Col «no al woke» Conte ha lanciato la sua Opa sul centrosinistra
Schlein non commenta, Renzi approva. Salvini ironizza sui social contro i «wokisti anonimi». Malan (FdI): ennesimo dietrofront della sinistra

Il “ coming out inverso” di Alexandra Ocasio Cortez negli Stati Uniti sul «primo woke », come l’ha definito la democratica di scuola Bernie Sanders, getta scompiglio nel campo largo. Sedicenti «da sempre oppositori» del progressismo basato sulle battaglie su identità e genere spuntano come funghi tra gli esponenti del centrosinistra. Criticati da chi ritiene invece che la posizione tenuta finora non vada rivista, semmai rilanciata.
Chi ne approfitta per primo è Giuseppe Conte, che sul tema prova a dare un’altra spallata a Elly Schlein in vista delle eventuali (ma ancora non programmate) primarie di coalizione. Il leader M5s spiega che alla sinistra «non serve il woke », che «il nemico da combattere è questa società di diseguali» e che è ora di «definire le vere priorità». Un’uscita corredata dal ricordo personale della visita di un suo amico di Boston, che l’avrebbe criticato per la statua di una «donna nuda di boteriane fattezze» sulla sua scrivania.
Matteo Renzi, invece, rivendica: osserva che «adesso si svegliano tutti» e finalmente ci si rende conto che «l'ubriacatura woke fa male alla sinistra». Ed è vero che Italia Viva non è mai stata particolarmente vicina al progressismo di genere, ma neanche si ricordano finora prese di distanza così nette da parte dell’ex premier. C’è poi chi, come il leader di Più Europa, Riccardo Magi, la pensa all’opposto. Per lui le battaglie woke in Italia non hanno mai attecchito, tanto è vero che, osserva, «siamo tra gli ultimi in Europa sui diritti civili, le coppie gay non possono adottare, l'educazione sessuo-affettiva nelle scuole è consentita solo con il consenso informato preventivo dei genitori». Insomma, per Magi, la lotta alle disuguaglianze non è incompatibile con altre battaglie progressiste. Stesso discorso per l’eurodeputata di Avs, Silvia Salis: «Non facciamoci fregare. In Italia il woke è un fantasma agitato dalla destra nell'ambito delle sue guerricciole culturali – avverte –. Nella sostanza, serve a delegittimare nell'opinione pubblica le battaglie femministe e antirazziste, contrapponendole falsamente e pretestuosamente alle lotte per la giustizia economica. È una stupidaggine colossale». Osvaldo Napoli, di Azione, se la prende invece con Conte, ma non nel merito, piuttosto per l’inversione di rotta: «Conte-Zelig ci regala un'altra delle sue piroette quando sconfessa il mondo woke per riabilitare una sinistra novecentesca, molto di lotta, ma sempre poco di governo».
Chi non parla è Elly Schlein, che in un certo senso incarna quella cultura di genere e forse proprio per questo non ha bisogno di esprimersi. Ma diversi esponenti dem lo fanno. Tra questi c’è Giorgio Gori con un post sui social: «Mai stato woke ». Oppure il senatore Alessandro Alfieri, convinto che certi eccessi abbiano gonfiato le vele a Roberto Vannacci. Perfino Laura Boldrini ammette che, come ogni «nuova corrente di pensiero che vuole affermarsi e portare temi nel dibattito pubblico, nella sua fase iniziale» anche il woke può «cadere in qualche eccesso». Ma questo, precisa, non toglie nulla alle battaglie civili.
Verrebbe da chiedersi dove fossero tutti questi detrattori nel centrosinistra prima dell’uscita di Ocasio Cortez. E infatti ci pensa la destra. Matteo Salvini è tra i primi, con un post generato dall’Ia in cui Schlein, Conte, Renzi e Gori compaiono seduti in cerchio assieme a una scritta piuttosto eloquente: «Prima riunione dei wokisti anonimi». E poi: «Mi chiamo Conte e non sono più woke da due giorni». Duro il capogruppo in Senato di FdI, Lucio Malan: «Ora la sinistra tenta di sganciarsi dal woke , dopo averlo sostenuto, dopo aver approvato leggi per imporlo, dopo aver rovinato vite, dopo aver detto che non esiste. Stessa procedura seguita per il comunismo, per l'odio verso le imprese private, per la proprietà privata, poi per il pericolo di raffreddamento globale causato dall'uomo».
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