La storia del vescovo statunitense caduto in depressione: «Non temete di chiedere aiuto»

James Conley guida la diocesi di Lincoln, in Nebraska. «Messa, Rosario e Liturgia delle Ore mi hanno tenuto legato a Dio». Da qui la scelta di diventare apicoltore per superare le sue fragilità. Il tema della salute mentale del clero si ripropone di fronte ai suicidi di sacerdoti
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September 3, 2026
La storia del vescovo statunitense caduto in depressione: «Non temete di chiedere aiuto»
James Conley, vescovo di Lincoln, in Nebraska, durante un incontro con un gruppo di studenti / Southern Nebraska Register
Il tema della salute mentale del clero, a partire dal burnout causato da sovraccarico di lavoro, aspettative, solitudine e altri fattori, torna alla ribalta di fronte a casi tragici di suicidi di sacerdoti, come quello avvenuto nella diocesi di Trento recentemente. Per poi scivolare velocemente in secondo piano. A tematizzarlo pubblicamente è stato invece il vescovo di Lincoln, in Nebraska, James Conley. Nel dicembre 2019 ottenne dal Papa un’aspettativa per occuparsi della propria salute mentale. Tornò alla guida della diocesi nel novembre 2020 e nel maggio 2024 pubblicò la lettera pastorale A Future with Hope («Un futuro con speranza»), raccontando la propria esperienza e traendone consigli pastorali e spirituali.
Eccellenza, come nacquero i suoi problemi?
«Devo premettere che nella mia famiglia non c’erano stati problemi di salute mentale. Sono cresciuto con genitori amorevoli, senza traumi, con un’infanzia e un’adolescenza normali e stabili. Poi, nel 2018, le cose hanno cominciato a disfarsi. Esplose lo scandalo del cardinale Theodore McCarrick, uscì il rapporto del Grand Jury della Pennsylvania sugli abusi del clero e il procuratore generale del Nebraska avviò un’indagine sulle tre diocesi dello Stato. Nello stesso periodo dovetti rimuovere alcuni sacerdoti per cattiva condotta sessuale. Credo che la mia esperienza abbia qualcosa in comune con quella di molti sacerdoti. Quando c’è uno scandalo nella Chiesa, un prete può sentirne il peso semplicemente perché è sacerdote e sentirsi responsabile di sistemare le cose. Anch’io pensavo di dover rimettere tutto a posto. Mio padre apparteneva alla generazione del “rimboccati le maniche”: davanti a una difficoltà, lavora di più, puoi aggiustare tutto. È un atteggiamento profondamente americano. Invece di dire, come si racconta di san Giovanni XXIII: “Signore, è la tua Chiesa, io vado a letto”, facevo del mio meglio ma poi mi riprendevo sulle spalle ogni problema. Ci pensavo continuamente».
Quando capì che non era semplice stress e che aveva bisogno di aiuto?
«La prima cosa fu che smisi di dormire. Ogni notte ripassavo mentalmente un caso dopo l’altro, immaginando scenari diversi. Restavo a letto per ore, dormivo magari soltanto un’ora, poi mi alzavo dicendomi: “Posso farcela stringendo i denti”. Mi venne anche l’acufene e subentrò l’ansia: “E se succede questo? E se succede quello?”. Ansia e paura si alimentavano a vicenda. Nel frattempo a mia sorella minore diagnosticarono un tumore al seno; un mio sacerdote con problemi di alcol morì per intossicazione e mi sentivo in colpa per non essere riuscito ad aiutarlo. Nel marzo 2019 mia sorella mi guardò e disse: “Hai un aspetto terribile. Stai peggio di me. Che cosa ti succede?”. Le raccontai tutto e mi disse che avevo bisogno di aiuto. Mi diagnosticarono un disturbo d’ansia generalizzato e una depressione maggiore. Quando l’ansia cresce è facile scivolare nella depressione. Cominci a pensare: “Non ce la faccio, è troppo”. Questa è la cosa più dura: senti di non riuscire più a fare nulla e poi non vuoi più fare nulla. Non hai gioia, energia, speranza; vuoi soltanto che tutto finisca. Per un sacerdote può arrivare il pensiero: “Se non riesco a vivere il mio sacerdozio, perché sono qui?”. Ti sembra di aver fallito nella vita. Io non pensai di togliermi la vita. Dissi però: “Signore, prenditi la mia vita, portami via da qui”. Per questo capisco come alcuni sacerdoti possano arrivare a pensieri suicidi. Grazie a Dio, io non percorsi quella strada».
Come trovò l’aiuto giusto?
