Gli Usa, l'Iran e quella parola: "soffocare" non significa cambiare

La nuova offensiva economica americana punta a recidere i legami finanziari dell’Iran. Le sanzioni possono esercitare pressione e rendere più costose determinate scelte, ma senza obiettivi precisi e una via d’uscita non costruiscono accordi né garantiscono la caduta di un regime
Google preferred source
August 27, 2026
Gli Usa, l'Iran e quella parola: "soffocare" non significa cambiare
Una donna cammina per strada a Bandar Abbas, nel sud dell’Iran, sulla costa del Golfo Persico affacciata sullo Stretto di Hormuz /Reuters
C’è una parola che colpisce più delle altre nella nuova offensiva economica americana contro l’Iran: «soffocare». È quella che meglio restituisce la logica dell’ Operation Economic Outcast annunciata dal segretario al Tesoro Scott Bessent. L’obiettivo è recidere i legami finanziari di Teheran e colpire chi continuerà a commerciare con la Repubblica islamica. Nel mirino, asset digitali, tecnologia, oro, aviazione e trasporti marittimi. Il messaggio agli altri Paesi è netto: scegliere tra l’America e l’Iran.
La domanda è se l’asfissia economica riesca davvero a produrre il risultato politico atteso. Le sanzioni possono aumentare il costo di determinate scelte, ridurre risorse, ostacolare programmi militari e favorire un negoziato. Molto più difficilmente riescono, da sole, a modificare il comportamento di un regime o a farlo cadere. Funzionano meglio quando l’obiettivo è circoscritto e vi è una credibile via d’uscita: lo dimostra l’accordo sul nucleare iraniano del 2015, raggiunto dopo anni di sanzioni grazie anche all’apertura di una concreta prospettiva negoziale. Cuba vive sotto l’embargo americano da oltre sessant’anni e il suo sistema politico è sopravvissuto. La Corea del Nord non ha rinunciato al proprio arsenale nucleare. In Venezuela anni di misure restrittive non hanno prodotto il cambiamento auspicato. La Russia, dopo l’invasione dell’Ucraina, ha subìto sanzioni senza precedenti senza mutare strategia. Istruttivo anche l’Iraq degli anni Novanta: le sanzioni dell’Onu ebbero conseguenze umanitarie gravissime, senza provocare la caduta di Saddam Hussein.
È questo il paradosso. Le sanzioni possono impoverire una società prima di piegarne il governo. Nei sistemi autoritari rischiano perfino di rafforzare la narrativa del potere, che attribuisce al nemico esterno la responsabilità della crisi, si presenta come difensore della patria assediata e giustifica la repressione. Il prezzo più alto viene così pagato dalla popolazione, mentre le élite dispongono di maggiori strumenti per proteggersi. La repressione interna del regime iraniano resta durissima e le sue responsabilità non vanno sottovalutate. Ma la denuncia delle violazioni dei diritti umani non dovrebbe diventare la copertura morale di strategie che rispondono anche ad altri interessi. L’offensiva militare di Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha sollevato forti contestazioni sul piano del diritto internazionale, e sarebbe ingenuo leggerla soltanto attraverso la retorica della sicurezza. Sullo sfondo vi sono la centralità strategica dello Stretto di Hormuz e delle rotte energetiche del Golfo, gli equilibri regionali dopo l’indebolimento di Hezbollah e Hamas e il confronto con la Cina, principale acquirente del greggio iraniano.
Qui è utile distinguere tra sanzioni primarie e secondarie. Le prime vietano a cittadini, banche e imprese americane determinati rapporti economici con l’Iran. Le seconde possono invece colpire anche soggetti stranieri che continuano a intrattenere determinati rapporti con entità iraniane sanzionate, pur operando al di fuori degli Stati Uniti. Una banca europea o un’impresa indiana si trova così davanti a una scelta: continuare quei rapporti con Teheran oppure rischiare sanzioni americane, fino alla possibile esclusione dal sistema finanziario statunitense. Poiché gran parte delle transazioni internazionali passa ancora attraverso il dollaro, la capacità coercitiva di Washington si estende ben oltre i propri confini. È questo che rende le sanzioni secondarie particolarmente potenti. Ma il loro uso esteso può anche incentivare circuiti finanziari alternativi e accordi tra Paesi intenzionati a ridurre la propria dipendenza dal dollaro.
Il nodo non è scegliere tra sanzioni e acquiescenza, ma capire a quale politica siano subordinate. Se devono portare l’avversario al negoziato, servono obiettivi precisi, condizioni verificabili e una via d’uscita, come insegna proprio il precedente del 2015. Una sanzione priva di quella porta smette di essere uno strumento diplomatico e rischia di trasformarsi in semplice punizione. La vera debolezza delle sanzioni emerge quando vengono chiamate a fare ciò che non possono fare: sostituire la politica. Possono esercitare pressione e rendere più costose determinate scelte. Ma non costruiscono un accordo, non aprono da sole un negoziato e non garantiscono un cambiamento politico. L’Iran è soltanto l’ultimo capitolo di una storia più lunga. E quella storia insegna che soffocare un’economia è assai più facile che cambiare un regime, e molto più facile ancora che costruire la pace.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire