«La scuola del Kgb è rimasta. Oggi Mosca vuole il caos e punta sull'uomo forte»

Marianella Sclavi, professione antropologa, ha diverse missioni umanitarie in Ucraina alle spalle con i volontari del Mean: «Da quando viaggio, ricevo continuamente "fake news" sui bambini: guardate che i russi li stanno salvando dal traffico d’organi, mi scrivono. Fa parte di un metodo di manipolazione che c'era già nel Novecento e che oggi è esploso»
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September 4, 2026
«La scuola del Kgb è rimasta. Oggi Mosca vuole il caos e punta sull'uomo forte»
Marianella Sclavi, antropologa e co-fondatrice del Mean
Il Kgb è vivo e lotta insieme a noi. Per Marianella Sclavi, professione antropologa, diverse missioni umanitarie in Ucraina alle spalle con i volontari del Mean, il Movimento europeo di azione non violenta, non possiamo capire quanto sta succedendo oggi nelle democrazie del Vecchio continente se non torniamo con la memoria a quel che era l’Unione Sovietica e la sua area di influenza. «In Italia c’è stato il più grande partito comunista dell’Occidente. I legami tra il Pci e Mosca erano frequenti e critici. Da Togliatti a Berlinguer, la sinistra italiana ha sempre voluto mantenere un livello di relativa autonomia rispetto al Cremlino, pur condividendone l’impostazione ideologica».
Sta dicendo che i conti con la propaganda russa nel nostro Paese abbiamo sempre dovuto farli?
Sto dicendo che non sono mai stati fatti completamente. La scuola del Kgb è rimasta e in tutti i Paesi europei sono presenti adesso agenti dei servizi segreti di Mosca, che hanno cambiato nome e stanno ancora tentando di fare, come decenni fa, operazioni di manipolazione: si muovono sui terreni dell’economia e dell’immigrazione, come abbiamo visto. Hanno come obiettivo quello di seminare caos e puntano al ritorno dell’uomo forte. Il problema siamo noi.
In che senso?
Chi leggeva l’Unità ai tempi di Breznev si informava su tutto. Potevi essere un professore, un intellettuale, un operaio: in ogni caso, i lettori avevano una pagina centrale sulla politica internazionale, grazie a cui si facevano un’idea del mondo che potevano poi approfondire. Oggi no. Oggi trionfa quello che chiamo il pensiero soporifero: si giudica per sentito dire, in astratto, non si guarda più la realtà. E gli effetti si vedono.
Può fare degli esempi?
Da quando viaggio col Mean in Ucraina, ricevo continuamente fake news sui bambini: guardate che i russi li stanno salvando dal traffico d’organi, mi scrivono, e che l’organizzazione criminale che gestisce tutto è stata messa in piedi da Kiev.
Corruzione e disinformazione, però, possono esserci anche in un Paese come l’Ucraina.
È vero, ma proprio l’aggressione russa nel Paese ha scatenato un bisogno di verità e di trasparenza che altrove non si vede. Abbiamo visto in questi anni di incontri con gli amministratori e con la società civile del Paese che la gente non vuole arrendersi né alla guerra né alla corruzione. A noi tocca aprire gli occhi e riflettere su tanti episodi di opposizione non violenta che vediamo manifestarsi, soprattutto tra i più giovani. È il segnale che la democrazia alla fine è più forte di qualsiasi manipolazione.
Visto dall’Europa e dall’Italia, tutto questo come può tradursi?
Per quanto riguarda l’Italia, vanno difesi i valori non negoziabili messi nero su bianco nella nostra Costituzione. La stampa ha una grossa responsabilità nei confronti dell’opinione pubblica. Bisogna valorizzare le esperienze positive che ci sono dal basso, anziché assecondare questa visione feudale dell’uomo forte, in cui il cittadino è trattato alla stregua di un servo della gleba. Il metodo autoritario che si sta imponendo sui social e che tanto affascina le nuove generazioni rischia solo di produrre rovina su rovina.
La propaganda putiniana ha saputo occupare degli spazi comunicativi lasciati vuoti, mentre l’Occidente era assopito?
Guardi, resto una nostalgica del livello culturale prodotto dalla Dc e dal Pci nel ventesimo secolo. C’erano scuole politiche, c’era un confronto accademico. Un personaggio come l’ex generale Vannacci sarebbe stato impossibile da immaginare 50 anni fa. È figlio di questi tempi e sta, appunto, occupando gli spazi che anche i palinsesti televisivi gli garantiscono. È chiaro che questa tendenza talebana, da Futuro Nazionale all’Afd, preoccupa. Ma preferisco pensare a quanto possiamo fare noi di costruttivo per vincere i discorsi d’odio, piuttosto che concentrarmi sui deliri in arrivo dal Cremlino e dai suoi seguaci di casa nostra.

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