Roseline e Nassera, che hanno scelto di non odiare (e hanno conquistato il Meeting)
di Paolo Viana, inviato a Rimini
La sorella di padre Jacques Hamel, ucciso da un jihadista nel 2016, e la madre del suo assassino si sono incontrate e hanno scelto il dialogo. A Rimini hanno raccontato un cammino di dolore, vergogna e perdono, mostrando che anche nel buio della violenza può aprirsi uno spazio inatteso di pace

«Ci sono storie che non cercano spiegazioni, non offrono soluzioni immediate». Il cardinale Pierbattista Pizzaballa ha descritto così, tempo fa, la storia di violenza e di perdono che ruota intorno a Roseline Hamel, sorella di padre Jacques Hamel, trucidato nel 2016, e Nassera Kermiche, madre di uno degli assassini dell’Isis, caduto a fianco del sacerdote. Sono state loro le protagoniste, ieri, dell’apertura del Meeting di Rimini, quest’anno, come lo sono state l’anno scorso una madre israeliana e una madre palestinese, cui la guerra ha strappato i figli. Forse, il perdono non è una «soluzione immediata» per la violenza, ma è una scintilla nel buio, che fa luce su sentimenti contrastanti. Ad esempio, il dolore lacerante e la ricerca di un senso, che può diventare addirittura ossessiva – ha ammesso Roseline. Ad esempio, come la vergogna sopraffatta dalla dignità di Nassera, una madre che ha scelto di tornare in cattedra, dopo l’omicidio, e di rivendicare di aver dato al figlio terrorista una educazione all’amore «deviata da persone più forti di me». Dinnanzi a queste parole il popolo del Meeting è ammutolito. Forse perché il linguaggio del perdono può essere anche il silenzio che non nega il dolore ma sceglie di attraversarlo.
Roseline e Nassera hanno conquistato il Meeting descrivendo questa traversata silenziosa, culminata in un lungo dialogo che ha restituito loro la pace. Un dialogo, scrisse Pizzaballa, che pare «contro ogni logica». Quella umana, s’intende. La stessa che ha distrutto Gaza e non solo Gaza. La stessa dei vandali di Genserico che nel 430 assediarono Ippona, dove morì il vescovo, sant’Agostino. Inquadrandone la figura al Meeting, padre Joseph L. Farrell, priore generale degli Agostiniani, ha ricordato come la regola dell’ordine si fondi sulla libertà – e non sull’imposizione – della fede religiosa: «Vivere non come schiavi sotto la legge ma come uomini e donne liberi sotto la Grazia». La pensava così anche padre Jacques Hamel, che aveva dedicato anni a dialogare con la popolazione musulmana del Paese e soprattutto con i giovani: «Quella sera avevamo parlato a cena delle stragi jihadiste – ha raccontato Roseline a Rimini – e ci eravamo interrogati su come esseri umani possono commettere atti di violenza estrema verso altri uomini. Mio fratello disse: questi giovani si lasciano convincere che quella sia la vera religione e probabilmente cercano anche un modo per ricevere attenzione, mentre in realtà vengono manovrati come marionette e non sono più capaci neanche di piangere né di riconoscere i propri genitori, quelle stesse persone che fino a qualche mese prima amavano incondizionatamente». L’indomani mattina l’ottantacinquenne sacerdote normanno si trovò di fronte Adel Kermiche, 19 anni, appena rimesso in libertà dal giudice benché soffrisse di disturbi psicologici e avesse tentato per due volte l’espatrio per unirsi alla Jihad. Si può ipotizzare che abbia pensato, come Agostino, che quella violenza fosse «l’annientamento di tutto ciò per cui aveva lavorato nella vita» come ha detto, descrivendo l’esperienza religiosa e umana dell’autore delle Confessioni, il cardinale Jean-Paul Vesco, arcivescovo metropolita di Algeri. «Ed invece – ha commentato – la sua memoria ha attraversato i secoli e rimane viva anche sulla terra musulmana di Algeria. Per la gran parte degli algerini il cristiano Agostino è un patrimonio culturale e un orgoglio nazionale e riconoscere l’universalità di Agostino significa prendere atto che non appartiene solo alla tradizione cristiana ma la supera».
Il porporato ha sottolineato nel pomeriggio questo insegnamento del santo di Ippona: «Oggi più ancora di ieri. Abbiamo bisogno oggi più di ieri di riconoscersi fratelli nonostante le differenze di fede e religione. Sebbene il suo pensiero sia inseparabile dalla sua fede non si lascia rinchiudere nei limiti della sua appartenenza religiosa. Lui è riconosciuto come un credente degno di fiducia anche da chi non può condividere la sua fede». Questa è la condizione non-logica che può generare anche la scintilla di un «illogico» perdono: «Anche noi siamo chiamati a essere devi veri credenti – ha commentato infatti Vesco – nutriti da una tradizione religiosa ma che vengono riconosciuti come uomini e donne degni di fiducia anche da chi non condivide la nostra fede: solo così potremo essere pienamente cittadini della città degli uomini e di quella di Dio».
Senza questa dignità, di sé stesse e della propria fede, Roseline e Nassara avrebbero potuto vivere un perdono intimistico ma non interorizzarlo al punto di parlarne oggi, di fronte a migliaia di persone riunite in una fiera, come di un sentimento che può esser condiviso con tutti. Il silenzio di quella platea è diverso da quello che abbiamo ascoltato, entrando poche ore dopo l’assalto alla chiesa di padre Hamel, a Saint-Étienne-du-Rouvray, una cittadina della Senna Marittima dove l’immigrazione ha rivoluzionato i rapporti sociali. Nel suo racconto, Roseline non ha nascosto né la paura, né la rabbia, né lo stordimento delle prime fasi dopo l’omicidio. Così come Nassara ha descritto minuziosamente la lacerazione tra il dolore per il figlio morto e la volontà di non permettere che tutta la famiglia fosse preda dell’odio e della vergogna. Un lavoro durato anni ma iniziato subito dopo la tragedia. «Mi venne l’ossessione di questa mamma come me e mi sono detta: se fossi io con un figlio che ha commesso un assassinio, che dolore proverei? Mi sono immaginata il suo dolore e il senso di colpa. Il disprezzo con cui può esser guardata. Gli sguardi dei colleghi. Era lei che soffriva più di me. Decisi di capire dove abitava. Ci siamo sentite per mesi al telefono e la conversazione era sempre più profonda. Alla fine le ho chiesto di incontrarla. Con grande sorpresa mi ha risposto: è da tempo che vi aspetto». Essere riconosciute come donne e famiglie degne di fiducia e non veder annientato tutto ciò per cui avevano vissuto, proprio come Agostino, è precisamente ciò che ha mosso Roseline a chiamare Nassera a rispondere. «All’inizio avevo vergogna – ha ammesso davanti a migliaia di persone – e pensavo fosse anche inutile, che non interessasse a nessuno come avevo educato Adel e che avessi capito cosa stava succedendogli, la devianza provocata da persone più forti di me, che fossi andata dalle autorità più volte a implorare che facessero qualcosa per aiutarlo, perché non succedesse. Incontrare Rosaline mi ha fatto capire che invece era utile far capire al mondo che è importante fare tutto il possibile per evitare…».
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