Gli interessi non bastano più: sono tornate le (cattive) passioni
Ci siamo illusi che la convenienza economica avrebbe assicurato la pace. Ma gli ultimi conflitti ci hanno insegnato che abbiamo sovrastimato il ruolo dell'interesse, se non è quello di tutti

Nelle ultime pagine della sua Teoria Generale (1936), il libro di economia più influente del XX secolo, John M. Keynes così scriveva: «Le tendenze umane più pericolose possono essere indirizzate verso sbocchi relativamente innocui grazie all'esistenza di opportunità per far denaro... È preferibile che un uomo eserciti la sua tirannia nei confronti del proprio conto corrente bancario piuttosto che verso i suoi concittadini». Una frase che esprime con grande efficacia l’essenza di una delle rivoluzioni culturali più radicali ed importanti, quando si iniziò a pensare che grazie allo sviluppo dei mercati, le passioni umane, i tratti più impulsivi e irrazionali degli uomini, sarebbero state sostituite dagli interessi economici.
Nel mondo pre-moderno, infatti, erano le passioni, non gli interessi, a governare la gran parte delle azioni. E le passioni – l’orgoglio, la vendetta, l’onore – erano e sono spesso distruttive, producono grandi danni e costi, e pochissimi benefici: «Dimitri sentiva di aver perso l’onore, e niente gli importa adesso» (F. Dostoevskij, I fratelli Kamarazov). L’Europa di antico regime aveva pensato di reprimere e gestire le passioni con la forza e con la paura delle punizioni (terrene e celesti). Ad un certo punto, però, emerse progressivamente una idea nuova e senz’altro geniale: prima Machiavelli, poi Vico e infine i primi economisti illuministi pensarono che per sconfiggere il disordine delle passioni, sarebbe stato sufficiente orientare le energie profonde degli uomini verso gli interessi; così i «vizi privati» sarebbero diventati «pubbliche virtù» (Mandeville), la «mano invisibile» (Smith) o «la suprema mano» (Galiani) del mercato avrebbe trasformato gli interessi privati in Bene comune, e l’«astuzia della ragione» (Hegel) avrebbe vinto.
L’economista A.O. Hirschman nel suo bel saggio Le passioni e gli interessi (1977), ci ha mostrato che l’elemento fondamentale alla base di questa grande alchimia si trova nel cambiamento semantico subìto dalla parola interessi – non a caso con “interessi” si indica anche la resa dell’uso del denaro. Durante tutto il Medioevo, infatti, la ricerca dell’interesse economico era considerato dalla morale cristiana una passione sbagliata, un vizio capitale, l’avarizia, quindi un male ad un tempo privato e pubblico: ricercare gli interessi personali faceva male sia alla persona che alla comunità. Con la nascita e lo sviluppo dello “spirito del capitalismo”, il gran peccato mortale dell’interesse economico (la “lupa” del primo canto dell’Inferno) subisce una evoluzione di portata epocale: «Un accrescimento dei beni è il mezzo con il quale la maggioranza degli uomini cerca e desidera di migliorare la propria condizione. Esso è il mezzo più comune e più ovvio» (A. Smith, La ricchezza delle nazioni , 1776). Orientare le energie profonde degli individui verso gli interessi economici, trasformare le passioni distruttive in quelle civili del far denaro, apparve come la pietra filosofare per edificare finalmente una società pacifica e ordinata: «Regolate, non forzate, la libertà delle persone. L’interesse generale detti le leggi, che mettono l’armonia tra le parti dello Stato col tutto, e si lasci agl’interessi privati regolare le province, le terre, le famiglie, le persone» (A. Genovesi, Lezioni di economia civile , 1767). E quindi, anche per Genovesi, gli interessi sono cosa buona da incoraggiare, non vizio da estirpare: «Non la cupidità d’arricchire, ma i nostri interessi» ( Ivi ).
