Meloni e lo sfogo su Donald Trump:
«Pensavo sarebbe stato più facile»

Intervista al “New York Times” della premier, che torna sui rapporti (interrotti) con il leader Usa: «Ci univano le idee su migranti e cultura “woke”. Risentirsi? Vedremo. Ma non decido la strategia italiana in base ai rapporti personali»
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August 21, 2026
Meloni e lo sfogo su Donald Trump:
«Pensavo sarebbe stato più facile»
«A revolution of pride». Giorgia Meloni coglie l’occasione più ghiotta per ribadire a Donald Trump che il loro rapporto non potrà che peggiorare laddove il presidente Usa continuerà a trattare l’Italia e i suoi rappresentanti come submissive , sottomessi a Washington. Lo spiega in una lunga intervista concessa a Roger Cohen del New York Times , il quotidiano più ostile all’attuale amministrazione statunitense.
La premier non fatica a rappresentare il suo rapporto con il commander in chief come ormai deteriorato, nonostante le premesse lasciassero pensare una diversa evoluzione: «È evidente che, con Trump, pensavo che le cose sarebbero state più facili, vista la nostra convergenza sui temi dell’immigrazione e della cultura woke . Le cose, invece, sono andate diversamente». Come a dire che non c’è possibilità di recuperare il feeling di un tempo. Tanto più che il rinnovato rapporto con diversi leader Ue (ora che anche lei è entrata a far parte del club degli insultati dal presidente Usa) la sta spingendo sempre più verso la sponda europea dell’alleanza atlantica, segnando il progressivo abbandono del ruolo di interlocutrice privilegiata di Washington (lunedì, peraltro, parteciperà in videocollegamento a una riunione della coalizione dei Volenterosi sull’Ucraina). Perciò, nonostante Meloni continui a ritenere che «l’unità dell’Occidente sia qualcosa di molto importante» e che la strategia italiana non possa essere decisa «sulla base delle mie relazioni personali», è bene ricordare alla Casa Bianca che lei non accetterà mai «l’idea di un’Italia sottomessa, che si considera inferiore agli altri». E il suo obiettivo, rimarca, resta «la più grande rivoluzione che possa avvenire in questa nazione: una rivoluzione dell’orgoglio». Anche per questo, alla domanda su un suo possibile colloquio con Trump dopo l’estate, non si sbilancia: «Vedremo».
Ma non c’è solo il rapporto con il tycoon : Cohen chiede conto alla premier anche del suo passato e della sua opinione rispetto al fascismo. E la risposta è un classico dell’universo post-fascista istituzionalizzato: la storicizzazione del Ventennio. «Chiaramente, se oggi guardiamo a questa storia è una cosa – argomenta –. Se invece l’avessimo guardata trovandoci nel pieno di quegli eventi, probabilmente l’avremmo vista diversamente, no?». «Un’enormità» per il dem Arturo Scotto, unico a commentare, convinto che la replica della premier segni l’inizio «del suo momento Vannacci» in vista della campagna elettorale.
Spazio anche a una replica alla leader del Pd, Elly Schlein, sulla situazione economica italiana («tutti i parametri sono migliorati»), e ad alcune frecciate contro chi la critica per la sua decisione di farsi chiamare “il” presidente, al maschile: le femministe, accusa, hanno combattuto «le battaglie sbagliate» su questioni come le quote di genere. Mentre quello che interessa a lei «è sapere se sono libera di diventare presidente del Consiglio dei ministri. Questa è parità, non essere chiamata “la presidenta”».
Un’intervista che inaugura la fine delle vacanze, che Meloni ha sancito ieri sera partecipando alla cerimonia di apertura dei Giochi del Mediterraneo a Taranto, assieme al capo dello Stato, Sergio Mattarella. Lì, la premier ha incontrato il presidente della Repubblica libanese, Joseph Aoun. Un breve colloquio per fare il punto sull’andamento dei negoziati con Israele e sugli «scenari connessi al graduale ritiro» dalla missione Unifil previsto nel 2027, come precisato da una nota dello staff di Palazzo Chigi. Ma anche per ribadire la disponibilità di Roma a ospitare le prossime sessioni negoziali.
Nel frattempo, fervono i preparativi per la grande festa che il 4 settembre celebrerà al porto di Bari il primato del governo più longevo della storia della Repubblica. Un traguardo al quale Meloni guarda da mesi.

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