Se la cifra della nostra identità digitale è l'impotenza
di Luca Miele
Siamo attraversati dal conflitto tra il nostro essere finito e la dimensione “mediale” infinita nella quale siamo immersi

Mai come oggi, la nostra soggettività appare liberata dai limiti che tradizionalmente la circoscrivevano. Possiamo disseminare l’infosfera delle nostre opinioni e delle nostre tracce, accedere ogni momento alla rete ed esplorare i meandri dello scibile umano, apprendere cosa succede in qualsiasi angolo del mondo in tempo reale, mobilitarci virtualmente per qualsiasi causa, esprimendo sdegno o empatia. Non solo, dunque, la soggettività appare sciolta, ma si è oltremondo dilatata, espandendosi all’infinito. L’immersione totale nell’ecosistema mediale ha centuplicato le nostre possibilità e, soprattutto, ci ha sdoppiati, rivestendoci di un’altra “identità” che abita stabilmente lo spazio mediale.
Come si declina questa seconda “identità”? La soggettività appare perennemente stimolata perché continuamente immersa nel flusso, nello sciame informativo. Catturata da questo gioco continuo di rimandi, folgorazioni, seduzioni è la nostra attenzione, sempre più contesa dai contenuti che fluttuano, “scrollano” davanti ai nostri occhi. L’effetto finale di questa esposizione è paradossale. Da un lato la saturazione del nostro orizzonte mentale/cognitivo, dall’altro la sostituzione dell’azione reale con il puro movimento dello sguardo e dell'interfaccia. Ci ritroviamo fisicamente (e politicamente) immobili di fronte a uno schermo.
È quella condizione catturata dal filosofo Byung-Chul Han: l'accumulo cumulativo e compulsivo di informazioni distrugge la capacità di narrazione, riflessione e verità. Si dirà: ma la televisione non aveva già sfondato i limiti della nostra soggettività, trasformando il soggetto in spettatore, in Homo videns? C’è una differenza fondamentale, tra i vecchi (televisione) e i nuovi apparecchi (smartphone, PC). Mentre la televisione resta ancorata in un punto fisico, per cui il suo potere continua a essere localizzato, statico, lo smartphone e il PC si sono liberati dallo spazio: sono dei veri e propri “arti” che si aggiungono a quelli del nostro corpo, vere e proprie protesi che decostruiscono continuamente la nostra presenza: siamo fisicamente in un luogo, ma abitiamo contemporaneamente altre sfere, dialoghiamo con altri mondi. Siamo sempre “qui” e “altrove”. E ancora: la televisione si caratterizza per un’offerta che resta “pilotata” e imposta, comunque costretta dentro limiti strutturali mentre lo smartphone consente di accedere a contenuti virtualmente infiniti, costruiti sui nostri gusti, scelti in base alle nostre preferenze.
Questa espansione/moltiplicazione urta però con qualcosa che ci abita profondamente, con quella che possiamo considerare la cifra dell’umano. L’ha colta, con grande esattezza, il filosofo Salvatore Natoli: l’esistenza è una puntuazione di forza. Le nostre capacità, circoscritte nel tempo e nel luogo al quale apparteniamo, sono limitate, ridotte. Sono finite. Una puntuazione appunto. Analogamente per Byung-Chul Han, «siamo esseri terrestri, radicati in un luogo. L'ordine digitale, invece, ci sradica e ci trasforma in esseri senza luogo, senza corpo e senza presenza”.
Come si traduce questo conflitto interno alla soggettività contemporanea, questa alterazione tra ciò che siamo e ciò che possiamo, tra il nostro essere finito e la dimensione “mediale” infinita nella quale siamo immersi? Nel più radicale (e drammatico) degli stati d’animo, vera cifra del nostro tempo: l’impotenza. La nostra impotenza misura tutta la distanza tra ciò che vorremmo fare e ciò che possiamo realmente fare. Tra l’appello con il quale il mondo costantemente ci investe e il raggio della nostra azione, ontologicamente limitato. È, e sarà, il tema del nostro tempo: come “compromettere” la tecnologia, in tutte le sue declinazioni, con l’antropologia del finito.
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