Le tavole di Antonello da Messina e una domanda: e adesso?
di Giovanni Giura
Il furto impone di riflettere sulle condizioni della tutela in Italia. La risposta è lavorare e studiare ancora di più, allargando lo sguardo oltre i capolavori e costruendo insieme nuovi strumenti di conoscenza e sensibilizzazione

E adesso? Che cosa gli dico? Fra un mese inizierà il semestre, arriveranno, si siederanno di fronte a me, e vorranno una risposta. E io non so cosa dire. L’ultima volta un addetto alla sorveglianza mi ha ripreso. Aveva ragione, mi ero avvicinato troppo. Ero con le studentesse e gli studenti del corso di Storia dell’arte moderna, con cui ogni anno visitiamo il Museo Regionale Accascina, e volevo che si accovacciassero e leggessero anche loro il cartiglio, quello straordinario brano di pittura illusionistica alla fiamminga appuntato sotto il bordo di un basamento solido, prospettico, all’italiana. Lo avevano già visto a lezione, in aula, certo. Ma volevo che leggessero quella firma vergata proprio dalla mano dell’autore: «An(n)o D(omi)ni m° cccc° sectuagesimo tercio / Antonellus messane(n)sis me pinxit». In una città in cui si chiamano Antonello il Palazzo della cultura, la piazza, la scuola, il B&B, volevo che entrassero in contatto con l’unica cosa che conta: l’opera. E che guardassero da vicino quelle gocce di colore liquido che danno profondità allo sguardo di Maria, quelle pennellate sottilissime che ne vivificano i capelli dorati, quelle ombre profonde che danno volume ai corpi, un volume che ormai a queste date il pittore non solo ha acquisito ma plasma come pochi altri. E ancora la limpidezza della costruzione prospettica, volutamente asimmetrica, il trascorrere dello spazio unificato tra le tavole, il brano virtuosistico della collana in grani che penzola nello spazio, nel nostro spazio. Ma anche ciò che non c’è: non solo la cuspide centrale, che non conosciamo, ma anche gli squarci della pellicola pittorica e dell’incamottatura, le impronte degli inserti metallici strappati, le sagome della cornice che teneva insieme tutto.
Perché il polittico di San Gregorio (come ogni grande opera d’arte) non ci parla solo di sé e del suo autore: le sue ferite sono quelle della città, sono la sua sofferenza, il suo dramma. Già provate dal sisma del 1783 e malamente restaurate, le tavole vennero recuperate dalle macerie di quello devastante del 1908, dopo giorni di pioggia. Il fatto che esistano ancora ha del miracoloso, e il loro valore sta anche nel fatto che ci ricordano, con il loro corpo martoriato, la fragilità di questa terra e dell’Italia tutta. Seguire i restauri e le vicende successive dell’opera significa ripercorrere decenni di sforzi e di difficoltà che hanno dato vita alla massima espressione culturale di Messina, quel Museo che in modo altamente significativo accoglie il visitatore con i brandelli della città recuperati dopo il sisma, esponendo quella fragilità, facendone tesoro.
In queste ore molti, meglio di me, stanno scrivendo di quanto eventi laceranti come questo furto debbano far riflettere, una volta di più, sulla distanza tra l’insopportabile retorica della grande bellezza, uno slogan come tanti con fini esclusivamente commerciali, e le reali condizioni della tutela in Italia, sempre più in ginocchio per i tagli del personale e delle risorse, con quelle poche rimaste dirottate sulla valorizzazione (leggi monetizzazione) del patrimonio; ma anche dell’assurdità per cui il sistema museale siciliano sia in capo alla Regione e non allo Stato.
Altri, peggio di me, stanno facendo i soliti discorsi sul valore incalcolabile dei pezzi rubati (ma producendo poi subito confronti con le ultime quotazioni di Antonello sul mercato dell’arte), su quanto non siamo in grado di sfruttare il “nostro petrolio” e cose simili, perché in fondo anche un Museo come il Regionale di Messina ha senso solo se è colmo all’inverosimile di visitatori paganti come gli Uffizi o il Louvre, come se quelli fossero modelli di fruizione del patrimonio, e non, ormai, luoghi distopici in cui manca l’aria e le opere si consumano come una serie di Netflix.
Aspettiamo che le indagini facciano il loro corso e ovviamente auspichiamo che le tavole vengano ritrovate, sane e salve, come i dipinti della Fondazione Magnani Rocca, una notizia di questi giorni che ci fa ben sperare. Ma non aspettiamo passivamente. Innanzitutto riflettiamo sulle nostre colpe, perché, come diceva Roberto Longhi dopo il bombardamento di Genova del 1944, è anche colpa nostra «per non aver lavorato più duramente, e per non aver detto e propalato in tempo quanti e quali valori si trattava di proteggere». L’unica risposta che mi sento di dare a quelle studentesse e a quegli studenti è che adesso dobbiamo lavorare, e cioè studiare, ancora di più. Di più e meglio, a partire dalle tavole rimaste, quelle, stupende, con San Gregorio e San Benedetto. Di più e oltre, allargando lo sguardo al contesto, evitando la concentrazione su pochi pezzi-capolavoro e insistendo sulle relazioni che questi istituivano con un tessuto artistico che andò oltre Antonello, che fu vivo e di straordinario raggio mediterraneo per tutto il Rinascimento e oltre. Di più e con più ampi obiettivi, con nuove campagne fotografiche e diagnostiche, nuovi cataloghi scientifici open access, nuove pubblicazioni accademiche e di alta divulgazione, nuovi eventi di sensibilizzazione su larga scala. E dobbiamo farlo insieme – Museo, Università, Città – perché quei dipinti sono di tutti noi. Ma ce li dobbiamo meritare.
Professore associato di Storia
dell’Arte Moderna Università degli Studi di Messina Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne
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