C’è vita oltre i clickbait: perché non siamo “esche per clic”
Scegliendo l’«economia dell’attenzione», i suoi meccanismi e la nostra umanità in gioco come tema per la prossima Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali, papa Leone ci invita a riflettere sulla qualità delle relazioni plasmate dalle tecnologie digitali. E, in fondo, a fare il punto su noi stessi

Si può guardare uno schermo per ore senza vedere nessuno; si può incrociare un volto per un istante e sentirsi riconosciuti. Non è questione di tempo né di movimento: è la distanza tra comportamenti automatici e intensità delle relazioni. Ciò che la determina è lo sguardo con cui ci rivolgiamo alla realtà. Basta pensare allo scrolling infinito sugli smartphone: uno sguardo distratto, quasi narcotizzato, perché guidato dai meccanismi di ricompensa cerebrale. Diverso è lo sguardo attento e puro, che esprime una presenza pronta ad accogliere senza possesso e nel pieno rispetto di chi si incon

Un antico racconto lo spiega. Un rabbì era solito domandare al suo discepolo: “Quand’è che termina la notte e inizia il giorno?”. Il discepolo rispondeva in vari modi, senza mai cogliere il cuore della questione. Alla fine, scoraggiato, si rimise al maestro, che gli spiegò: “Quando tu vedi sul volto di un altro il volto di tuo fratello, è allora che termina la notte e inizia il giorno”.
Ecco, lo sguardo... quello stesso che Leone XIV pone come tema per la 61ª Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali, che celebreremo il 9 maggio 2027: “Uno sguardo nuovo: prestare attenzione nell’era del clickbait”. Questa “esca per clic” vive di novità apparenti, eppure rende lo sguardo sempre uguale: abituato a scorrere, a reagire, a passare oltre. La novità vera, invece, non sta in ciò che si guarda ma nel modo in cui si guarda. Per questo il comunicato del Dicastero per la Comunicazione che illustra la scelta del Papa parla di una «conversione dello sguardo»: guardare di nuovo, con attenzione e con amore. Non un affinamento tecnico ma un cambiamento di postura. Le tecnologie digitali, fondate sulla “economia dell’attenzione”, trasformano la persona in un bersaglio e il suo tempo in una merce; lo sguardo nuovo la restituisce a ciò che è: un volto, un nome, una storia che nessun algoritmo può prevedere. Non si tratta di rifiutare il digitale (per carità!), ma di cambiare ciò che chiediamo alle tecnologie e a noi stessi.
È qui che il tema scelto da Leone XIV introduce un elemento decisivo: il “prestare attenzione”. Questo verbo ricorda che l’attenzione non si vende né si cattura, ma si affida. Simone Weil la chiamava «la forma più rara e più pura di generosità». Rara, perché costa: è disponibilità, un’attesa che chiede di sospendere il proprio io e di lasciare che l’altro sia davvero altro. Pura, perché non pretende nulla in cambio, nemmeno un clic. È l’esatto contrario della cattura.
Tutto ciò si traduce in una «igiene dell’attenzione» (cfr. Magnifica humanitas, 146): scegliere che cosa guardare e per quanto tempo, riconoscere i meccanismi che ci sollecitano, custodire spazi di silenzio e di lentezza. Nessuno “sguardo nuovo” nasce per decreto: è un esercizio. Ma serve una finalità: guardare per incontrare, non per consumare. Per chi comunica il discrimine è semplice e severo: sto sfruttando l’attenzione di chi mi legge o la sto servendo?
È già giorno, dunque, ogni volta che un volto smette di essere un profilo e torna a essere un fratello, una sorella, qualcuno che ci riguarda. Basta, ogni tanto, alzare gli occhi dallo schermo e fermarsi. In un’epoca che misura tutto in secondi di permanenza, è una piccola rivoluzione.
Vincenzo Corrado è direttore dell’Ufficio nazionale per le Comunicazioni sociali della Conferenza episcopale italiana
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