L’Italia vince medaglie ma non pratica. Il paradosso dello sport senza radici
Trentotto milioni di italiani dichiarano di non svolgere mai alcuna attività fisica, mentre il Paese resta in fondo alle classifiche continentali sugli stili di vita attivi. Da una parte l’eccellenza ai vertici, dall’altra un Paese incapace di garantire a tutti accesso, strutture e formazione

A metà del guado fra i Giochi Olimpici di Parigi 2024 e quelli di Los Angeles 2028, nell’estate dedicata a tutte le più importanti competizioni europee, l’Italia ha trionfato nei medaglieri di atletica leggera, nuoto, ginnastica artistica e con buona probabilità altre medaglie arriveranno dalla pallavolo che i suoi Europei li sta per iniziare. Nel frattempo, l’Italia è riuscita a qualificare per i Giochi Olimpici la propria nazionale di flag football (variante senza contatto fisico del football americano) e quella di cricket potrebbe riuscire nella stessa impresa. Lo sport italiano, con la clamorosa eccezione delle due discipline che più hanno segnato l’immaginario del nostro Novecento, il calcio e il ciclismo (di cui in questo articolo non si parlerà), parrebbe godere di uno straordinario momento di forma. Tuttavia, è doveroso ragionare su un incredibile paradosso: nell’immaginario collettivo un Paese che vince tante medaglie dovrebbe fondarsi su un popolo dalla profonda cultura sportiva, su una diffusione capillare della pratica, su politiche di sostegno dell’attività sportiva. Invece trentotto milioni di italiani dichiarano di non praticare mai e in nessun modo alcuna attività sportiva. L’Italia che primeggia nei medaglieri europei è al fondo di tutte le classifiche continentali che riguardano lo sport diffuso e gli stili di vita attivi. Un po’ come vincere una battaglia sulle cime mentre si sta clamorosamente perdendo la guerra nelle valli. Non c’è allora momento migliore di questo per tentare di capire che cosa può insegnare al Paese il fatto che lo sport italiano splenda quando esce dalle masse, ma non riesca a generare massa.
Il primo insegnamento viene dei nostri atleti che testimoniano la bellezza e la ricchezza dell’inclusione. Sempre più spesso ragazzi e ragazze di seconda generazione, frequentemente nati in Italia da uno (o entrambi) genitori non nati qui, che in alcuni casi hanno combattuto (e vinto) una battaglia doppia: quella dello sport e quella della cittadinanza. È evidente nell’atletica leggera, nella pallavolo femminile, perfino nel nuoto grazie alla straordinaria campionessa piemontese Sara Curtis capace di affondare clamorosi pregiudizi. Lo sport italiano che vince rappresenta il Paese che siamo, non quello che eravamo e manifesta quello che la politica non riesce a garantire: il talento e il merito vincono sugli ostacoli della burocrazia, ma il diritto alla cittadinanza resta un’eccezione per pochi fortunati, baciati dal talento. Quanti ce ne stiamo perdendo di questi talenti, invece? E quanti talenti stiamo perdendo nell’ingegneria, nella musica, nella medicina, nell’architettura, nella poesia, nella matematica e chi più ne ha più ne metta? Lo sport ha la capacità di mostrare un modello di società che non è il futuro, è il presente. Almeno in questo, il Paese sta imparando?
I l secondo insegnamento è la lezione delle origini. Non sono le federazioni o i consigli federali che creano i campioni. O, meglio, le federazioni non servirebbero a nulla senza la straordinaria rete di circa 150.000 società sportive dove tutto inizia, grazie a dirigenti volenterosi, a tecnici eccellenti, soprattutto grazie a famiglie che si accollano costi e sacrifici dell’avvio alla pratica sportiva. Lo sport italiano ha capito una cosa che lo Stato non ha ancora capito: il talento non spunta dal nulla, ma dalla cura quotidiana. Una società sportiva non è una business unit della federazione, ma una scuola di formazione umana, dove il mentore, l’istruttore, l’allenatore, il dirigente, trasferisce non solo tecnica, ma valori. Qui, tuttavia, emerge un problema strutturale: non tutti i territori del nostro Paese hanno la stessa dignità o la stessa fortuna. Solo il 9% dei medagliati di atletica leggera e nuoto arrivano dal Sud. Un Paese che non riesce a sostenere una rete di accesso democratica allo sport (e non solo), molto semplicemente sta violando uno degli articoli più belli della nostra Costituzione, il terzo: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.
