
Viviamo un tempo in cui la tecnologia promette di colmare ogni vuoto, anche il più intimo, come il bisogno di essere ascoltati, compresi, accolti e consolati. Ma dietro questa promessa si nasconde una domanda che riguarda tutti, non solo chi progetta algoritmi: che cosa significa, davvero, essere amati?
Papa Leone XIV, nell’enciclica Magnifica humanitas , mette in guardia: quando la parola viene simulata, costruisce solo una parvenza di relazione e il rischio non è quindi credere di parlare con una persona, bensì perdere il desiderio di cercarla davvero. Una macchina sa generare la risposta perfetta, eppure non può donare sé stessa, perché l’amore nasce da un dono reciproco, non da una prestazione statistica.
Molto prima dell’Intelligenza artificiale, la letteratura aveva già intuito il problema. Nel 1818 Mary Shelley scrisse Frankenstein : un romanzo che sembra dedicato all’orrore della scienza e che invece racconta soprattutto la solitudine. La creatura non nasce cattiva: diventa disperata perché nessuno la ama. La tragedia, quindi, non sta nell’aver creato la vita, bensì nell’aver abbandonato la relazione con ciò che si è creato. E oggi corriamo un rischio simile, solo rovesciato: non creiamo esseri umani che chiedono amore, ma strumenti che lo simulano. Una relazione vera implica vulnerabilità (posso soffrire per te, aspettarti, perdonarti e cambiare grazie a te) laddove una macchina resta immobile.
Se una macchina non può possedere «un cuore che si consegna, né una coscienza che discerne il bene», come si legge nell’enciclica, è perché queste capacità nascono altrove: nella libertà di cercare la verità e nel coraggio di lasciarsi cambiare da essa. Due immagini del nostro tempo lo mostrano bene. In 1984 di George Orwell, il potere non si limita a sorvegliare: ridefinisce la verità stessa. Da lì una frase decisiva: «La libertà è la libertà di dire che due più due fa quattro». Senza verità non c’è libertà e senza libertà non può esistere amore. In Povere creature! di Yorgos Lanthimos, invece, una vita si costruisce attraverso l’esperienza, l’errore e la scoperta: «Io voglio conoscere». Tra il controllo che spegne la verità e la ricerca che la fa crescere si gioca sempre la stessa domanda: che cosa rende davvero umano l’umano?
A questa domanda San Francesco offre una risposta sorprendentemente contemporanea. Non si è innamorato della perfezione, ma dell’imperfetto: il suo cammino comincia con l’incontro del lebbroso, con ciò che resiste, che mette in crisi e che non si può controllare. Da lì nasce un’altra domanda che attraversa tutto il ragionamento: l’amore può esistere senza ferita? Ogni relazione autentica implica rischio, tempo, pazienza e vulnerabilità e quindi la disponibilità a essere toccati, cambiati, messi in discussione e persino feriti. Un algoritmo può comprendere, ma non può soffrire con noi. Senza questa possibilità mancano le dimensioni più profonde della relazione: il dono e la responsabilità.
Siamo tentati di “innamorarci” delle macchine perché offrono una relazione senza rischio: non ci rifiutano, non ci giudicano, non si stancano e si adattano a noi. Ma dietro questa apparente semplicità si nasconde una trasformazione del desiderio: non tanto amore per le macchine, quanto ricerca di relazioni senza vulnerabilità, senza attrito e dunque senza crescita. San Francesco, forse, direbbe così: non avete bisogno di meno relazione, ma di più relazione. Non cercate legami perfetti: cercate legami veri. È solo nell’imperfezione, nell’altro che ferisce e salva, che l’amore diventa reale. Questo non significa rifiutare la tecnologia. Possiamo “innamorarci” della macchina non come fine, ma come mezzo per curare malattie, connettere chi è solo, assistere gli anziani o liberare l’uomo dai lavori più gravosi, per esempio. Il pericolo è un altro: scambiare il mezzo per il fine, l’algoritmo per una nuova idolatria.
C’è poi un’altra immagine che aiuta a mettere a fuoco la posta in gioco e che papa Leone XIV riporta nell’enciclica Magnifica humanitas . Platone, nella Lettera VII , scrive che la verità non si trasmette come un contenuto qualunque: nasce nell’anima “come una scintilla”, dopo un lungo tempo di dialogo, ricerca, silenzio e vita condivisa. Viviamo in un tempo in cui tutto sembra disponibile subito, ma quello che si riceve immediatamente non è ancora verità: è, al massimo, informazione. La verità nasce quando qualcosa dentro di noi si accende e questa accensione richiede tempo, fatica, ascolto e relazione. L’intelligenza artificiale potrà darci risposte perfette, ma non potrà mai sostituire questo processo interiore. La sfida non è quindi difenderci dalle macchine: è non smarrire questa scintilla, non perdere il gusto della ricerca lenta, del dialogo vero e della fatica del pensare.
Torniamo a Frankenstein. Il rischio descritto da Mary Shelley non è la creazione della vita, ma l’abbandono della relazione con ciò che abbiamo creato. Se ci innamoriamo delle macchine e smettiamo di guardare negli occhi chi ci sta accanto, stiamo costruendo un deserto. Se invece usiamo l’intelligenza artificiale per rimettere l’uomo al centro, stiamo ricostruendo, pezzo dopo pezzo, le mura della nostra umanità. La domanda decisiva, allora, non è se ci innamoreremo delle macchine, ma se accetteremo ancora di amare ciò che è imperfetto, reale ed esigente. All’Antoniano ci proviamo affinché le pietre “scartate” dal sistema (i poveri, i malati, i piccoli) diventino testata d’angolo di una dimora comune solida e ospitale. Custodire ciò che ci rende umani significa proprio questo: nessuna macchina potrà mai guardare una persona fragile e decidere di fermarsi. Il futuro dipenderà dalla nostra capacità di non smettere di amare davvero.
Direttore dell’Antoniano
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