L’idea di Una «cooperativa dei dati»: la terza via tra Stato e Big Tech

di Tonj Della Vecchia
Persone, piccole imprese e lavoratori autonomi dovrebbero associarsi per gestire collettivamente le informazioni che generano, negoziandone insieme le condizioni d’uso. Un modello fondato su proprietà democratica, redistribuzione del valore e tutela dei singoli
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August 21, 2026
L’idea di Una «cooperativa dei dati»: la terza via tra Stato e Big Tech
Un data Center /Imagoeconomica
Il mercato digitale è dominato da poche grandi piattaforme che hanno costruito fortune raccogliendo i dati degli utenti in cambio di servizi apparentemente gratuiti: gli utenti forniscono i dati e le piattaforme li trasformano in profitto, generando una concentrazione di potere senza precedenti. L’Unione europea ha cercato di riequilibrare questo rapporto promuovendo uno Spazio comune europeo dei dati, in cui la circolazione delle informazioni avvenga in modo equo e accessibile a tutti.
La domanda di fondo è: a chi appartiene la traccia digitale che lasciamo di noi stessi? Su questo si è espressa con chiarezza la Magnifica humanitas di Leone XIV, che ha incluso tra i beni destinati a tutti «brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati»: quando restano concentrati nelle mani di pochi, avverte l’enciclica, si genera «un nuovo squilibrio che contraddice la destinazione universale dei beni» (par. 67). Il documento addita la via del pluralismo e della sussidiarietà, perché «nelle scelte che riguardano i flussi economici e le piattaforme digitali, nel governo dei dati e degli algoritmi, non si può lasciare che pochi attori orientino da soli i processi, ma è necessario costruire forme di cooperazione che rispettino i diversi livelli della comunità mondiale e li rendano corresponsabili del bene comune» (par. 72). Ci consegna infine un monito sulla proprietà dei dati: «Non può essere affidata solo a privati, ma va regolamentata. Essi sono frutto del contributo di molti e non possono essere venduti o affidati a pochi. Serve una creatività in grado di gestirli come uno dei beni comuni o collettivi, nella logica della condivisione» (par. 108).
A questo solenne appello alla “creatività” la cooperazione risponde con l’idea della cooperativa di dati: persone, piccole imprese e lavoratori autonomi si associano per gestire collettivamente le informazioni che generano, negoziandone insieme le condizioni d’uso. La cooperativa funge da intermediario fidato tra chi produce dati e chi li utilizza – aziende, enti pubblici, centri di ricerca – garantendo trasparenza e redistribuzione dei benefici. Il modello applica a un contesto nuovo una formula collaudata da quasi due secoli, nata per proteggere lavoratori, produttori e consumatori dalla concentrazione del potere economico. Garantisce proprietà democratica (decisioni collettive, limiti di potere per gli azionisti esterni orientati al solo profitto), redistribuzione del valore tra produttori dei dati, tutela della persona (che mantiene il controllo sui propri dati e può revocare il consenso) e potere contrattuale (dare un’unica voce a soggetti altrimenti deboli).
In tal modo si evita anche una scorciatoia altrettanto insidiosa: affidare allo Stato la “proprietà pubblica” dei dati, che significherebbe sostituire il dominio delle piattaforme private con un Leviatano digitale. La cooperativa offre una terza via, dal basso, fondata sulla fiducia reciproca, sull’autogoverno e sul pluralismo dei soggetti.
Restano ostacoli concreti: la competizione con giganti dalle risorse enormi, il costo delle infrastrutture e la necessità di un’esperienza d’uso semplice per i soci-utenti. Le sperimentazioni più promettenti nascono dove esistono già comunità coese: in sanità, con pazienti che condividono le cartelle cliniche con i ricercatori; in agricoltura, con dati condivisi su raccolti e clima; nel lavoro digitale, con rider e autisti che iniziano a controllare i dati generati dalla propria attività.
Per crescere, servono alcune condizioni di contesto. La prima riguarda le regole europee. Con grande lungimiranza l’Ue ha già disciplinato la cooperativa di dati (Regolamento Ue 2022/868, noto come Data Governance Act ), inquadrandola però nell’attività di “intermediazione dei dati”: le cooperative di dati invece andrebbero adattate alla loro natura di strumento di valorizzazione nell’interesse dei soci, non di intermediario neutro tra parti disinteressate. La seconda condizione pertiene al trattamento fiscale: la tassazione dei grandi operatori digitali dovrebbe riflettere la realtà economica, riservando alle cooperative di dati un trattamento differenziato. La terza riguarda il contesto italiano: le cooperative di dati al momento non rientrano tra le attività di interesse generale che consentono l’acquisto della qualifica di impresa sociale, benché l’Ue le abbia introdotte proprio per finalità di interesse generale. Basterebbe aggiungerle all’elenco per aprire l’accesso ai regimi speciali delle imprese sociali e a deroghe sulla cancellazione dei dati per finalità di ricerca o interesse pubblico.
La cooperativa di dati non risolverà da sola gli squilibri dell’economia digitale, né scalfirà nell’immediato il potere delle Big Tech. Ma è una scommessa credibile, capace di restituire alle persone un po’ della sovranità digitale ceduta, spesso inconsapevolmente, in cambio di servizi gratuiti. In un mercato sempre più concentrato, la cooperazione può aprire un varco verso un sistema in cui il valore prodotto da ciascuno torni, almeno in parte, a beneficio dei più.
Capo Servizio Legislativo, Legale e Fiscale di Confcooperative

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