Mattarella, Meloni, Zuppi: nel giorno di Amatrice la parola che tiene insieme tutti è “ricostruire”
Il capo dello Stato: farlo nel tempo più breve possibile. La premier oggi sui luoghi del sisma del 2016: non abbiamo intenzione di fermarci. Tajani si sofferma sul ruolo della Ue. Il presidente della Cei: non possiamo e non dobbiamo dimenticare

La frase fu di quelle che non si dimenticano neanche dieci anni dopo: «Amatrice non c’è più», disse l’allora sindaco, Sergio Pirozzi, poche ore dopo. E non si dimentica la notte del 24 agosto 2016, quel terremoto che fece a pezzi l’Appennino centrale con 303 morti, 388 feriti, 41mila sfollati. Terremoto «delle cui devastazioni Amatrice è divenuta simbolo», che «costituisce una pagina drammatica della storia della Repubblica – ha ricordato ieri il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel decimo anniversario – e funge da monito costante sulla necessità continua di potenziare i meccanismi di prevenzione e intervento da attuare al verificarsi dei fenomeni sismici a cui è soggetto il nostro territorio». C’era sole e caldo ad Amatrice oggi, come quel giorno. «Rendiamo omaggio alla memoria delle vittime e torniamo a stringerci ai loro cari, in questa giornata di ricordo e commemorazione», scriveva ieri mattina la premier, Giorgia Meloni, sui social, qualche ora prima d’arrivare nel paese del reatino, dove ha incontrato in forma privata proprio i familiari delle vittime, ha deposto una corona d'alloro ai piedi del monumento dedicato a chi è morto per il sisma, ha partecipato alla Messa celebrata dal cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei (con lei i ministri per la Protezione civile Nello Musumeci, per il Turismo Gianmarco Mazzi, per lo Sport Andrea Abodi, la sottosegretaria all'Economia Lucia Albano e il sottosegretario agli Interni Emanuele Prisco).
«In questi dieci anni sono state tante le difficoltà – aveva scritto sempre in mattinata Meloni –. Troppi rinvii e false partenze hanno impedito che la ricostruzione potesse procedere rapidamente. Il governo ha raccolto questa responsabilità e ha lavorato, con costanza e determinazione, affinché potesse concretizzarsi un deciso cambio di passo» e «i dati testimoniano che la direzione è cambiata». Ancora: «Molto è stato fatto, ma altrettanto resta da fare. Per questo, non abbiamo intenzione di fermarci. L’obiettivo rimane comune e condiviso: vincere la sfida della rinascita dell’Appennino centrale». Stessi toni dal commissario straordinario per il sisma, Guido Castelli, che conferma: «Abbiamo imboccato la strada giusta – dice –, l’obiettivo è chiudere i lavori nel cratere di Amatrice nel 2035. Ma i primi sei anni sono stai male utilizzati, per incertezze, false partenze, macchinosità burocratica», così «il tempo è stato perso» e «nessuno lo restituirà a questa gente». Giorgio Cortellesi, sindaco di Amatrice: «La ricostruzione vera è iniziata solo da tre anni, probabilmente anche per mancanza di una normativa fissa. Tra l'altro, un intervento che ha fatto ultimamente la premier è stato quello di creare un cratere ristretto, composto da Amatrice, Arquata e Accumoli, che avrà dei vantaggi sia a livello economico che di sviluppo».
A dieci anni da quella notte terribile, «abbiamo il dovere anche di fare un bilancio serio di quel che è stato fatto e quel che resta da fare – annota Antonio Tajani, vicepremier e ministro degli Esteri –, senza cadere nella tentazione di fare propaganda o demagogia sulla pelle di chi ha sofferto, e ancora soffre, le conseguenze del sisma». Il ministro per la Protezione civile, Nello Musumeci, spiega che «ricostruire dopo una calamità in Italia costa molto e dura tanto», però «adesso l’obiettivo non è cercare responsabilità nel passato, ma capire come possiamo fare meglio e di più». Certo, «stiamo uscendo dall’emergenza» e «non si tratta soltanto di costruire una casa nuova, ma una città distrutta», così «procedure possibilmente celeri ma nella massima trasparenza».
«Il pensiero e una preghiera» del ministro delle Intrastrutture e dei trasporti, Matteo Salvini, «vanno alle vittime, alle famiglie e a tutti quei territori che con forza e coraggio hanno saputo rialzarsi. E un grazie ai Vigili del fuoco, ai soccorritori e ai volontari che in quelle ore drammatiche non si tirarono indietro. Non dimentichiamo». Non solo abitazioni e infrastrutture, poi: «Il patrimonio culturale è un fattore di coesione e un presidio dell’identità collettiva», sottolinea il ministro della Cultura, Alessandro Giuli: «Restituire monumenti, luoghi di culto e opere significa ricomporre legami, rinsaldare il senso di appartenenza e accompagnare la rinascita delle comunità colpite», in modo che «la cicatrice di quella ferita si traduca in impegno concreto». Infine, la segretaria Pd, Elly Schlein, dice che «la memoria è anche completare la ricostruzione e restituire un futuro a quei territori». E «ricordare significa anche chiedersi cosa è accaduto e cosa deve accadere – si legge in una nota di Chiara Braga, capogruppo Pd alla Camera –. Non serve la propaganda che ha troppo spesso guidato le scelte di questi ultimi anni: servono capacità di agire e sostegno vero alle comunità locali, non limitarsi a ricostruire gli edifici, ma ricostruire futuro. Ad Amatrice e a tutte le terre colpite dal sisma dobbiamo questo: memoria, responsabilità e futuro».
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