Chi è Leon Harmel, l’imprenditore pioniere della dottrina sociale che ha stupito il Papa al Meeting
di Giorgio Paolucci, Rimini
Francese, vissuto a fine Ottocento, aprì ai consigli di fabbrica degli operai, creò una sorta di assegni familiari e di congedo di maternità, abolì il lavoro festivo e ridusse l’orario da 12 a 10 ore al giorno. Leone XIV ha visitato la sua mostra

Qualcuno ha parlato del Meeting dei tre Leoni. Il più atteso è stato naturalmente l’attuale Papa, Leone XIV, che oggi ha incontrato i partecipanti alla manifestazione riminese e ha visitato anche la mostra dedicata agli altri due protagonisti di questo singolare intreccio: Leone XIII, il Pontefice della Rerum novarum, e Leon Harmel, l’imprenditore francese vissuto tra il 1829 e il 1915, al quale è dedicata l’esposizione Leon Harmel. La profezia di un’impresa. È proprio Harmel a costituire il filo meno conosciuto, ma forse più sorprendente, di questo racconto sul rapporto fra fede e modernità. Il 10 maggio 2025, appena eletto, Robert Prevost spiegava così la scelta del nome Leone XIV: «Ho pensato di prendere il nome di Leone XIV (…) principalmente perché il Papa Leone XIII, con la storica enciclica Rerum novarum, affrontò la questione sociale nel contesto della prima grande rivoluzione industriale; e oggi la Chiesa offre a tutti il suo patrimonio di dottrina sociale per rispondere a un’altra rivoluzione industriale e agli sviluppi dell’intelligenza artificiale, che comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro».
Harmel fu, al tempo stesso, precursore e realizzatore di quella dottrina sociale della Chiesa che proprio allora andava prendendo forma. Prima ancora che la Rerum novarum vedesse la luce, nel 1891, introdusse nel suo lanificio di Val-de-Bois, nella Marna, misure considerate rivoluzionarie: i consigli di fabbrica per favorire la partecipazione degli operai alla gestione dell’azienda, forme di welfare aziendale ante litteram come gli assegni familiari, il congedo di maternità e la cassa mutua per l’assistenza. Sancì il riposo festivo e abolì il lavoro notturno. Ridusse inoltre l’orario da dodici a dieci ore giornaliere, mantenendo invariato il salario, convinto che fosse insieme una questione di giustizia e di realismo: la riduzione sarebbe stata compensata da una maggiore produttività, perché salute e migliore qualità della vita avrebbero consentito di produrre di più in meno tempo. Il tutto veniva organizzato attraverso una struttura democratica di tipo cooperativo, la «corporazione cristiana». Harmel era convinto che «la fede fa credere che ciò che non è buono per l’uomo non è buono neanche per gli affari». Una convinzione che, a distanza di oltre un secolo, appare sorprendentemente attuale. «In lui la tradizione non coincide con la conservazione del passato, ma è capace di generare risposte nuove a problemi nuovi. È l’ancoraggio nella tradizione della Chiesa che gli permette di essere profondamente innovatore», osserva Francesco Cassese, curatore insieme a Ubaldo Casotto della mostra, promossa dalla Compagnia delle Opere e dalla Fondazione «Costruiamo il futuro».
La figura di Harmel era ben conosciuta anche da don Luigi Giussani, che ne riconosceva il valore profetico e la capacità di tradurre concretamente i principi della dottrina sociale. In un corso all’Università Cattolica, parlando della questione sociale, Giussani osservava: «Quando Leone XIII ha scritto la Rerum novarum anticipava così i tempi che la stampa liberale parlò di Papa socialista (…). Se i cattolici industriali di allora invece o oltre che regalare i campanili o le panche alle chiese avessero preso sul serio l’enciclica, può darsi che il rapporto tra la Chiesa e la mentalità comune sarebbe stato profondamente diverso». È anche per questo che la visita di Leone XIV alla mostra assume un significato particolare. Nel percorso dedicato a Harmel il Papa ha ritrovato una figura che sembra parlare direttamente alle domande della sua stagione: come governare il cambiamento tecnologico senza smarrire la centralità della persona, come ripensare il lavoro davanti a una nuova rivoluzione industriale, come tenere insieme innovazione e responsabilità. «Harmel è un personaggio che ha molto da dire anche nella transizione che viviamo – ragiona Cassese –. La convinzione che la fede investe tutta la realtà, la centralità della persona come criterio che deve guidare ogni progresso tecnologico e il metodo della sussidiarietà per valorizzare la responsabilità dei lavoratori sono delle costanti nell’operato di questo imprenditore illuminato, e si ritrovano come capisaldi anche nella Magnifica humanitas. Per questo è significativo che il Meeting inviti a riscoprire una figura sconosciuta ai più che ha lasciato un’eredità di grande attualità».
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