Carbonella da barbecue: in Italia c’è una produzione “doc”

di Marta Abbà
In Calabria sopravvive lo “scarazzu”: una catasta di legna coperta di terra che brucia lentamente per venti-trenta giorni. In Toscana, un forno mobile a pirolisi lenta. Un progetto pilota in Veneto punta a trasformare scarti locali di faggio e castagno. Per tutti, la sfida della sostenibilità
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August 23, 2026
Carbonella da barbecue: in Italia c’è una produzione “doc”
La carbonaia di Serra San Bruno (VV) /Foto di Elisabetta Zavoli
«Il 99% della carbonella arriva da fuori perché è il miglior carbone», racconta senza esitazioni un rivenditore alla Bbq Fair (la fiera dedicata al mondo del barbecue). È una frase che riassume bene il mercato italiano: quasi tutto il carbone che finisce sulle griglie non nasce in Italia, ma viaggia da migliaia di chilometri - Sud America, Africa, Est Europa. Un altro operatore conferma, parlando dei propri fornitori storici: «Ci arriva dall’Argentina, da Cuba, dall’Africa, dai Paesi poveri, perché sono gli unici che fanno ancora il metodo di lavorazione».
Ma da dove viene davvero la carbonella che si trova in Italia? Un’indagine del Wwf Germania, con l’Istituto Thünen, dà una prima risposta numerica: l’Italia è il sesto consumatore europeo, con circa 65.000 tonnellate l’anno, e oltre il 72% arriva da Paesi extra-europei dove il rischio di abbattimento illegale è alto. Nei sacchi analizzati, oltre il 65% conteneva legno tropicale o subtropicale, spesso non dichiarato in etichetta. Dietro questi numeri ci sono filiere concrete che chi lavora nel settore conosce bene: c’è chi importa dalla Namibia legno Fsc ricavato da una pianta invasiva che colonizza la savana, e chi porta in Italia carbone sudamericano «completamente legale ma senza certificazioni», perché nei Paesi di taglio le foreste vergini restano fuori dagli schemi Fsc. Volker Haas, dell’Istituto Thünen, individua un problema più a monte: in Italia, spiega, «le etichette dei prodotti contengono in gran parte false dichiarazioni sia riguardo alle specie utilizzate che alle loro origini», al punto da aver rintracciato legno del Gran Chaco – incluse specie a rischio secondo la Convenzione Cites – venduto come prodotto di tutt’altra provenienza.
Accanto a questo mercato dominato dall’importazione esistono, in punti diversi del Paese, alcuni esempi di produzione italiana, con storie e fortune molto diverse tra loro – non aree industriali, ma esperienze isolate che raccontano quanto sia difficile fare carbone qui. In Calabria, tra Serra San Bruno e le Serre vibonesi, alcune famiglie producono ancora carbone con il metodo tradizionale dello “scarazzu”: una catasta di legna coperta di terra che brucia lentamente per venti-trenta giorni, con una resa intorno al 20%. È un metodo a cielo aperto che richiede presenza continua accanto al fumo e alla combustione a bassa ossigenazione, con effetti sul suolo circostante e possibili rischi per la salute di chi lo pratica ancora oggi in modo così ravvicinato e prolungato. Resta un’attività residuale, familiare, per cui si cerca oggi il riconoscimento come patrimonio culturale immateriale.
Sul Monte Amiata, in Toscana, il progetto Bioactam ha sperimentato tra il 2020 e il 2023 un forno mobile a pirolisi lenta, con rese del 20-31%. Ha dimostrato che tecnicamente funziona, ma non è mai passato dal prototipo a una produzione industriale stabile per mere ragioni di sostenibilità economica.
In Lessinia, tra Veneto e provincia di Vicenza, il rapporto con il carbone ha due facce. Da una parte una tradizione che ha lasciato un segno tuttora visibile. Basta una passeggiata nei boschi per contare decine di piazzole circolari di carbonaia attive dal Duecento all’Ottocento, dove il terreno – compattato e privato di luce dagli alberi richiusi sopra – non è più tornato fertile: «Sono aree totalmente morte – spiega Alessio Mencarelli, ricercatore dell’Università di Padova – e tendenzialmente non recuperabili». Da qui nasce il progetto Carega, guidato da Landes S.r.l. con Pefc Italia, lo spin-off Record e il consorzio delle Foreste Vicentine, per un impianto pilota che trasformi scarti locali di faggio e castagno in carbonella tracciabile. Un primo tentativo era già fallito per motivi puramente economici: l’impianto consumava troppa energia e i costi erano insostenibili. Sarà questa la volta buona?
Sulla stessa linea si muove Bbq Spark, azienda italiana che produce carbone per pirolisi da ramaglie di manutenzione del verde – non da abbattimento – in un impianto in Portogallo, rivendicando un processo a basse emissioni. Per ora la distribuzione della sua C95 copre una trentina di punti vendita in Italia, ma Vittorio Mandelli, uno dei due fratelli fondatori dell’attività, parla apertamente di un progetto ancora più ampio: «Volevamo una filiera europea controllata che ci certificasse che anche chi produce il carbone sia in un ambiente controllato e non sia in un ambiente rischioso per quanto riguarda la salute».
Il nodo, per tutti questi progetti italiani, resta lo stesso. Come dice Mencarelli, «renderlo sostenibile economicamente è la sfida». C’è domanda, c’è tecnologia, ma senza un sostegno concreto nei primi anni - istituzionale o imprenditoriale - un carbone locale e tracciabile fatica a competere con un carbone che arriva da lontano, prodotto a una frazione del costo.

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