Monopoly: le origini di sinistra del gioco da tavolo capitalista”. Ora che sappiamo come sono andate le cose, qualcuno mai rimetterà in circolazione il gioco di Magie?

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