Corea, un nuovo santuario per 197 martiri. Nomi dimenticati sulla terra, ma scritti in cielo

Nelle persecuzioni dell’Ottocento persero la vita strangolati o per le torture subite. Il Papa ricorda le eroiche origini della comunità cattolica del Paese e guarda alla Gmg di Seul del 2027
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October 5, 2026
Corea, un nuovo santuario per 197 martiri. Nomi dimenticati sulla terra, ma scritti in cielo
Messa per la cerimonia di proclamazione del santuario del martirio di Gongju Hyangok / www.kknews.co.kr
«La Chiesa in Corea è cresciuta sulla testimonianza dei martiri». Lo ha ricordato Leone XIV questa mattina, ricevendo in Sala Clementina i sacerdoti, le religiose e i religiosi coreani residenti a Roma. Una storia  «davvero singolare», ha osservato il Papa: la fede germogliò infatti in Corea sul finire del XVIII secolo grazie a laici che, entrati in contatto con testi cristiani provenienti dalla Cina, cominciarono a studiarli e a riunirsi, dando vita a una comunità prima ancora dell'arrivo stabile dei missionari. E «custodire la memoria dei martiri – ha aggiunto il Pontefice – significa permettere che la loro fede continui a vivere nelle nostre scelte, nel servizio, nel perdono e nel dono di noi stessi».
Parole che acquistano un significato particolare alla luce di quanto accaduto appena due giorni fa a Gongju, città a circa 125 chilometri a sud di Seul e a una trentina a nord-ovest di Daejeon. Sabato 3 ottobre la diocesi di Daejeon ha riconosciuto ufficialmente come Santuario dei martiri di Gongju Hyangok l'area dove sorgeva una delle prigioni in cui, durante le persecuzioni anticristiane della dinastia Joseon, furono rinchiusi e uccisi moltissimi cattolici.
A dare notizia del riconoscimento è stato, tra gli altri, il quotidiano locale Geumgang News, che ha seguito la celebrazione sul posto. La Messa è stata presieduta da Stefano Han Jung-hyun, vescovo ausiliare di Daejeon, nell'area archeologica alle spalle dell'Istituto di storia della Chiesa di Naepo. A nome del vescovo Augustinus Kim Jong-soo, Han ha proclamato santuario l'area dell'antica «Hyangok», la prigione provinciale.
Per comprendere che cosa rappresenti quel piccolo lembo di terra occorre tornare alla storia, impressionante, del cattolicesimo coreano. Secondo la Conferenza episcopale del Paese, le persecuzioni causarono almeno 10mila martiri. Le più violente furono quelle del 1801, 1839, 1846 e soprattutto la grande persecuzione del 1866, la Byeongin bakhae, che per estensione e ferocia fu la più sanguinosa. Centotre di quei martiri furono canonizzati da san Giovanni Paolo II a Seul nel 1984; altri 124 furono beatificati da Francesco nel 2014. Erano in grandissima parte uomini e donne laici: famiglie, catechisti, contadini, artigiani e persone di ogni condizione sociale che avevano abbracciato una fede che lo Stato considerava sovversiva. 
Gongju fu uno degli epicentri di quella repressione. Era sede del governatore del Chungcheong e quindi un importante centro amministrativo e giudiziario. I cristiani arrestati nella regione vi venivano condotti, interrogati e torturati perché rinnegassero la fede. Secondo le ricerche dello storico Seo Jong-tae, direttore dell'Istituto di ricerca sulla fede e la cultura del Santuario internazionale di Haemi, furono 282 i cattolici martirizzati a Gongju e 197 quelli morti nella sola Hyangok.
Atroce era il sistema utilizzato per le esecuzioni: i carnefici praticavano un'apertura nella parete della prigione, vi facevano passare una corda e la ponevano attorno al collo del condannato. Dall'interno veniva dato il segnale e l'esecutore, all'esterno, tirava la corda fino a provocarne la morte. Altri detenuti morirono per le conseguenze dei supplizi ricevuti durante gli interrogatori.
In molti casi non conosciamo neppure i nomi di coloro che furono martirizzati. Per molto tempo era rimasta incerta persino l'esatta ubicazione della prigione. Una svolta è arrivata nel 2024. L'Istituto di storia della Chiesa di Naepo, della diocesi di Daejeon, trasferì la propria sede nella zona in cui le ricerche storiche collocavano la Hyangok e avviò le indagini. Nel novembre di quell'anno il Catholic Times diede notizia dei risultati dei primi scavi archeologici: erano emerse file di pietre e strati di tegole, insieme a frammenti di porcellana bianca e altri reperti dell'epoca Joseon. Gli archeologi ritennero che gli elementi rinvenuti fossero compatibili con l'antica prigione, pur sottolineando la necessità di ulteriori scavi per arrivare a un'identificazione definitiva.
Il riconoscimento del 3 ottobre completa così un percorso che non è soltanto archeologico. Restituisce un luogo fisico a uomini e donne dei quali spesso non possediamo un volto e neppure un nome, ma dei quali è rimasta la scelta compiuta davanti alla morte.
È proprio questa memoria che Leone XIV ha richiamato oggi parlando ai coreani a Roma, anche in vista della Giornata mondiale della gioventù che Seul ospiterà nel 2027. «La prossima Giornata Mondiale della Gioventù – ha detto – renderà visibile tutto questo. Giovani provenienti da ogni parte del mondo arriveranno in una terra dove il Vangelo è cresciuto attraverso la testimonianza dei martiri». E ha aggiunto: «Vorrei che fosse un grande incontro tra memoria e futuro: i martiri consegnano la fede alle nuove generazioni e i giovani la ricevono per portarla sulle strade del mondo».

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