All'origine del coraggio c'è il desiderio

Non basta vincere la paura: ciò che mette i giovani davvero in movimento è la capacità di riconoscere un obiettivo per cui valga la pena rischiare, con prudenza e fiducia in sé stessi
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September 2, 2026
All'origine del coraggio c'è il desiderio
Una scena del film "Hunger Games", con Jennifer Lawrence
Un viaggio nelle parole delle nuove generazioni, per capire cosa ci rivelano del nostro mondo

Coraggio

[/co-ràg-gio/], s. m.
Per noi il coraggio è il buttarsi da uno scoglio molto alto per tuffarsi in un’acqua gelida oppure quando un bimbo piccolo impara a salire i gradini di una scala o ad andare in bicicletta. Il coraggio è affrontare il buio delle proprie paure per giungere ad un traguardo come, per esempio, quello di viaggiare per la prima volta in aereo o affrontare il mostro finale alla fine di ogni livello. Ciò che richiede più coraggio, spesso, è affrontare la verità di un pensiero o le proprie paranoie. Abbiamo scoperto che il principale alleato del coraggio è il desiderio. Infatti, privi di un reale desiderio, ogni azione è destinata a spegnersi prima di iniziare. Tuttavia, è proprio un grande desiderio che mette in moto il coraggio: come quando si ha paura di viaggiare in aereo ma la voglia di volare è più forte.
Il lemma che commentiamo oggi è tratto dal «Piccolo Dizionario (immaginario) delle ragazze e dei ragazzi – Seconda Edizione». Un progetto promosso e realizzato da Fondazione Pordenonelegge con la collaborazione della Fondazione Treccani Cultura e la partecipazione dell’Istituto Toniolo e di Parole O_stili, sotto l’egida di Pordenone Capitale della Cultura 2027 e dedicato alle ragazze e ai ragazzi di tutte le scuole secondarie di I grado d’Italia.
«Abbiamo scoperto che il principale alleato del coraggio è il desiderio». Questa frase rovescia l’idea diffusa secondo la quale siamo abituati a descrivere il coraggio come la capacità di vincere la paura, di stringere i denti, di resistere. I ragazzi spostano invece l’attenzione su ciò che mette realmente in movimento una persona, che non è la sola forza di volontà oppure il carattere, come tendiamo a pensare, ma è invece il desiderio. Basta fermarsi un momento sulle immagini che scelgono, decisamente non eroiche. Parlano di un bambino che sale per la prima volta una scala, di chi impara ad andare in bicicletta, di un tuffo da uno scoglio nell’acqua fredda, del primo viaggio in aereo o persino del mostro finale di un videogioco. Sebbene siano situazioni tanto diverse, in ciascuna il soggetto decide di attraversare una soglia che fino a poco prima sembrava troppo alta. La paura potrebbe comunque permanere. Il bambino si vede già per terra, il tuffo nel gelo impressiona lo stesso, il volo continua a incutere timore. Eppure il movimento avviene ugualmente perché, più potente della paura, c’è l’attrazione di un bene intravisto, di una meta desiderata, di una soddisfazione che vale la pena raggiungere. Il coraggio, non più virtù isolata posseduta solo da alcuni impavidi, diventa l’effetto di un desiderio sufficientemente forte. Prova ne è che se il desiderio manca, il coraggio non trova ragione per manifestarsi: «privi di un reale desiderio, ogni azione è destinata a spegnersi prima di iniziare».
Questa osservazione meriterebbe di entrare stabilmente anche nel nostro modo di educare. Può accadere che chiediamo ai più giovani di essere coraggiosi senza domandarci che cosa desiderino davvero, quasi che il coraggio sia un muscolo da allenare con la sola determinazione o una virtù da esercitare indipendentemente dalla meta. E così rischiamo di trasformarlo nel dovere morale di essere “forti, nella prova provata di saper resistere alle intemperie della vita, quando magari in quel momento non si riesce. Resta tuttavia che il desiderio non rende coraggiosi per il solo fatto di essere intenso: deve anche misurarsi con la realtà. Sarebbe un errore opporre il coraggio alla prudenza, che potremmo definire come la capacità di guardare a fondo le cose, valutare i rischi e scegliere tempi, modi e strumenti adeguati all’azione. La prudenza è alleata del desiderio, gli impedisce tra l’altro di confondersi con l’impulsività. Non ogni rischio, infatti, merita di essere corso e nemmeno ogni slancio conduce di per sé nella direzione giusta. La prudenza chiede di interrogarsi sulle conseguenze delle proprie azioni, sulle risorse disponibili e sugli effetti su di sé e sugli altri. In questo senso dà forma al coraggio, lo sottrae alla temerarietà e lo rende capace di durata.
