L'Intelligenza artificiale corre veloce, ma chi la governa?
Non bastano norme e limiti. Occorre ricostruire il senso di lavoro, impresa e innovazione, perché il progresso torni a essere uno strumento al servizio della persona

Bill Gates chiede di riservare agli esseri umani almeno il 40% dei posti di lavoro davanti all'avanzata dell'intelligenza artificiale. La domanda che il fondatore di Microsoft non pone esplicitamente riguarda chi abbia già deciso, senza alcuna deliberazione pubblica, che il restante 60% possa essere consegnato alla macchina. Nelle stesse ore le cronache riportano l'accordo con cui Meta chiude la causa promossa da una quarantina di Stati americani sulla dipendenza dei minori dai social, pagando 16,7 miliardi di dollari in dieci anni, una cifra imponente in assoluto e quasi ininfluente se confrontata con il fatturato del gruppo. Due notizie apparentemente lontane raccontano in realtà la stessa condizione. La facoltà di stabilire che cosa sia un rischio accettabile, e quale prezzo si possa pagare per continuare a correre, appartiene a chi possiede le piattaforme e non a chi le abita. A confermare che non si tratta di una suggestione arriva la fotografia scattata dalla Bce, secondo cui negli ultimi due anni l'uso dell'intelligenza artificiale sul lavoro è raddoppiato. Gli economisti di Francoforte stimano un guadagno di produttività di circa 0,35 punti percentuali l'anno per l'area euro, benefici che restano tuttavia diseguali e concentrati in poche mansioni, tanto che la maggioranza dei lavoratori fatica a trasformare il tempo risparmiato in valore reale. Siamo già dentro la trasformazione mentre la discussione pubblica sui suoi principi è appena cominciata, ed è proprio questa sequenza a dover preoccupare, perché prima arriva l'accelerazione, poi l'incidente, infine la norma che rincorre un danno già avvenuto. Il timone resta intanto in mano a poteri che si sono fatti Stati a sé, come mostra la stessa proposta di Gates di un'agenzia internazionale per l'AI, quasi un'ammissione che nessun governo sia più in grado da solo di governare la materia. Per questo il tema non può restare reattivo, tantomeno emergenziale. Padre Paolo Benanti parla da tempo di “guardrail”, argini da porre prima che il fiume esondi e non sponde da ricostruire dopo. È necessaria una postura radicale capace di ricostruire alcuni pilastri che nel tempo si sono consumati, infatti, il problema non riguarda soltanto l'uso che facciamo dell'intelligenza artificiale, ma il bisogno di risignificare il lavoro, il valore dell'impresa e il significato dell'innovazione. Circola una visione anaffettiva del lavoro quando si parla di AI, una visione incivile dell'impresa quando la si riduce a mero calcolo di profitto, una visione soltanto digitale dell'innovazione quando la si separa dalla comunità che dovrebbe servire.
Molti effetti negativi dell'intelligenza artificiale non sono soltanto espressione della potenza tecnologica, ma anche della debolezza di pensiero attorno a questi tre pilastri su cui si regge il progresso di una società. Abbiamo sostituito il cittadino con il consumatore e con il lavoratore nella creazione della ricchezza, dimenticando che la ricchezza autentica nasce da relazioni e non soltanto da transazioni. Abbiamo svuotato la figura dell'imprenditore riducendolo a un soggetto che massimizza il profitto, quando intraprendere significa muoversi per uno scopo dentro un'impresa intesa come comunità di persone prima che come macchina di produzione. Già nel 2009 Peter Thiel scriveva di non credere più che libertà e democrazia fossero compatibili. Da quella convinzione una parte della Silicon Valley ha continuato a descrivere la democrazia come un ostacolo all'innovazione invece che come sua condizione di possibilità, contribuendo a desertificare il ruolo della comunità e a lasciare campo libero a chi confonde la velocità del cambiamento con il progresso delle persone. Questo vuoto di visione non riguarda soltanto governi e mercati. È anche una chiamata alla società civile e ai corpi intermedi, che non possono restare spettatori mentre altri scrivono le regole del gioco. C'è dunque un tema di regolazione, ma prima ancora uno di educazione. L'urgenza vera è quella di luoghi, non soltanto di norme, che tornino a educare il desiderio, restituendogli una direzione che non sia il consumo immediato né la sola produttività. Solo così lavoro, impresa e innovazione potranno tornare a essere ciò per cui sono nati, strumenti al servizio della fioritura umana e non macchine che la sostituiscono. Chi sceglie di non restare a guardare può ancora contribuire a scrivere le regole di questo tempo, a partire dai luoghi che tornano a educare il desiderio. È qui che si gioca la possibilità di un'intelligenza artificiale finalmente a misura di persona.
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