«Cercai uno psicoterapeuta cattolico, che comprendesse la nostra fede e avesse una solida antropologia cristiana. Il primo terapeuta mi insegnò: “Devi lasciare andare queste cose. Non dipende tutto da te. Lascia che se ne occupi Dio e prenditi cura di te stesso”. Fu la mia prima lezione sulla cura di sé: non puoi dare ciò che non hai. Se stai male, non sarai di grande aiuto agli altri. Nell’autunno del 2019 stavo un po’ meglio, ma ero ancora nella stessa pentola a pressione. Mia sorella mi disse: “Devi fermarti”. Risposi: “Non posso, un vescovo non può farlo”. “Se continui così, crollerai”. Alla fine chiesi un periodo di aspettativa. Quando domandai al nunzio che cosa avrei dovuto dire, rispose: “Dì semplicemente la verità”: che sei esausto, non dormi, soffri di ansia e depressione e hai bisogno di fermarti. Dire la verità fu una grande benedizione. Le persone capirono e mi scrivevano: “Prego per lei. Si prenda tutto il tempo necessario”. Per questo dico: non tenete tutto dentro. Non dovete raccontarlo a tutti, ma trovate una persona di cui vi fidate, un confratello o un familiare. Poco dopo l’inizio della mia aspettativa, un sacerdote di un’altra diocesi si tolse la vita. Nessuno aveva capito quanto stesse male, neppure i suoi genitori. Questo mi convinse ancora di più: se soffrite, parlatene con qualcuno. Anche una sola persona che comprenda può aiutarvi a cercare assistenza. Lo stigma esiste ancora, ma cominciamo a capire che una crisi di salute mentale è una crisi di salute, come il cancro o il diabete. Dobbiamo parlarne».
Quali abitudini fisiche e spirituali sono diventate importanti per lei?
«Tre ancore mi hanno tenuto legato a Dio e non le ho mai abbandonate: la Messa, il Rosario e la Liturgia delle Ore. Non riuscivo a fare lunghe meditazioni e nella preghiera provavo pochissima consolazione, ma sapevo che non potevo smettere. Mi ha aiutato anche la Novena dell’abbandono di don Dolindo Ruotolo, che continuo ancora a pregare. Ho capito che il confine tra vita psicologica e spirituale è molto sottile: non sono la stessa cosa, ma si completano. La grazia costruisce sulla natura: anche la nostra parte naturale ha bisogno di attenzione. Cerco di uscire ogni giorno, allontanarmi dagli schermi e stare nella natura. Anche per questo ho preso un cane: se vivi solo è meraviglioso avere accanto un essere vivente di cui prenderti cura e che ti ama indipendentemente da ciò che fai. Si tratta di vivere a contatto con le cose reali. Cammino, vado in bicicletta, leggo, ascolto musica. Incontrare la bellezza di un tramonto, un’alba, un’opera d’arte: ne abbiamo bisogno per non vivere in un tunnel fatto soltanto di lavoro, lavoro, lavoro. Anche l’apicoltura serve a questo».
Lei  infatti è anche un apicoltore. Che cosa insegnano le api?
«A meravigliarci davanti a Dio. Come fanno a produrre una sostanza così bella? E non soltanto per loro: creano qualcosa di buono e dolce che noi possiamo ricevere. È un’immagine del dono di sé. L’alveare è affascinante, un mondo con una propria economia. C’è la regina, attorno alla quale ruota tutto; le operaie raccolgono il nettare, producono il miele e la cera. È straordinario che una creatura così piccola possa fare tutto questo».
Smartphone e social media sono strumenti utilissimi, ma possono diventare un problema per la serenità psichica. Qual è il suo consiglio?
«Con gli smartphone abbiamo una quantità straordinaria di informazioni nel palmo della mano. Questo “tsunami di informazioni” che ci investe ventiquattr’ore al giorno rischia di sopraffarci e, solo perché abbiamo accesso a un’informazione, ci sentiamo responsabili di reagire. Lo smartphone è uno strumento e come tale va usato; lo stesso vale per l’intelligenza artificiale, per quanto potente. Dobbiamo saperli mettere da parte. Se poi ricaviamo dai social la nostra identità, se la percezione di chi siamo dipende da come ci presentiamo lì, diventa pericoloso, soprattutto per i giovani. Non dico di eliminarli, li uso anch’io, ma bisogna mantenere una sana distanza. I ricercatori consigliano di non tenere il cellulare in camera da letto, non guardare i social appena svegli e creare in casa spazi senza telefoni, dove parlarsi faccia a faccia».
Il contatto con la natura rimane allora uno dei migliori rimedi a una vita troppo virtuale.
«Esattamente. Immersi sempre più nel mondo virtuale, ci siamo allontanati dalle cose reali. Tornare alla realtà può voler dire semplicemente fare una passeggiata. Mi piace immaginare gli italiani che in estate vanno al mare e spero che non stiano sulla spiaggia a guardare il telefono. Mettetelo da parte, entrate nell’acqua, sdraiatevi al sole, sentite i suoi raggi. Queste sono cose reali».
Anche i nostri sacramenti sono reali, materiali. Possiamo comunicare tutto a distanza, ma la Confessione sarà sempre possibile solo in un incontro personale.
«Sì. Parlo spesso della necessità di sviluppare una “immaginazione sacramentale”, guardando sacramentalmente il mondo intero. Il sacramento è un segno esteriore istituito da Cristo per donarci la grazia. Ma, in senso più ampio, tutta la realtà è un segno creato da Dio attraverso cui ci dona la grazia. Un tramonto, l’oceano: sono segni reali, non virtuali, creati da Dio».
Come le api.
«Come le api, esattamente. Sono, in un certo senso, piccoli sacramenti, con la “s” minuscola».
Il vescovo Conley in versione apicoltore / Southern Nebraska Register 
Il vescovo Conley in versione apicoltore / Southern Nebraska Register 

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