
Luca Pancalli
Le istituzioni sono corpi vivi, si animano attraverso le persone e per questo le regole che le disciplinano contribuiscono al loro funzionamento, alla loro capacità di incidere positivamente sulla vita di una comunità che sia locale, nazionale o internazionale. Da uomo di sport mi è sempre capitato di interrogarmi sul complesso rapporto tra politica e sport, sul dialogo tra le istituzioni che guidano questi due mondi. Vorrei però chiarire subito un possibile equivoco: la riflessione che vi propongo non nasce da un episodio specifico, anche se talvolta un fatto di attualità può offrire lo spunto per proporla, riguarda la legittimità del loro rapporto, oggi più che mai, indispensabile. Ho sempre ritenuto criticabile la progressiva deresponsabilizzazione della politica nei confronti dello sport che ha caratterizzato una lunga stagione del nostro Paese. Sarebbe, infatti, difficile immaginare uno sport isolato dalle istituzioni pubbliche, così come sarebbe impensabile una politica che non riconosca nel movimento sportivo uno straordinario strumento di educazione, salute, inclusione, coesione sociale e sviluppo. Valori oggi riconosciuti anche dalla nostra Costituzione.
La domanda che mi pongo è però un’altra: come valorizzare questo rapporto senza comprometterne l’autonomia reciproca? Se lo sport rivendica, giustamente, la propria autonomia, è coerente che la stessa persona possa esercitare contemporaneamente un ruolo di rappresentanza politica e un ruolo di rappresentanza nello sport? C’è un elemento che rende questa riflessione oggi ancora più attuale. Per molti anni il sistema sportivo italiano ha beneficiato di un modello di finanziamento che gli garantiva margini di autonomia maggiori rispetto a quelli odierni. Oggi, invece, il suo intero finanziamento dipende dalle scelte delle istituzioni. È il Governo che, attraverso le proprie proposte di bilancio, individua le risorse, è il Parlamento che le discute e le approva. Allo stesso modo, sono le Regioni e i Comuni che decidono quanto investire negli impianti, nella promozione sportiva, nella scuola, nell’attività di base.
La differenza tra investire poco o investire molto non è soltanto una questione contabile. Da quelle scelte dipendono una grande fetta di politiche pubbliche e opportunità concrete per milioni di cittadini. È una realtà che rende ancora più stretto e necessario il rapporto tra politica e sport. Ed è proprio per questo che credo sia doveroso domandarsi se le regole che lo disciplinano siano pienamente coerenti con il principio di autonomia che lo sport continua, giustamente, a rivendicare. Lo sport organizzato, del resto, svolge una funzione che va ben oltre la dimensione agonistica. Promuove la pratica sportiva di base, sostiene il lavoro delle associazioni e delle società, forma dirigenti, tecnici e volontari, educa le nuove generazioni e contribuisce alla crescita civile del Paese. Al tempo stesso, è chiamato a perseguire l’eccellenza. Quando un atleta indossa la maglia azzurra rappresenta l’Italia e il suo risultato diventa patrimonio di tutto il Paese.
Vi è poi la responsabilità di progettare e organizzare grandi eventi sportivi. Eventi che possono rappresentare una straordinaria occasione di sviluppo, ma soltanto se inseriti in una visione strategica di lungo periodo. L’evento non dovrebbe mai essere il traguardo, ma il punto di partenza di un investimento capace di lasciare infrastrutture, competenze, opportunità e una più solida cultura dello sport. Proprio perché politica e sport condividono obiettivi così importanti, è doveroso interrogarsi se le regole che disciplinano questa relazione siano pienamente coerenti con il principio di autonomia che lo sport continua, giustamente, a rivendicare. Perché il dialogo è una cosa, la sovrapposizione dei ruoli rappresentativi è un’altra. Naturalmente, tutto questo senza mettere in discussione la piena legittimità dei percorsi democratici attraverso i quali si accede tanto agli incarichi politici quanto a quelli di rappresentanza nello sport.
Qualcuno potrebbe osservare che gran parte degli organismi del sistema sportivo ha natura privatistica. È un’osservazione corretta sul piano giuridico, ma non è questo il punto. La riflessione che propongo non riguarda la natura degli enti, bensì l’opportunità di preservare, anche sul piano della percezione pubblica, l’autonomia e la credibilità del movimento sportivo. Questa riflessione nasce anche da un’esperienza personale. Quando fui nominato Assessore allo Sport di Roma Capitale ricoprivo la carica di Presidente del Comitato Italiano Paralimpico. Mi resi subito conto che quella duplice responsabilità avrebbe potuto determinare una situazione delicata. Nell’esercizio delle mie funzioni avrei potuto essere chiamato ad assumere decisioni riguardanti anche l’organismo che ero chiamato a rappresentare. All’epoca non esisteva alcuna incompatibilità prevista dalla legge, il comitato paralimpico ancora non era stato riconosciuto formalmente ente pubblico. Né ho mai dubitato che una persona possa svolgere entrambi gli incarichi con assoluta correttezza. Eppure, sentii il dovere di astenermi ogni volta che quella sovrapposizione avrebbe potuto anche solo ingenerare un dubbio. Nessuno me lo imponeva. Mi sembrò semplicemente la scelta più coerente.
Fu allora che iniziai a chiedermi se fosse giusto affidare esclusivamente al senso di responsabilità delle persone situazioni tanto delicate o se non fosse invece opportuno fare un passo in avanti sulla sua regolazione. Immaginiamo, allora, che in un futuro non impossibile, stante la normativa vigente, una parte significativa dei componenti dei Consigli Nazionali del Coni o del Comitato Italiano Paralimpico ricopra contemporaneamente anche incarichi politici, a livello nazionale, regionale o locale. Immaginiamo che quegli organismi siano chiamati a esprimere una posizione nei confronti di una scelta del Governo, del Parlamento, di una Regione o di un Comune. Potrebbe accadere che alcuni dei loro componenti si trovino nella condizione di conciliare la posizione espressa dal movimento sportivo con quella sostenuta nell’esercizio del proprio ruolo politico, qualunque sia il partito al quale appartengano, sia esso di maggioranza o di opposizione.
È vero: anche chi non ricopre incarichi politici può avere convinzioni, appartenenze o sensibilità personali. Ma nella mia esperienza ho imparato che, nelle istituzioni, la forma spesso è anche sostanza. Ed è proprio per questo che le regole devono saper prevenire anche situazioni soltanto potenziali. Non metto minimamente in discussione l’onestà intellettuale delle persone. Mi domando, però, se sia opportuno costruire un sistema nel quale un simile cortocircuito possa anche soltanto potenzialmente verificarsi, riportando all’interno dello sport organizzato dinamiche che appartengono fisiologicamente al confronto politico e che potrebbero incidere sulla credibilità della sua autonomia anche nella percezione dei cittadini. Le regole, del resto, non si costruiscono pensando soltanto a chi oggi è chiamato ad applicarle. Si costruiscono immaginando le situazioni che potrebbero presentarsi domani. È per questo che credo valga la pena aprire oggi una riflessione, quando il problema è ancora soltanto potenziale e non quando, eventualmente, potrebbe diventare reale. Non per allontanare la politica dallo sport. Al contrario. Per continuare a costruire un rapporto sempre più forte tra due mondi che hanno bisogno l’uno dell’altro, nella consapevolezza che proprio la forza di questa relazione rende ancora più importante preservare la credibilità dell’autonomia dello sport.
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