Sinner ha rinunciato agli Us Open.
Anche fermarsi è da numero 1

Il ginocchio traballa e Jannik sceglie 
di non forzare. Il largo vantaggio nel ranking gli permette di curarsi senza inseguire i punti: «Sono deluso, mi serve tempo per recuperare»
Google preferred source
August 21, 2026
Sinner ha rinunciato agli Us Open.
Anche fermarsi è da numero 1
Sinner in azione sui campi di Wimbledon, dove è campione in carica / Reuters
Jannik Sinner non giocherà gli US Open. Il ginocchio destro che lo aveva già costretto a rinunciare a Montreal e Cincinnati non offre ancora le garanzie necessarie per affrontare sette possibili partite al meglio dei cinque set sul cemento di Flushing Meadows. E così il numero uno del mondo ha scelto la soluzione apparentemente più dolorosa e, forse, più intelligente: fermarsi. Sicuramente, è una decisione che racconta qualcosa della maturità raggiunta da Sinner almeno quanto le sue vittorie. Il campione giovane è spesso portato a considerare ogni torneo come un’occasione irripetibile. Quello maturo impara invece che una stagione, e ancora di più una carriera, si costruiscono anche attraverso le rinunce. L’ingordigia è nemica, nello sport e non solo, della longevità agonistica. Sinner ha venticinque anni, ha appena vinto il quinto Slam della carriera e il secondo Wimbledon consecutivo. Non ha bisogno di dimostrare di poter giocare male, o mezzo infortunato, soltanto per essere presente a New York.
Certamente, c’è anche una componente di sano cinismo sportivo. La classifica gli consente di aspettare. Dopo le rinunce alla tournée nordamericana Sinner conserva un margine enorme sugli inseguitori: circa cinquemila punti su Alexander Zverev e ancora di più su Carlos Alcaraz dopo la mancata difesa dei punti di Cincinnati. A New York perderà quelli della finale dello scorso anno, ma nemmeno il vincitore degli US Open potrà sottrargli immediatamente il numero uno. La leadership resterà sua almeno fino all’inizio della stagione asiatica, se non fino al prossimo anno. È un dettaglio importante. Significa poter separare la medicina dalla classifica. Non forzare il recupero perché non ce n’è bisogno. E affidarsi invece a un percorso seguito in Italia, prima con gli accertamenti alla Physioclinic di Milano, quindi con le sedute al J Medical di Torino, prima di proseguire il lavoro a Montecarlo con il proprio staff. Non è provincialismo medico: è la conferma che la medicina sportiva italiana dispone di professionalità e strutture alle quali anche il numero uno del tennis mondiale sceglie di affidare una parte fondamentale della propria carriera. Sinner, in fondo, sta facendo quello che i grandi campioni contemporanei hanno imparato dalla trasformazione dello sport professionistico: il corpo non è più qualcosa da consumare fino alla rottura, ma una risorsa da amministrare. Programmare significa anche accettare di perdere oggi per poter vincere domani.
Curiosamente, mentre Sinner si ferma, torna Carlos Alcaraz. Lo spagnolo ha annunciato la partecipazione agli US Open dopo quattro mesi e mezzo lontano dal circuito per il problema al polso destro accusato a Barcellona. Non gioca una partita ufficiale da aprile, ha saltato Roland Garros e Wimbledon e arriva direttamente nello Slam del quale è campione in carica. Negli ultimi giorni ha aumentato l’intensità degli allenamenti a Murcia, anche con Holger Rune, e ha ricevuto il via libera per rientrare. È qui che New York diventa interessante. Per quasi due anni il tennis maschile si è abituato a pensare i grandi tornei come una questione privata tra Sinner e Alcaraz. Quando uno dei due mancava, la geometria del tabellone improvvisamente cambiava. Stavolta Alcaraz ci sarà, ma nessuno sa quale Alcaraz: quattro mesi e mezzo senza partite sono moltissimi, soprattutto per chi deve affrontare immediatamente il ritmo feroce di uno Slam sul cemento. Il favorito resta inevitabilmente lui. Ma dietro si apre uno spazio che negli ultimi tempi sembrava quasi scomparso. Alexander Zverev ha finalmente spezzato al Roland Garros la maledizione dello Slam che gli mancava, battendo proprio Flavio Cobolli in finale. Poi ci sono gli italiani. Cobolli, appunto, non è più soltanto una promessa: a Cincinnati ha raggiunto la prima semifinale Masters 1000 della carriera, dopo aver già giocato la finale di Parigi. Musetti, che continua lentamente a rendere il proprio tennis meno dipendente dalla terra battuta, in Ohio è arrivato ai quarti. Nessuno dei due partirebbe come favorito, ma entrambi arrivano a New York sapendo di poter battere giocatori di vertice anche sul cemento. Ben Shelton, poi, ha appena vinto il Masters 1000 di Montreal. Daniil Medvedev sembra invece riaffacciarsi dopo mesi meno luminosi. È questo forse il regalo involontario che Sinner fa agli US Open: restituisce al torneo una quota di imprevedibilità. Sinner si è detto «deluso» e che «serve tempo», ma rinunciare a uno Slam quando si è numero uno non è debolezza è dimostrazione di forza.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire