La guerra, l'uomo che è partito e l'uomo che torna
C’è un costo nei conflitti oltre il conto dei morti e della distruzione. È il costo che la violenza impone all’umanità di chi la esercita. Potremmo chiamarla la perdita dell’amabilità, che non è l’essere buoni: è la possibilità di continuare a riconoscersi, e di essere riconosciuti, come qualcuno che può essere accolto

C’è una scena, in Itaca. Il ritorno, il film di Uberto Pasolini, che sembra contenere in pochi minuti tutto il problema morale della guerra. Penelope, una splendida e tragica Juliette Binoche, guarda Ulisse tornato nella sua isola dopo vent’anni d’assenza. «Tanti anni, quanto sangue». E lui, Ralph Fiennes, le risponde con una domanda che va molto oltre il riconoscimento fisico. «Avresti potuto amare l’uomo che sono diventato?» «Perdonami», conclude. È forse questa la domanda più radicale che la guerra lascia dietro di sé. Non se fosse giusta o ingiusta. Non se fosse inevitabile, necessaria, difensiva. Che cosa ha fatto di noi? Chi è l’uomo che torna? Sono le domande che contano davvero. La tradizione filosofica, da San Tommaso a Grozio, da Micheal Walzer a John Rawls, ha elaborato criteri raffinati per distinguere una guerra giusta da una guerra ingiusta. La legittima difesa, la proporzionalità, l’ultima ratio, la tutela degli innocenti. Sono distinzioni indispensabili. Non tutte le guerre sono moralmente equivalenti e confondere l’aggressore con l’aggredito è certamente un’altra forma di ingiustizia. Ma anche una guerra giusta può produrre effetti profondamente ingiusti nell’interiorità di chi la combatte. Perché la giustezza della causa non immunizza chi uccide dagli effetti dell’uccidere. Omero ce lo fa capire chiaramente. Quando Penelope incontra lo straniero che ancora non sa essere suo marito, dice che gli dèi hanno distrutto «le mie virtù, le sembianze, le forme» dal giorno in cui gli uomini partirono per Troia. La guerra ha trasformato anche chi è rimasto. E quando finalmente riconosce Ulisse, gli dice: «So bene qual’eri d’aspetto / quando Itaca lasciasti». So chi eri quando sei partito. Ma chi sei diventato?
Alla fine del canto XXIII, Ulisse racconta a Penelope «le doglie che inflitte aveva altrui, le doglie che aveva egli stesso sofferto». Pochi versi nei quali Omero tiene insieme ciò che il discorso sulla guerra tende continuamente a separare. Il male che si subisce e il male che si infligge. In Ulisse troviamo entrambe le cose. È l’uomo che ha sofferto e l’uomo che ha fatto soffrire, il sopravvissuto e colui che ha ucciso. La guerra ha inciso su di lui da entrambe le parti. «Avresti potuto amare l’uomo che sono diventato?” chiede l’eroe che non c’è più alla moglie abbandonata. Non chiede a Penelope se avrebbe approvato ciò che ha fatto. Non le chiede se Troia valesse vent’anni di lontananza, né se quella guerra fosse necessaria o giusta. Le domanda qualcosa di più elementare e, forse, di più terribile. Dopo tutto quello che ho visto e fatto, sono ancora qualcuno che può essere amato?
C’è un costo della guerra che non entra nel conto dei morti e dei feriti, delle case distrutte, dei territori perduti, delle economie devastate. È il costo che la violenza impone all’umanità di chi la esercita. Potremmo chiamarla la perdita dell’amabilità. Non della bontà, non dell’innocenza, categorie forse troppo semplici quando si parla di guerra, ma di quella qualità propriamente umana per la quale possiamo presentarci davanti a un altro senza vergognarci interamente di ciò che siamo diventati. L’amabilità non è l’essere buoni. Non significa essere innocenti o irreprensibili. È qualcosa di più profondo: la possibilità di continuare a riconoscersi, e di essere riconosciuti, come qualcuno che può essere accolto, abbracciato, perdonato. Qualcuno la cui umanità non coincide definitivamente con il male che ha compiuto. È precisamente questa possibilità che Ulisse teme di avere perduto.
La guerra mette sotto pressione questa parte di noi perché, per poter essere combattuta, esige gesti che nella vita ordinaria considereremmo incompatibili con l’umanità. Bisogna imparare a vedere un uomo come un bersaglio, una casa come un obiettivo, un corpo come un ostacolo. Bisogna rendere possibile ciò che normalmente la coscienza rende quasi impossibile. E anche quando tutto questo avviene per una causa giusta, la causa non cancella il gesto. Può giustificarne la necessità, non può renderlo umanamente innocuo. Ripeto, affermare questo non significa sostenere che tutte le guerre siano uguali. C’è una differenza morale decisiva tra chi aggredisce e chi si difende, tra chi invade e chi resiste, tra chi esercita la violenza per dominare e chi vi ricorre per impedire di essere dominato. Negare questa differenza significherebbe aggiungere un’ingiustizia all’ingiustizia, privando chi è aggredito perfino del diritto di difendersi. Ma proprio qui emerge il carattere tragico della guerra, di ogni guerra. Il contrario di una guerra ingiusta non è una guerra senza il male. È una guerra nella quale può essere giusto, talvolta necessario, accettare un male per impedirne uno maggiore. La necessità non trasforma però quel male in un bene. E soprattutto non impedisce che esso lasci una traccia in chi è stato costretto a compierlo. Il combattente eroe, ci dice, Odisseo, non esiste. È un mito, una vittima. Forse i greci ci fanno capire quanto abbiamo smarrito questa dimensione tragica. Perché il linguaggio pubblico, oggi, tende invece a semplificare. Se la nostra causa è giusta, allora ciò che facciamo per difenderla deve necessariamente essere giusto. E allora diventa più facile pronunciare parole che dovrebbero continuare a inquietarci: armi, attacco preventivo, obiettivo, vittime collaterali, deterrenza, escalation. Sono parole necessarie nel lessico della strategia. Diventano pericolose quando smettono di farci vedere gli esseri umani che finiranno per coinvolgere. La tragedia antica sapeva qualcosa che la razionalità strategica rischia di dimenticare. Si può avere ragione ed essere ugualmente devastati da ciò che la ragione ci impone di fare. È questa l’essenza del tragico. Il conflitto più profondo non è sempre tra il bene e il male. Per questo, mentre la guerra torna a occupare con crescente naturalezza il nostro linguaggio pubblico, dovremmo forse affiancare alle domande della strategia una domanda diversa. Non soltanto se abbiamo abbastanza armi o se la nostra deterrenza sarà efficace. Ma anche che cosa vogliamo proteggere di noi mentre ci prepariamo a combattere?
Perché si può vincere una guerra e perdere qualcosa per cui valeva la pena vincerla. Si può riconquistare una città, ristabilire un confine, respingere un esercito e tuttavia scoprire che la violenza necessaria per farlo ha modificato il nostro modo di guardare gli altri e noi stessi. Nessuna vittoria può restituire automaticamente ciò che la guerra ha trasformato. Il vero problema dell’Odissea non è arrivare a Itaca. È riuscire a tornare chi si era prima di partire per Ilio. Penelope, la moglie, la donna, la madre, è colei davanti al quale Ulisse, il guerriero dal multiforme ingegno, tenta invano questo ritorno. Non può restituirgli l’innocenza né cancellare «le doglie che inflitte aveva altrui». Può però riconoscere nell’uomo trasformato dalla violenza qualcuno che non coincide interamente con quella violenza. Ed è forse questa la domanda che dovremmo conservare mentre torniamo a parlare con tanta familiarità di guerra. Prima ancora di chiederci chi vincerà, dovremmo domandarci chi sarà in grado di tornare. Ci sarà, allora, qualcuno ancora disposto ad amarci?
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