L'inclusione in classe? Senza né pietismo né scorciatoie
di Marco Erba
Dario e i suoi compagni dimostrano come amicizia, responsabilità e fiducia possono trasformare limiti e fragilità in occasioni di crescita e di vita condivisa

Dario è simpaticissimo: ha un sorriso contagioso, lo sguardo luminoso. A volte sembra chiudersi in sé, perso nei suoi pensieri: quando però entra in relazione mette allegria, semina buonumore. Dario non può camminare: vive seduto sulla sua carrozzina elettrica, che conduce ovunque con grande agilità. Dario è ben inserito nella sua classe: ha amici veri, con cui si trova in sintonia. Certo, a volte ci sono le inevitabili tensioni che tra adolescenti si creano, ma nel complesso quando entro in quella classe respiro un clima bello, accogliente. Dario e i suoi amici sono un dono per la mia vita: mi hanno aiutato ad aprire nuove prospettive. Ad esempio durante un concerto a scuola. A quel concerto l’accompagnatore ero io, con me c’era l’educatore di Dario. Siamo entrati nell’auditorium della scuola tra i primi, ci siamo messi davanti. Quando però il concerto stava per iniziare, Dario mi ha chiesto di uscire: il suono così ravvicinato degli strumenti, delle voci, delle casse, avrebbe potuto dargli molto fastidio. Mi è dispiaciuto, ma non me la sono sentita di chiedergli uno sforzo: gli ho detto di sì, rassegnato. L’educatore si stava già alzando per accompagnarlo, quando è intervenuto un compagno. «Ma no, aspetta» ha detto a Dario. «Non uscire: stiamo insieme in fondo all’auditorium dove la musica arriva meno potente e vediamo come va. Che ne dici?» gli ha chiesto. Dario ha annuito: ci stava, valeva la pena provare. Io ho assistito alla scena, ma non sono intervenuto. Quel compagno mi ha chiesto: «Prof, possiamo?»
Mi è bastato uno sguardo d’intesa con l’educatore per capire che anche lui era d’accordo. «Sì, certo» ho detto. Dario è partito con la sua carrozzina, alcuni compagni lo hanno seguito e si sono messi in ultima fila, tranquilli, ad attendere l’inizio del concerto. Mi sono voltato indietro più volte durante lo spettacolo: Dario cantava, rideva, gli brillavano gli occhi, si muoveva al ritmo della musica. I suoi compagni cantavano a loro volta, si divertivano. Non erano lì con lui per compassione, erano lì con lui per condividere un’esperienza. Erano un gruppo di amici, e che uno di loro fosse seduto su una carrozzina e gli altri sulle sedie dell’auditorium non cambiava nulla. Io li osservavo, poi mi voltavo verso il palco e non riuscivo a decidere quale fosse il vero spettacolo.
Una settimana dopo stavo andando verso la scuola in auto per una riunione fissata subito dopo la fine delle lezioni. Non avevo le ultime ore quel giorno, quindi ero tornato a casa per poi rientrare. La mia scuola è collegata alla città da una comodissima pista ciclabile che corre in un prato non lontano dalla strada asfaltata. Guidavo proprio lungo quella ciclabile, quando ho notato qualcuno che la percorreva. Dario: andava sulla pista ciclabile dritta e completamente libera a tutta velocità con la sua carrozzina elettrica. Ma non era solo: in piedi dietro di lui, sulla carrozzina, c’era uno dei compagni che con lui era stato in fondo all’auditorium durante il concerto a scuola. Dovevano fare un lavoro scolastico insieme, avrei scoperto il giorno dopo, e si stavano dirigendo a casa del compagno. Ma era Dario a portarlo: la sua carrozzina elettrica era veloce e faceva risparmiare tempo a entrambi.
Porto nel cuore queste due immagini, affiancate come in un dittico. Dario che, di fronte a una difficoltà, non viene lasciato solo dai compagni e riesce ad assistere a un bel concerto, godendone dal fondo di quell’auditorium. Dario che restituisce il favore, dando a suo modo un passaggio a uno dei compagni che gli è rimasto al fianco nel momento del bisogno. Un bisogno che si fa dono, un limite che diventa condivisione. Quel compagno ha accolto il limite di Dario, che ha avuto la forza di condividerlo, e ora, su quella carrozzina, il limite di Dario diventava uno strumento utile a entrambi. Penso che questi due episodi, che questi due gesti di attenzione, valgano quanto tutte le ore di educazione civica che ogni anno, a volte un po’ stancamente, proponiamo ai nostri studenti.
