Dall’Ucraina all’Europa,
la carbonella da barbecue
che brucia nell’illegalità

di Marta Abbà
Impianti privi di autorizzazioni trasformano il legname in combustibile. Nei primi otto mesi 
del 2025, sarebbero state vendute ai nostri mercati circa 10 mila tonnellate, di cui solo 1.500-3.000 legali
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August 23, 2026
Dall’Ucraina all’Europa,
la carbonella da barbecue
che brucia nell’illegalità
Un sito di produzione di carbone vegetale nel villaggio di Vyhiv, regione di Zhytomyr, in Ucraina Dietro un’alta recinzione, il forno / Foto Mykola Tymchenko
Un cane da pastore monta la guardia davanti a un campo recintato nel villaggio di Vyhiv, regione di Zhytomyr. Dentro, un forno da pirolisi è in funzione. Accanto, un operaio spala carbone a mani nude, senza guanti né mascherina, e lo insacca. È da qui, da un campo agricolo ucraino privo delle autorizzazioni per bruciare legna, che nasce parte della carbonella che oggi si trova su un barbecue in Francia, in Polonia, in Romania, in Belgio o nei Paesi Bassi. Non è un’eccezione isolata: è un pezzo di una filiera che parte da terreni come questo e arriva, con etichette e certificati in regola, sugli scaffali di almeno cinque Paesi europei.
Il caso più documentato è quello della Srl Carbon Pro, proprio a Vyhiv, distretto di Korosten. Nell’autunno del 2025 una perquisizione ha portato al sequestro di 7 bancali di carbone confezionato con l’etichetta “Charbon de Bois”, altri 17 bancali privi di etichette e 12 serbatoi metallici per la produzione, due dei quali attivi al momento del controllo. Secondo l’accusa, il direttore Serhiy Bartovyak avrebbe organizzato la produzione illegale su un terreno destinato all’agricoltura, mentre i dirigenti dell’azienda forestale statale coinvolta avrebbero sottostimato volumi e qualità del legname abbattuto, coprendo tagli e vendite senza licenza.
I dati doganali mostrano dove finisce quel carbone: soprattutto in Romania, Francia e Polonia, in quantità minori in Belgio e Paesi Bassi, verso clienti come la polacca Grill Impex Polska, la tedesca Maras Sommer, la belga Flamaco, l’olandese Beyond Barbecue e la francese La Forestière du Nord, che lo vende con il marchio “Grill O’Bois” facendolo passare per francese.
Carbon Pro non è un caso isolato. Nel distretto di Makariv, vicino al villaggio di Zlobudniv, un’indagine penale riguarda un impianto simile: 9 fonti fisse di inquinamento, un sacco vuoto con il marchio Fsc trovato sul posto, e vendite di carbone per oltre 13 milioni di grivne a un ente forestale statale tra il 2024 e il 2025. Il codice di certificazione stampato sulla confezione rimanda a una catena di fornitura belga, ma non garantisce affatto che quel particolare lotto di legname provenga da una fonte legale. A Shybene, distretto di Borodyanka, un imprenditore è stato condannato per aver superato i limiti di boro, manganese e arsenico nel terreno circostante ai forni – eppure, secondo quanto riscontrato sul posto durante un sopralluogo successivo alla sentenza, la produzione di carbone continua comunque.
Come funziona lo schema che permette a tutto questo di apparire legale? Lo spiega una fonte del settore, che chiede l’anonimato. Il meccanismo centrale è la manipolazione del “coefficiente di consumo”, cioè il rapporto tra legname impiegato e carbone ottenuto. In un impianto tecnologico servono circa 5,6-5,7 metri cubi di legno per una tonnellata di carbone. Dichiarando all’ente certificatore un coefficiente diverso da quello reale, si crea uno spazio nei documenti per far entrare legname non tracciato, spesso rubato o abbattuto senza autorizzazione. Un secondo metodo consiste nell’acquistare documenti per legname mai realmente utilizzato, mentre nella produzione reale si impiega materia prima più economica e non registrata. Il risultato, spiega la fonte, è che «il legname illegale può finire per sembrare legale». Il fenomeno riguarda soprattutto le regioni di Sumy, Chernihiv, Rivne e Zhytomyr, dove l’accesso a boschi poco censiti è più facile. Secondo le sue stime, nei primi otto mesi del 2025 sarebbero state vendute in Europa circa 10 mila tonnellate di carbone ucraino, di cui solo 1.500-3.000 da produzione legale.
A confermare quanto descritto dalla fonte anonima è la testimonianza di Maras Sommer, unica azienda ad aver risposto alle nostre richieste: passata da Carbon Pro a una catena di fornitori ucraini successivi – tra cui Black Diamond, Donpostach Dnipro e Carbogold – con perdite stimate in circa 300mila euro e la rottura, tra le altre, della collaborazione con Big Green Egg Europe, l’azienda tedesca riassume così la propria esperienza: «Abbiamo osservato che, in alcuni casi, le strutture societarie sembravano spostarsi da soggetti giuridici ucraini verso società costituite fuori dall’Ucraina, in coincidenza con l’insorgere di controversie commerciali».
Il divario di prezzo che ne deriva è il vero problema, e a sottolinearlo è Lukas Feiler, dell’Earthworm Foundation. Secondo lui il mercato oggi si trova esattamente dove era cinque anni fa: «Non abbiamo regolazione, non abbiamo opinione pubblica, non abbiamo consapevolezza». Il Regolamento europeo contro la deforestazione (Eudr), che avrebbe dovuto imporre filiere pulite, resta per ora largamente inapplicato, lasciando i produttori legali a competere con materia prima illegale a basso costo.
Un esempio di produzione realmente sostenibile è il Gruppo Soler, azienda familiare francese fondata nel 1993 a Gyé-sur-Seine. Con tre bioraffinerie – due in Aube e una a Lacanau, in Gironda – il gruppo trasforma residui di legno da foreste gestite in modo sostenibile in carbone per barbecue, biochar ed energia elettrica verde, recuperando calore e gas della pirolisi. La tecnologia Carbonex richiede 4,7 kg di legna per ottenere 1 kg di carbone, contro gli 11 kg dei metodi tradizionali che bruciano parte del materiale invece di raffreddarlo soltanto. La capacità produttiva totale è di circa 50 mila tonnellate l’anno, con energia sufficiente per 15 mila famiglie francesi.
Anne Mette Lekdorf, che guida l’azienda insieme alla famiglia Soler-My, racconta quanto sia stato difficile arrivarci: il primo prototipo, nel 1999, non era competitivo, e l’azienda ha dovuto importare carbone per anni prima di riuscire, nel 2010, a costruire un impianto funzionante da 25 milioni di euro, finanziato senza alcun contributo statale diretto. Da allora la sfida economica non si è attenuata: il costo del legno e del lavoro in Francia continua a salire, mentre i prezzi al consumo restano bloccati, schiacciati dalla concorrenza di importazioni a basso costo — comprese quelle, denuncia Lekdorf, provenienti proprio dall’Ucraina attraverso intermediari che si presentano come produttori francesi.
Per Anne Mette Lekdorf la questione non è più solo commerciale, ma di fiducia nel sistema di certificazione stesso: «Per provarci devi credere che sia possibile produrre in Europa. Se non lo credi, non puoi farlo».
Reportage realizzato grazie al contributo di JournalismFund Europe

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