La gentilezza come atto di resistenza. Così Natalia Re vuole disarmare l’odio
L'imprenditrice palermitana, alla guida del Movimento Italiano della Gentilezza: «Impariamo tutti insieme come creare le condizioni perché gli altri possano fiorire»

Che sul lavoro Natalia Re riesca a tenere a bada 80 dipendenti distribuiti in cinque aziende senza mai perdere le staffe, e anzi, praticando indefessamente l’ascolto, sarebbe già un interessante caso di cronaca. Se a tutto questo si aggiunge un marito e una figlia adolescente con i quali non litiga per principio, be’, il quadro si fa ancora più intrigante. Ma per l’imprenditrice palermitana e madre di famiglia la comprensione delle ragioni degli altri – in una parola, l’empatia – è uno stile di vita e insieme una testimonianza civile.
Dal 2023 Natalia, 48 anni, chioma ramata, sorriso sincero ed eloquio fluviale, è la presidente nazionale del Movimento italiano della gentilezza (Mig) e si accinge, tra pochi mesi, a scalare la gerarchia interna fino ad assumere l’incarico di vicepresidente del World Kindness Movement, l’organizzazione mondiale. «La gentilezza non è galateo, non è buone maniere, non è debolezza, né resa – chiarisce subito lei, in videocollegamento con Avvenire da una località marina –. È una categoria culturale. È responsabilità sociale, è creare tutti insieme le condizioni perché l’altro, gli altri, possano fiorire». Non è un “vogliamoci bene”, insomma, ma la base per il vivere civile, la pratica per ridurre la violenza, l’allenamento per sentire gli altri, davvero, “fratelli tutti”.
L aureata in Filosofia, attivista e scrittrice, lungi dall’essere una sognatrice, Natalia ha senso pratico da vendere, anche in virtù del suo impegno professionale di imprenditrice nel settore della raccolta e smaltimento dei rifiuti e recupero di materia prima. Gentile – racconta – lo è fin da bambina, quando militava negli scout e si coinvolgeva in piccoli progetti di servizio e di volontariato. Poi la gentilezza l’ha incontrata in un lungo periodo infelice della sua adolescenza: l’anoressia quasi la uccideva ma ha potuto sperimentare l’umanità di medici e insegnanti e la certezza che il mondo può essere migliorato con la forza dell’amore.
D a adulta, imprenditrice di successo, ha deciso di investire il denaro destinato alla pubblicità in campagne di responsabilità sociale: prima il rispetto della natura, poi il contrasto al bullismo e alla violenza di genere. È grazie a queste iniziative che il Movimento italiano per la gentilezza, nato nel 2000 per volontà di una coppia influente di Parma, Giorgio Aiassa e Marta Ziveri, sulla scia di analoghe associazioni fiorite soprattutto in Asia, la intercetta e le propone di entrarne a far parte. Fino ad allora il Mig aveva lavorato per diffondere la gentilezza concepita “culturalmente” come la gratuità del gesto. Per Natalia bisognava percorrere un passo in più e «trasformare la gentilezza in atto di resistenza, dignità e coraggio contro le storture della società». La pratica della cortesia, che nella vita quotidiana si declina nell’ascolto, nella comprensione, ma anche nella chiarezza e nella semplicità nell’esporre le proprie ragioni ed eventualmente sottrarsi alle manifestazioni di prepotenza, diventa un antidoto alla violenza in ogni sua declinazione, da quella online a quella contro i minori, le donne, le persone migranti, per finire a quella che si consuma negli ambienti di lavoro. «Promuovere la gentilezza e diffondere la cultura del rispetto è diventata la nostra forma di attivismo», continua Natalia Re, che insieme all’editore Antonio Di Bartolomeo lo scorso giugno ha dato alle stampe La gentilezza come linguaggio della responsabilità sociale (Pluriversum edizioni, pagg. 408, euro 26), un ponderoso manuale che sviscera tutti i cardini della cortesia e li mette a disposizione di tutti, soprattutto di insegnanti ed educatori.
Il “come” realizzare nella pratica i suoi obiettivi è arrivato addosso a Natalia con la violenza di un treno in corsa: era il novembre 2023 e, da pochi mesi presidente del Movimento per la gentilezza, affrontò il linciaggio pubblico del padre, l’imprenditore Alberto Re, “colpevole” di aver organizzato ad Agrigento un Festival cinematografico che si rivelò un flop. Diffamato e massacrato sui social, accusato ingiustamente anche di malagestione del denaro pubblico, Alberto Re si tolse la vita.
«T re anni dopo, l’inchiesta sulla sua morte ci ha restituito un contesto in cui ci fu istigazione al suicidio, anche se la rilevanza è morale e non penale. Questa tragedia ha influito nel mio modo di approfondire il significato della gentilezza: mio padre è stato ucciso da un accumulo di parole. Non da una singola parola, ma dal coro», continua la figlia. Al centro della riflessione si è imposto dunque il tema del linguaggio. A partire dall’uso dei social, ampiamento trattato nel libro: «La rete amplifica quello che siamo. Sta a noi decidere se amplificare il rumore dell’odio o la forza discreta della verità». Proteggere la vittima, delegittimare chi offende, spezzare climi omertosi rendendo manifesti pregiudizi che screditano, lavorare sul fact checking, fino alla decisione legittima di sottrarsi al gioco – bloccando, non condividendo, ritirandosi: ecco alcune delle strategie suggerite da Natalia Re e Antonio di Bartolomeo per «disabilitare le performance d’odio e attuare forme complementari di resistenza».
L a gentilezza è oggi anche un’agenda politica: Natalia Re nell’ottobre 2025 è stata ascoltata in Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio e sulla violenza di genere e ha ribadito la necessità di una legge, un Kindness Act che riconosca la cortesia come strumento di prevenzione sociale e ne incoraggi la diffusione nelle scuole come metodo educativo e di prevenzione del bullismo, e nel mondo del lavoro per favorire ambienti professionali tolleranti e rispettosi. «Il nostro obiettivo – insiste Natalia Re, che sta lavorando anche a una misurazione statistica della gentilezza come indicatore sociale – è costruire una società che attraverso la gentilezza promuova una crescita economica più inclusiva e sostenibile».
E torniamo alla Natalia imprenditrice: davvero non perde mai le staffe con i suoi dipendenti? «Ma no! Anch’io ho le mie cadute e le mie fatiche. Non mi definirei mai una persona gentile, ma una persona che si allena alla gentilezza. Come? Si tratta di sospendere il giudizio, di riflettere prima di parlare, anche di sapere dire “no” nel modo giusto, non compiere un’azione senza spiegarne i motivi ai collaboratori, immedesimarsi negli altri, ascoltarne le ragioni e percepirne il desiderio di aprirsi». E alla fine tutto si tiene: se violenza chiama violenza, gentilezza chiama gentilezza.
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