Parlare di inclusione a scuola non è facile: si rischia lo slogan, il proclama privo di concretezza. A volte si rischia di usare questo termine per autoincensarsi o per affermare dei sacrosanti principi, senza però tenere conto della fatica delle circostanze concrete. Di certo, inclusione non significa protezione eccessiva. Il rischio è che, per tutelare una persona in condizione di fragilità, la si metta sotto una campana di vetro, facendo sconti e rinunciando alle sfide. Così però crescere è impossibile. Inclusione è anche impatto con la realtà, impatto che non può essere privo di conflitto. L’inclusione è inoltre totalmente estranea al pietismo. Se la compassione è un nobilissimo sentimento, il pietismo distrugge: la retorica del «poverino», del giustificare ogni azione alla luce delle difficoltà, non aiuta affatto; anzi, è ancora più escludente. Penso a Dario, ai suoi compagni, alla sua famiglia, che anche su questo mi hanno insegnato tanto. Dario fa sport, sostenuto dai genitori, che si sobbarcano a volte lunghe trasferte. Genitori che lo sfidano a buttarsi nella sfida, e così lo aiutano a tirare fuori il meglio di sé, a vivere la sua vita appieno. Parlando delle sue gare, una volta l’ho sfidato anche io a una competizione nel cortile della scuola: io con la mia bicicletta elettrica, lui con la sua carrozzina elettrica. Ci è stato: abbiamo riso e scherzato, lo ricordo come un momento molto bello. Vedere Dario sorridere mi ha confermato il potere terapeutico dell’ironia e dell’autoironia: non c’è peso che non possa essere alleggerito da una risata spontanea, non c’è fatica che non possa essere affrontata con più energia.
Alla giornata dell’atletica, nella staffetta quattro per cento, insieme ai suoi compagni ha gareggiato anche Dario. Non è stato facile emotivamente, è ovvio, ma per lui e per tutti è stato un successo incredibile, un episodio da manuale. Il senso di una scuola inclusiva non è rendere tutto più facile, cancellare il disagio, ma allenare ad abitarlo, proprio come quel giorno è accaduto. Per questo quella staffetta è stata un trionfo umano ed educativo. C’è un ultimo episodio che mi ha colpito e che ha Dario per protagonista. Un giorno, in classe, c’è stata tensione e lui ha manifestato una richiesta con una modalità scomposta. Io, per quieto vivere, l’ho assecondato. All’intervallo è venuto da me uno degli amici di Dario e me lo ha fatto notare: «Prof, secondo me non è giusto cedere per evitare lo scontro quando la richiesta non è motivata e non è portata avanti nei dovuti modi.» Ho pensato tutto il giorno a quelle parole. La mattina dopo sono entrato in classe, ho ripreso davanti a tutti l’episodio e la critica mossami da quel compagno e ho detto che quel compagno aveva ragione. Poi mi sono scusato. Il compagno che mi aveva criticato era uno di quelli che era stato al fianco di Dario in fondo all’auditorium. È un suo amico vero, fa parte del gruppo con cui Dario esce nel fine settimana. Il suo essere diretto e il suo non fare sconti, mi rendo conto, è stato più inclusivo del mio cedimento per rendere la situazione più tranquilla. Mi ha insegnato che, se giustizia non significa trattare tutti allo stesso modo ma dare a ciascuno il suo, non è però nemmeno giusto fare differenze dove non serve, trattando da diverso chi non lo è. Perché nessuno è diverso; anzi, lo siamo tutti: ciascuno di noi è unico e irripetibile nella storia dell’umanità ed è chiamato a vivere le proprie relazioni e la propria esistenza al massimo delle sue potenzialità, senza sconti né scorciatoie.
Marco Erba è insegnante e scrittore
Marco Erba è insegnante e scrittore
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