Autunno caldo: le transizioni che ci attendono
La politica è chiamata a governare le trasformazioni ecologica e digitale cogliendone le opportunità, proteggendo i più deboli e distinguendo i pericoli reali dalle paure esagerate

L’autunno prossimo venturo sarà caldo per definizione. Il riscaldamento globale ci incalza e si somma al ciclo “avverso” del Niño che muove anch’esso nella direzione di un aumento di temperatura. Perché non sia caldo anche dal punto di vista delle tensioni sociali dipende però solo da noi e dalla nostra capacità di leggere ed affrontare nel modo migliore i tempi delle due transizioni, ecologica e digitale, che ci è dato vivere. Quanto alla transizione ecologica dobbiamo accelerare e perseguire con decisione l’unico sovranismo di cui abbiamo veramente bisogno, quello dell’indipendenza energetica. Avendo bene a mente che la malattia che consegue dalla dipendenza delle fonti fossili, l’inflazione da choc di offerta, è una malattia regressiva che colpisce soprattutto i ceti più deboli. La legge di Engel che insegniamo ai ragazzi del primo anno di Economia ricorda che il consumo dei beni alimentari e dell’energia pesa molto di più sul carrello della spesa per i redditi bassi che per i redditi più elevati. Gli ultimi dati di Bankitalia confermano la legge e sottolineano come le famiglie appartenenti al venti per cento della popolazione con minore capacità di spesa destinano a queste due voci circa il 33,5% del proprio bilancio mentre nel quinto con maggiore capacità di spesa la quota scende al 18,5%.
Un episodio ormai concluso (quello dello stretto di Hormuz è ancora in corso) come la crisi energetica a cavallo dell’invasione russa dell’Ucraina fa capire chiaramente perché questo è un problema e perché l’inflazione da choc dei prezzi dell’energia è una tassa regressiva che colpisce i più deboli. A dicembre 2022, rispetto a dodici mesi prima, in Italia i prezzi dell’energia risultavano cresciuti del 64,7% e quelli degli alimentari del 12,8%. Nello stesso periodo gli altri beni aumentavano del 5,2% e i servizi del 4,1%.
Stranamente i pericoli e i problemi del ritardo di questa transizione (16mila morti per il caldo di quest’estate solo in Germania, eventi climatici estremi sempre più frequenti ultimo quello in Nepal) sembrano preoccuparci di meno delle conseguenze della rivoluzione dell’Intelligenza artificiale. La transizione digitale ci spaventa e facciamo fatica a coglierne il lato positivo. Può aiutarci un esempio. Quasi quarant’anni fa ci si iniziava a laureare usando i primi computer (Commodore 64, Amiga 2000) che erano poco più che delle macchine da scrivere con programmi di videoscrittura. I telefoni erano attaccati alla parete o posizionati su un comodino e servivano solo a fare chiamate. Oggi con lo stesso prezzo quando acquistiamo un pc abbiamo accesso alla rete, motori di ricerca e Intelligenza artificiale. Il confronto tra il pc di quarant’anni fa e quello di oggi (di qualità centinaia di volte migliore) dimostra dunque che il prezzo corretto per la qualità dei beni digitali è crollato. Questo significa che a fronte dell’inflazione per energia ed alimentari (superabile se riduciamo la dipendenza da fonti di cui non controlliamo i prezzi) abbiamo vissuto una spaventosa deflazione sui beni digitali che ci ha reso enormemente più ricchi su questo fronte.
La grande paura che ci resta, quella della diminuzione dei posti di lavoro, è figlia della distorsione che ci fa più attenti agli alberi che cadono (mestieri che spariscono, come allora le dattilografe, oggi i traduttori online) che alla foresta che cresce. L’aumento impressionante della qualità di questi dispositivi con l’introduzione dell’Intelligenza artificiale infatti rende possibile erogare una vastissima gamma di servizi prima non disponibili. Non spariscono dottori, consulenti, professori ma si modifica il loro lavoro e la qualità e la tempistica dei servizi erogati. Quello che chiediamo alla politica della nuova stagione di fronte a queste trasformazioni è di superare narrazioni fondate su paura dell’altro e insicurezza che ci rendono tutti peggiori, cogliere invece le opportunità della foresta che cresce e avere il coraggio di mettere al centro intelligenza relazionale, fioritura della vita e felicità. Sapendo discriminare tra paure immaginarie o esagerate e pericoli effettivi.
Dobbiamo pertanto accelerare la transizione ecologica, preoccuparci che la grande ricchezza della transizione digitale circoli e sia opportunamente distribuita. Saper venire incontro ai problemi dei più deboli. E mettere a fuoco nuove problematiche ed emergenze. Di questa una fra tutte. L’aumento spettacolare dell’aspettativa di vita nasconde l’insidia dell’aumento degli anni non in buona salute e la crescita dell’emergenza della non autosufficienza. Il welfare del 900 ha affrontato la sfida di fornire risorse (anche ai meno abbienti) contro povertà, vecchiaia e malattie. Quello dei prossimi anni deve allo stesso modo affrontare questa nuova sfida. Sono maturi i tempi di un’assicurazione obbligatoria contro la non autosufficienza per costruire le basi di una protezione universale legata al bisogno e non alle disponibilità di reddito contro un problema che sarà centrale nel prossimo futuro.
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