I l terzo insegnamento è, per chi scrive, affascinante: riuscire a trasformare la qualità tecnica in patrimonio culturale. L’Italia possiede una scuola di allenatori straordinaria, di assoluta eccellenza mondiale. E visto che non lo diciamo mai abbastanza, cito un esempio: Antonio La Torre, dt delle nazionali di atletica leggera, uomo illuminato e visionario che ha costruito, mattone dopo mattone, quello che tutto è, tranne un miracolo. Investire nella qualità e nella formazione dei tecnici resta una precondizione, non solo per generare medaglie, ma per costruire cittadini che restituiranno al loro Paese quello che dallo sport hanno imparato. Se questi tre insegnamenti fossero recepiti allora vivremmo in una nazione dalla vera cultura sportiva. Invece il paradosso è irrisolto.
T utto quello che ho detto (la bellezza dell’inclusione, la lezione delle origini, la qualità tecnica come cultura) è costruito sul modello che potremmo definire “concentrato” dello sport di eccellenza, ma sportivizzare il Paese è un’altra cosa: richiede investimenti diffusi, capillari, democratici. Per garantire tutto questo c’è una sola possibilità, la scuola. Proprio come succede nei paesi scandinavi o anglosassoni, sportivizzare il Paese significa partire dalla dignità dello sport nel mondo della scuola. Significa avere palestre scolastiche a disposizione, disporre di un numero di ore di educazione fisica paragonabili a quelle dei Paesi che magari ci stanno dietro nel medagliere, ma infinitamente avanti in tutti gli altri indicatori, permettere allo sport universitario di diventare importante come quello dei gruppi sportivi militari. L’Italia, invece, non ha nemmeno raccomandazioni ufficiali specifiche sull’orario di insegnamento della disciplina. È obbligatoria sulla carta, ma priva di standard vincolanti. Nei fatti: una media di 66 ore all’anno nelle scuole italiane, mentre la Francia, per esempio, ne ha 108 e l’Organizzazione mondiale della sanità ne raccomanda 200. Nel frattempo, il 55% delle scuole italiane non ha una palestra. Gli insegnanti specializzati? Non esistono nelle prime tre classi della primaria, per scelta.
N el Mezzogiorno la ferita si allarga. Gli impianti sportivi sono il 26% di quelli italiani, per una popolazione che conta il 34% degli italiani: la geometria della diseguaglianza. Se lo sport italiano vince perché investe molto su poche eccellenze, allora i pochi che arrivano continueranno a venire da dove ci sono infrastrutture, dove c’è una famiglia che si può permettere lo sport dei propri figli, dove c’è una scuola con una palestra. In sintesi: che cosa vogliamo veramente? Quel “brivido patriottico” di guardare il tricolore sulla schiena dei nostri campioni? È bellissimo, ci mancherebbe, ma non può essere l’unica cosa. Se vogliamo gioire di quell’eccellenza e, contemporaneamente, vivere in un Paese che, come dice l’articolo 33 della Costituzione, vuole davvero riconoscere “il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva in tutte le sue forme” bisogna partire da tre aspetti: la costruzione di una nuova classe dirigente dello sport italiano, una riforma dello sport a scuola e un piano infrastrutturale di edilizia sportiva scolastica e, soprattutto, da politiche pubbliche che garantiscano un vero accesso democratico alla pratica sportiva.
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