I Giochi del Mediterraneo e il futuro: vi racconto la sfida della mia Taranto, oltre l'Ilva

di Emanuele Ferro
Al via Con Mattarella e Meloni la manifestazione sportiva che riunisce 26 Paesi. Per la città è l'occasione di cambiare racconto senza rimuovere le sue ferite: il conflitto tra salute, ambiente e lavoro e l’emergenza sociale dell’Isola
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August 21, 2026
Uno dei momenti della cerimonia inaugurale dei Giochi del Mediterraneo a Taranto
Uno dei momenti della cerimonia inaugurale dei Giochi del Mediterraneo a Taranto
Con la cerimonia inaugurale nello stadio Iacovone, alla presenza del presidente Sergio Mattarella e della premier Giorgia Meloni, si sono aperti poco fa i XX Giochi del Mediterraneo Taranto 2026, che in Puglia coinvolgono in tutto 4 province e 13 città. Le competizioni si disputano su 15 giorni, sino al 3 settembre, con 33 sport dislocati in 28 campi di gara. Partecipano 26 nazioni, più la delegazione di Athletica Vaticana.
Ci volevano i Giochi del Mediterraneo per riaccordare la narrazione di Taranto. Il racconto della città è stato, ed ancora è, costretto tra le vicende dell’industria pesante e della cronaca nera: una trama tristemente problematica e monocorde. Chi Taranto l’ha “letta” da lontano probabilmente avrà avuto la sensazione di un’enclave sui generis, quasi avulsa da quella Puglia patinata, sempre più attrattiva dal suo Salento alla provincia del capoluogo barese spesso in over booking. Eppure Taranto è stata la gloriosa capitale magno greca, patria del matematico Archita, sede di una Chiesa antica con la sua cattedrale romanica dov’è incastonato il capolavoro barocco della cappella maggiore dedicata al santo naufrago irlandese Cataldo, patrono e, da tradizione popolare, amico dei forestieri. E se il mare ha portato alla santità Cataldo, la storia e il futuro di questa città sono stati e saranno sempre cullati da due mari, metafore di per sé naturali della custodia e della costruzione di una comunità - il Mar Piccolo - e della sfida di orizzonti sempre nuovi - il Mar Grande -.
Mari che abbracciano Taranto e che in sé custodiscono i citri, ovvero polle, sorgenti, di acqua dolce perenne capaci di purificare e dolcificare la salinità dell’acqua e, metaforicamente, delle asprezze della vita. I Giochi del Mediterraneo si stanno rivelando una grande opportunità. La scommessa di questi venti giorni è quella di vivere il capoluogo ionico non come palcoscenico di un evento internazionale che ha dato la possibilità in termini di risorse di dotare la città e la sua provincia di impianti sportivi di eccezionale fattura, ma che essa stessa si percepisca come contesto vitale, capace di riallacciare i fili di una comunità complessa che sappia cogliere le sue potenzialità e che, lungi da vivere questo evento come una parentesi di evasione, abbia il coraggio di mettere in relazione la vita sociale e culturale con l’economia del territorio.
La città è a uno snodo epocale della sua storia, l’annosa “questione Ilva” che tanto ha condizionato Taranto e la sua provincia rischia di compromettere il clima sociale tanto quanto ha compromesso l’ambiente. Sarebbe sbagliato contrapporre la bellezza dei Giochi con la crisi dei lavoratori dello stabilimento siderurgico che ciclicamente si ripresenta drammatica e ricorrente. La Taranto meravigliosa dei Giochi è la stessa del conflitto salute, ambiente e lavoro. La Taranto in questi giorni ancor più capitale del Mediterraneo, è quella la cui isola “vecchia” ha in sé la bellezza ferita di secoli di storia ancora da raccontare ma afflitta da un’emergenza sociale della quale si stenta a farsi carico. Papa Leone augurando la buona riuscita dei Giochi di Taranto 26 ha usato la parola profezia riferendosi, giustamente, all’alto valore umano che le gare sportive fra i popoli prospicienti il Mare Nostrum possono promuovere in un momento storico nel quale è impellente l’impegno per la pace e l’accoglienza delle persone migranti. Per rendere efficace la profezia bisogna essere operatori coraggiosi. Innanzitutto occorre il coraggio della verità, quello di incarnare la profezia nei luoghi nei quali siamo chiamati a vivere, con tutte le loro contraddizioni, consapevoli del fatto che non si avvia mai un processo di redenzione se non si riconosce che c’è del buono salvare, che non è tutto perso, anzi, che ciò che può essere avanti a noi è sempre alimentato dalla speranza. La scritta “embrace the future” campeggia luminosa sull’intradosso del ponte girevole, altro simbolo della città su due mari. “Abbracciare il futuro” significa che non occorre aspettare ciò che è già prossimo a noi. La Taranto dei Giochi del Mediterraneo che oggi ci appare in tutta la sua bellezza e potenzialità, nonostante tutto quel che ha perso in questi anni, merita un abbraccio profetico, coraggioso e vero.
Emanuele Ferro è sacerdote a Taranto, parroco del Duomo di San Cataldo e delle chiese della città vecchia

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