Il mistero dei Cpr per i migranti: (quasi) nessuno li vuole, ma il governo va avanti
Oggi sono dieci i centri per i rimpatri già attivi. Il governo Meloni punta a farne altri. Toscana ed Emilia fra i contrari. Timide aperture da Calabria e Trentino. In campo anche la Chiesa, preoccupata per le condizioni disumane. In 10 anni è stato rimpatriato solo il 41,8% degli ospiti transitati. Per il centrodestra sono strutture “per la sicurezza nazionale”

Il dossier migranti sul tavolo del Governo non straborda solo di carte provenienti dall’Europa. Oltre alla questione dei “dublinanti” scaturita dal nuovo Patto Ue entrato in vigore il 12 giugno e alla crisi di Ceuta con annesso scontro con la Spagna- che ieri è tornata ad attaccare Roma per la sospensione di Schengen, con il ministro degli Esteri Albares che ha parlato di «affronto ingiustificato» -, l’esecutivo è sempre alle prese anche con diversi fronti interni. Non si è placato, infatti, lo scontro con i territori guidati dal centrosinistra sull’apertura di nuovi Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr). A riaccendere la miccia, pochi giorni fa, era stato Giovanni Donzelli, responsabile nazionale dell’organizzazione di Fratelli d’Italia. Che dal palco della Versiliana aveva annunciato: «Faremo i Cpr anche dove le Regioni non vogliono». Parole che avevano fatto insorgere il governatore toscano, Eugenio Giani, che aveva subito parlato di «mossa strumentale in vista della tornata elettorale».
Il dem Giani lo scorso aprile aveva espresso la propria contrarietà al ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi, che aveva individuato nel Comune di Aulla (Massa-Carrara), l'area per la realizzazione del Cpr. Per il governatore, i centri di permanenza sono «luoghi di detenzione impropria, che creano solo aree di degrado». Ma non è l’unico a protestare. Anche il governatore campano, Roberto Fico, è tornato a ribadire il suo “no” alla costruzione del Cpr a Castel Volturno, perché «il territorio ha bisogno di altri investimenti». Della stessa idea sono i vescovi della Campania, che ad aprile si erano opposti, sottolineando il rischio di «aggravare la situazione di territori già fragili dal punto di vista economico e sociale, minando la stessa dignità dei migranti». Giani e Fico non sono i soli. Pure il presidente emiliano, Michele De Pascale, si è tuffato nella bagarre , mettendo un freno nelle ultime ore all’ipotesi di costruire un Cpr a Bologna.
Tuttavia, la volontà del Governo non è una novità. Anzi. Già nella relazione 2025 del ministero dell’Interno era stata comunicata l’intenzione «di poter disporre di almeno un Cpr per Regione». Attualmente, senza contare quello di Gjader in Albania, sul territorio nazionale ce ne sono dieci e sono distribuiti in 8 regioni: Puglia, Sicilia, Friuli-Venezia Giulia, Sardegna, Lombardia, Basilicata, Lazio e Piemonte. Secondo i dati diffusi dall’ultimo report del Tavolo asilo e immigrazione (frutto del progetto “Trattenuti” di ActionAid, in collaborazione con l’Università di Bari), a fronte di una capienza teorica complessiva pari a 1.238 posti, la capienza effettivamente disponibile a fine 2025 si assestava a 672 posti. Il dato relativo alle presenze, sempre secondo il rapporto, che denuncia violazioni di diritti umani all’interno dei centri, era pari invece a 546 persone, quindi al di sotto della capienza effettiva. E ancora: dal 2014 al 2024 il documento parla di 56mila persone trattenute. Ma di queste solo il 41,8% sarebbe stato rimpatriato. Se si considera invece l’incidenza dei rimpatri effettuati a partire da un centro di detenzione sul totale dei provvedimenti di allontanamento adottati, solo in rarissime occasioni la percentuale ha superato il 10%.
Eppure è in questo contesto che il Governo sta spingendo per la creazione di nuovi posti: la legge, che risale ai tempi di Gentiloni, obbliga l’esecutivo a consultare il presidente della Regione, ma il suo parere non è vincolante. Il piano dell’esecutivo era stato confermato anche da Piantedosi, che lo scorso maggio aveva annunciato l’avvio delle procedure per realizzare nuove strutture, «una in Campania, due in Trentino Alto Adige, una in Calabria, una in Toscana e una in Emilia Romagna». Con l’obiettivo di «costruire finalmente un sistema migratorio serio e credibile, nel quale chi entra illegalmente in Italia e rappresenta un pericolo per la sicurezza pubblica sia effettivamente rimpatriato». In Calabria l’area non è stata ancora individuata, ma il governatore Roberto Occhiuto (Forza Italia) si è sempre mostrato disponibile. Così come il presidente della Provincia autonoma di Trento, Maurizio Fugatti (Lega), che lo scorso ottobre ha firmato un accordo per realizzare un Cpr da 25 posti. Decisione contro la quale si è mosso l’arcivescovo di Trento, Lauro Tisi, che ha definito il futuro centro «una tragedia», accendendo i riflettori sulle condizioni «disumane» in cui versano le persone ospitate.
Di altri progetti in itinere per adesso non si ha notizia. ActionAid, come racconta Fabrizio Coresi, coordinatore del progetto “Trattenuti”, ha chiesto al Viminale di sapere dove fossero state fatte le indagini diagnostiche per installare i nuovi Cpr e con quali esiti. «La risposta che ci è arrivata – spiega Coresi - è che “non è possibile renderne pubblica informazione”, perché i Cpr sono diventati “infrastrutture strategiche di pubblica sicurezza”. Per noi - sostiene Coresi - questo è un indicatore dello stato critico della qualità della nostra democrazia in questo momento. A quale costo economico e umano tentiamo di realizzare ostinatamente e sottotraccia progetti di detenzione diffusa?». La normativa a cui si appella il ministero è un decreto-legge emanato dal Governo nel 2023, che ha inserito, appunto, anche i Cpr tra le opere «destinate alla difesa e sicurezza nazionale». Sempre con un dl, quest’anno l’esecutivo ha poi autorizzato fino al 31 dicembre 2028 il Viminale a derogare a molte delle regole ordinarie per scegliere i siti e costruire le strutture. Secondo Gianfranco Schiavone, socio Asgi, «siamo di fronte a un processo di progressiva compressione e di svuotamento delle competenze delle Regioni, che pone dei seri problemi anche di carattere costituzionale». Un percorso «a tappe - aggiunge -, che ha degli aspetti ossessivi». Perché un Cpr «non ha nulla a che vedere con la difesa e la sicurezza nazionale».
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