L'oro, le risate con mamma Fiona e il vero salto di Larissa: «Non ho più paura di essere me stessa»

L'intervista con la saltatrice dopo il titolo europeo a Birmingham: «Sia le soddisfazioni sia le delusioni hanno costruito la donna che sono oggi». I sogni da bambina, l'importanza della famiglia, l'abbraccio con Malaika dopo la vittoria
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August 25, 2026
L'oro, le risate con mamma Fiona e il vero salto di Larissa: «Non ho più paura di essere me stessa»
Larissa Iapichino medaglia d’oro nel salto in lungo ai campionati europei di atletica leggera a Birmingham / Epa
Un centimetro può sembrare niente, finché non diventa lo spartiacque tra il paradiso e il purgatorio. Larissa Iapichino lo ha trasformato in oro a Birmingham, vincendo il titolo europeo del lungo con un salto da sette metri esatti e lasciandosi alle spalle anni di attese, pressioni e confronti inevitabili. Il trionfo inglese ha mostrato una nuova serenità della ventiquattrenne fiorentina, un’atleta che ha imparato ad accettare fino in fondo il proprio talento. La vittoria è arrivata davanti a una parte consistente della famiglia, in un Paese che per Iapichino ha sempre avuto un sapore familiare.

Larissa, quanto è stato bello mettersi l’oro sul petto?
«È stato qualcosa di speciale, arrivato in maniera naturale, senza stress. Mi aspettavo una gara ravvicinata e sapevo che avrei dovuto rispondere alle altre. Mi sono piaciuta soprattutto mentalmente, sono stata brava a piazzare subito il primo salto e desideravo questo titolo con tutto il cuore».

La sua famiglia era praticamente al completo sugli spalti.
«Sì, e per me è stato molto speciale. Da bambina venivo spesso in Inghilterra in vacanza e qui vive la famiglia di mia mamma. Mancava soltanto mio nonno, che purtroppo è scomparso qualche tempo fa. Mia sorella aveva preparato anche uno striscione, anche se dalla pedana non riuscivo a leggerlo. C’era pure il fratello di mio padre, che vive a Londra».

Questo oro europeo, almeno, sua madre Fiona May non l’aveva mai conquistato. Glielo ha ricordato?
«Certo che gliel’ho detto», ride. «Lei mi ha risposto che era molto contenta per me. La prenderò in giro, poi però mi ricorderà tutti gli altri titoli che ha vinto. Ci divertiamo tantissimo su queste cose. In realtà tra noi non ci sono mai stati paragoni. Lei vuole che io riesca a superarla nelle misure e nelle medaglie. Siamo due saltatrici diverse che si vogliono un gran bene».

E suo padre cosa le diceva durante la finale?
«Le mie rincorse non erano granché e lui cercava di spronarmi, perché sapeva che avevo qualcosa in più. Il vento non era semplice da gestire e tendeva a sballarmi l’approccio alla pedana».

Dal suo volto dopo la gara emergeva una serenità diversa rispetto a qualche anno fa. È cambiato qualcosa?
«Sì, sono maturata tanto. Non penso che d’ora in poi andrà sempre tutto bene, ma ho trovato una certa stabilità e un modo diverso di affrontare la pressione. Quando sai di poter valere tanto rischi di caricarti eccessivamente. Io ho imparato a prendere anche le esperienze negative e a trasformarle in qualcosa di utile».

Quindi non esiste più la Larissa capace di “auto-sabotarsi” come lei raccontava in passato?
«Ho iniziato a non avere più paura di chi sono. Prima il mio talento mi spaventava davvero. Mi rendevo conto di avere quasi paura di essere me stessa e questa cosa mi frenava. Poi mi sono detta che dovevo semplicemente essere la Larissa che sono davvero e da lì è cambiato tutto».

È arrivato anche il momento di non essere più identificata soltanto come una figlia d’arte?
«Assolutamente sì, anche se ho soltanto 24 anni e sto ancora cercando di capire chi sono. In pedana mi sento molto decisa e ho padronanza me stessa. Nella vita, invece, ho ancora tanti dubbi. Conoscermi meglio e fare esperienze mi aiuta. Sia le soddisfazioni sia le delusioni hanno costruito la donna che sono oggi».

Perché prima dell’Europeo ha mantenuto un profilo molto basso?
«Volevo rimanere nella mia bolla. Stavo in camera, leggevo, guardavo film e sceglievo anche l’arredamento per il mio nuovo appartamento. Avevo bisogno di stare con me stessa e con i miei pensieri, sentendo arrivare la gara senza distrazioni».

Dopo la finale è stato molto bello l’abbraccio tra lei e le avversarie, soprattutto nei confronti di Malaika Mihambo.
«Ci tenevamo a consolarla. Per me Malaika è la dea di questa specialità e volevo dirle che aveva semplicemente vissuto una giornata storta. Noi siamo fortunate ad averla come fonte d’ispirazione. Lo sport deve unire. Siamo rivali, ma ci vogliamo bene e credo che questo sia il senso di tutto».

Da bambina avrebbe mai immaginato una vittoria del genere?
«No, perché da bambina non volevo nemmeno fare atletica. È stata proprio l’atmosfera di queste manifestazioni a convincermi a provare».

E adesso quali sono i prossimi obiettivi?
«La finale di Diamond League a Bruxelles il 5 settembre e l’Ultimate Championship a Budapest l’11».

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