L’elemento cruciale per questa svolta epocale fu quindi la convinzione che gli interessi, diversamente dalle passioni antiche e pre-mercantili, sono buoni perché addomesticabili, calcolabili, prevedibili, razionali, e quindi tutto sommato innocui , e comunque molto più inoffensivi delle passioni: «Tenendo conto dei loro interessi, non è difficile prevedere che cosa gli uomini accorti hanno in mente di decidere» (Samuel Bulter, Erewhon , 1872). Nel XXI secolo, poi, la meritocrazia , la nuova religione capitalistica, ci ha convinto che se il successo negli interessi economici risponde al criterio del merito, anche la diseguaglianza diventa giusta. Quanto accaduto nella storia occidentale dopo la seconda guerra mondiale, sembrava aver dato finalmente ragione all’idea moderna che gli interessi economici fossero buoni, e che dopo secoli di rodaggio civile fossimo entrati veramente in una epoca non più governata dalle pericolosissime e perniciose passioni; che finalmente le persone e la democrazia (che avrebbe dovuto mettere a sistema il regno degli interessi) avrebbero fatto le loro scelte sulla base del calcolo razionale abbandonando le passioni e i loro effetti imprevedibili e spesso devastanti. Perché se in un conflitto credo che tu stai seguendo i tuoi interessi economici, posso facilmente immaginare la tua prossima mossa - calcolo invece impossibile se sei mosso dalle passioni irrazionali.
Qualche dubbio che questo gioco innocente funzionasse davvero, in realtà l’avevamo già avuto nel XX secolo. Ma poi è arrivata la guerra in Ucraina, quindi quella di Gaza, poi in Iran, e quei dubbi sono diventati certezza, quando abbiamo compreso di aver sovrastimato il ruolo gli interessi e sottostimato quello delle passioni - quelle cattive e quelle buone. Abbiamo pensato, da buoni occidentali abitanti del regno degli interessi economici, che avremmo risolto le crisi con l’imposizione delle sanzioni economiche, e poi ci siamo accorti che chi aveva veramente subito i danni maggiori dalle sanzioni eravamo noi europei, troppo abituati agli interessi economici e al conseguente stile di vita. Abbiamo pensato che gli interessi avrebbero portato presto alla pace perché le guerre sono relazioni “a somma negativa”, giochi “falco-falco”, e quindi non fanno l’interesse di nessuno, nemmeno dei vincitori. «I russi sono capaci di soffrire anche la fame per anni pur di salvare l’onore», mi diceva quattro anni fa una mia amica missionaria che vive in Russia. Seguire la morfologia degli interessi e la struttura degli incentivi delle persone e dei popoli è necessario ma non è sufficiente per capire le scelte individuali e collettive, soprattutto di popoli non occidentali che sono eredi di grandi imperi del passato. L’homo sapiens vuole molto di più degli interessi economici. Ce lo dice anche Hirschman nell’ultima pagina del suo saggio: «Le passioni non devono essere sottovalutate neppure quando sembra che il comportamento dettato dall’interesse costituisca la regola generale».
Ma c’è qualcosa di più, ed è ancora Hirschman a suggerircelo: «La totale dedizione della maggioranza dei cittadini al gioco “innocente” del guadagno, lascia quei pochi che non sono assorbiti dai soli interessi e quindi mirano molto più in alto, totalmente liberi di coltivare la loro ambizione, le loro passioni peggiori». Questo lo aveva intuito già A. de Tocqueville: «Una nazione che domanda al suo governo solo il mantenimento dell’ordine, è già schiava del suo benessere, e l’uomo che la metterà in catene può arrivare in ogni momento» ( La democrazia in America , 1835). Questi tipi di ‘uomo’ sono arrivati molte volte in questi due secoli e continuano ad arrivare, che in popoli anestetizzati dagli interessi e dal benessere economico hanno potuto dar sfogo alle loro passioni più basse e spesso distruttive, e continuano a farlo. Oggi lo vediamo molto bene, e quindi possiamo affermare che la bella speranza moderna di controbilanciare, imbrigliare, trasformare le passioni negli interessi è stata una bella illusione consolatoria, che, come ogni consolazione collettiva, coglieva una parte della verità, una parte però troppo piccola e gracile per reggere l’impatto della storia e del suo spietato principio di realtà. Per il “dolce commercio” (Montesquieu) e la “pace perpetua” (Kant) il solo gioco degli interessi economici non basta. Stiamo imparando a caro prezzo che nessun interesse è veramente buono se non include l’interesse di tutti, quello del pianeta e delle future generazioni.
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