Pensiamo a quante esperienze della vita sanno confermare la potenza del desiderio. Un adolescente timido trova il coraggio di parlare davanti a tutti quando sente di avere qualcosa di interessante da dire. Una ragazza affronta un lungo viaggio pur avendo paura di volare perché dall’altra parte c’è qualcuno che l’aspetta. Un bambino risale sulla bicicletta dopo essere caduto perché la voglia di fare le discese e sentire la maglietta gonfiarsi nel vento assieme agli amici è ancora più forte del ricordo della sbucciatura del ginocchio. Tutti casi in cui la paura smette di avere l’ultima parola. In fondo è ciò che accade anche a Bastiano, protagonista de La storia infinita di Michael Ende. È un ragazzo impacciato, ferito dalla perdita della madre, deriso dai compagni e segnato dalla distanza in cui suo padre si è rinchiuso dopo quella perdita. Il mondo dei libri è il suo rifugio. Quando entra in contatto con Fantàsia, però, scopre progressivamente di non esserne soltanto spettatore: quel mondo ha bisogno dell’intervento di un essere umano e tocca proprio a lui dare un nuovo nome all’Infanta Imperatrice.
Ma Ende porta il discorso un passo oltre. Una volta entrato in Fantàsia, Bastiano riceve il medaglione Auryn, sul quale è scritto: «Fa’ ciò che vuoi». Quelle parole non significano affatto “fa’ tutto quello che ti passa per la testa”. Il suo viaggio consiste nell’imparare a distinguere i desideri immediati da ciò che vuole veramente. Ogni desiderio realizzato gli costa un ricordo del mondo umano e, quando si lascia sedurre dalla bellezza, dalla forza, dalla sapienza e infine dal potere, rischia persino di smarrire se stesso. Il romanzo non dice quindi semplicemente che il desiderio rende coraggiosi: mostra anche che occorre valutare che cosa si desidera davvero. Un desiderio può mettere in movimento, ma può anche sedurre e accecare se si separa dalla memoria di sé e dal rapporto con gli altri.
La definizione dei ragazzi, però, non si limita al coraggio delle azioni. A un certo punto introduce un passaggio ancora più interessante: «Ciò che richiede più coraggio, spesso, è affrontare la verità di un pensiero o le proprie paranoie». Dall’affrontare un pericolo esterno o dall’esporsi pubblicamente ci si sposta al pensare. Esiste veramente questo coraggio silenzioso, quasi impercettibile, che consiste nel non fuggire davanti ai propri pensieri: avere il coraggio di riconoscere che cosa si desidera, di ammettere una paura, di correggere un’illusione, di cambiare idea quando il dato di realtà lo richiede. È un lavoro meno spettacolare di un gesto dal sapore eroico, ma sicuramente non meno impegnativo.
Qui si apre lo spazio per una riflessione ulteriore. Esiste anche quello che potremmo definire coraggio intellettuale. Questo concetto si può ritrovare nel saggio di Freud Psicologia delle masse e analisi dell’io, come la psicoanalista Giulia Contri della Società Amici del Pensiero - Sigmund Freud ha evidenziato nel corso dei suoi studi: il coraggio intellettuale consiste nell’attribuirsi il valore che realmente si possiede, senza gonfiarlo e senza diminuirlo. Una persona intellettualmente coraggiosa sa di avere acquisito competenze, sa di poterne acquisire altre, e proprio per questo prende iniziativa nella realtà. Si autorizza a pensare, a proporre e a proporsi, a entrare in rapporto con gli altri, mettendo il proprio lavoro innanzitutto di pensiero al servizio di un’impresa condivisa. Allo stesso modo sa anche tollerare la possibilità di sbagliarsi, non difende un’opinione solo perché è la propria, accetta che un incontro, un’obiezione significativa o un fatto possano modificare il suo giudizio. Talvolta il pensiero più coraggioso è proprio quello che si lascia correggere senza sentirsi per questo annullato, anzi arricchito.
Molte rinunce nelle nostre vite, tra l’altro, più che da una reale mancanza di capacità nascono dall’idea di non valere abbastanza. È sufficiente convincersi che il proprio pensiero non interessi a nessuno perché il desiderio stesso inizi lentamente a ritirarsi, e con lui anche la parola. La paura del giudizio finisce in questo modo per restringere il campo delle possibilità prima ancora che qualcuno ci abbia realmente giudicati.  È qui che la presenza degli adulti diventa significativa. Quando un ragazzo teme di non valere abbastanza, ha bisogno che qualcuno riconosca e custodisca ciò che continua a metterlo in movimento. Noi adulti siamo spesso preoccupati di proteggere i ragazzi dalle loro paure e meno attenti a custodire i loro desideri. Ci affrettiamo a rassicurarli, mentre forse il nostro primo compito sarebbe riconoscere e prendere sul serio ciò che sperano, aiutarli a distinguere i desideri che aprono la vita da quelli che finiscono per consumarla. Loro ce l’hanno detto chiaramente: il coraggio è il movimento con cui una persona sceglie di investire su un bene che ha riconosciuto possibile e degno di essere raggiunto. Quando il desiderio di quel bene diventa più forte della paura di non riuscire o di perdere qualcosa, il coraggio, per sua natura prudente e rispettoso, smette di essere un ideale astratto per divenire una modalità concreta di prendere posizione nel reale.
Scrittore per ragazzi e Medico Psicoterapeuta
 

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