Alla Mostra di Venezia da cercatrice di bellezza

Prepararsi a vedere molti film è anche cercare il bello dove non necessariamente lo si sta ad aspettare
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September 2, 2026
Si veniva al Lido in settembre a seguire il cinema per rigenerare la mente, un po’ saturi di confortanti villeggiature; ora il sollievo c’è ancora, ma di segno diverso. Venire a questa 83ª Festa del Cinema è un po’ cercare una sosta rivitalizzante dopo un’estate troppo afosa, immota e apocalittica, nei fatti e nei pensieri. Sul lungomare antistante il Palazzo e le varie sale di proiezione, tra talk all’aperto, lunghe code e sciamare di persone, sotto colorati ombrellini giovani e meno giovani si proteggono dalla luce fulgente (il caldo c’è ancora); una folla festosa che aspetta George Clooney, ma anche di vedere film che regalino chiavi di lettura per interpretare questo inquietante, apocalittico presente. Chiavi di lettura e non soltanto: anche, perché no, si viene qui a cercare bellezza. Salon de belleza della messicana Nathalia Acevedo (Giornate degli autori) in un’atmosfera rarefatta, tra personaggi che non hanno nome e quasi paiono non avere storia, racconta una sorta di non luogo a cavallo tra la vita e la morte. Come una pestilenza il disagio è ovunque, e il salone di bellezza ospita chi è destinato a morire: viene visitato da un anonimo Individuo, e dal momento del suo arrivo i pensieri di ciascuno sono attraversati da interrogativi nella cui grammatica è difficile distinguere la memoria dall’oblio, la realtà dall’immaginazione. Tra luci tenui e sequenze astratte ma allusive in modo struggente, quel che è incerto e dolente, per queste strane figure vicine alla fine della vita, si traduce in un inno alla stessa vita. Nel mentre riflettono sulla morte, i diversi dolenti personaggi cercano bellezza e trovano solidarietà. Il film è tratto dall’omonimo racconto dello scrittore messicano-peruviano Mario Bellatin, e rispetto al testo letterario modifica quell’inno alla vita rendendolo per certi versi più allegro ma anche un poco meno intenso ed emozionante. Sul fronte del cinema italiano, questa 83ª edizione vede non poche trasposizioni dalla letteratura: il film di Alina Marazzi dal libro di Helena Janeczek, quello di Edoardo Gabbriellini da Nicola Lagioia, quello di Martone da Starnone. Segno di crisi della fantasia, o invece sano omaggio alla bellezza di storie prima inventate sulla carta? Trasporre è un atto di bellezza, e prepararsi a vedere molti film, secondo una prospettiva che vorrebbe privilegiare anche sguardi trasversali, provenienti da tanti Paesi così come da tante diverse angolature estetiche, è anche cercare il bello dove non necessariamente lo si sta ad aspettare: un po’ come accade nel film di Nathalia Acevedo, e prima ancora nel fulminante racconto di Mario Bellatin. Tra le anime moribonde al centro del film, senza che nulla di davvero vivifico accada, ecco che la vita vince. Come ogni anno, questa Festa del Cinema celebra la bellezza di ogni forma di trasposizione, su tutte e prima di ogni altra, quella dalla vita ai film. Giorni in cerca di nuove chiavi, all’insegna della bellezza del trasporre.

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