L'Italia capitale mondiale della nautica, ma rischia di perdere il mare

di Alberto Caprotti inviato a Genova
Il nostro Paese costruisce più della metà dei superyacht ordinati nel mondo con un fatturato record di 8,72 miliardi. Ma dietro le barche da sogno esposte al Salone di Genova il piccolo diporto soffre e la classe media si allontana
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October 6, 2026
L'Italia capitale mondiale della nautica, ma rischia di perdere il mare
Un'immagine dall'alto del Salone Nautico di Genova 2026
Esiste un’Italia che non teme la concorrenza cinese, vende quasi tutto ciò che produce all’estero e quando si confronta con francesi, tedeschi o americani non chiede protezione, ma rivendica il primato mondiale. È l’Italia della nautica, quella che il Salone di Genova 2026 che si è appena concluso ha messo in vetrina in questi giorni con oltre 1.000 imbarcazioni esposte e 215 novità assolute. Un settore industriale apparentemente lontano dai problemi che tormentano gran parte della nostra manifattura. Eppure basta scendere dalle passerelle dei superyacht per scoprire che anche questo piccolo miracolo italiano nasconde una contraddizione.
Da una parte non siamo mai andati così bene. Nel 2025 il fatturato dell’industria nautica italiana ha raggiunto il record di 8,72 miliardi di euro, l’1,4% in più dell’anno precedente. L’export della cantieristica è salito a 4,4 miliardi, altro massimo storico, e rappresenta ormai il 90% della produzione. Gli occupati diretti sono 32.420, il 3% in più, circa 170 mila considerando l’intera filiera.
Ma il dato più impressionante è un altro: il 52% dei superyacht attualmente ordinati nel mondo è o sarà costruito in Italia. Stiamo parlando di 568 imbarcazioni. Significa che più di una grande barca su due scelta dai clienti più ricchi del pianeta nasce nei nostri cantieri. Pochissimi settori industriali italiani possono vantare una supremazia simile. E il Salone di Genova ne è stato la rappresentazione plastica. Crescono le dimensioni delle imbarcazioni, aumenta del 4% lo spazio espositivo in acqua e la lunghezza media delle unità maggiori presenti nei vari segmenti è salita del 14,1% rispetto allo scorso anno. Tornano intanto i superyacht di oltre i 35 metri. La barca cresce, insomma. E con lei cresce il valore di ciò che l’Italia sa vendere al mondo. Il problema è capire chi rimane a terra.
Perché mentre il lusso corre, la piccola nautica soffre per il secondo anno consecutivo. Sono in difficoltà i fuoribordo, i gommoni e anche la vela. Non è soltanto una questione di prezzi. È l’incertezza che frena soprattutto quella classe media che un tempo rappresentava il grande bacino del diporto: famiglie e appassionati per i quali la barca di sei, sette o dieci metri era un sacrificio importante, ma possibile.
È forse questa la notizia più interessante arrivata da Genova. La nautica sta vivendo qualcosa di molto simile a quanto accade nell’automobile: il mercato si polarizza. In alto i clienti più facoltosi continuano a comprare e chiedono prodotti sempre più grandi, personalizzati e costosi; sotto, il consumatore normale rimanda la decisione, sceglie l’usato o rinuncia. Con una differenza: un’automobile serve. Una barca invece non è indispensabile.
Quando aumenta l’incertezza economica, quindi, il diporto è uno dei primi consumi che una famiglia può sacrificare. Anche perché il prezzo d’acquisto è soltanto l’inizio: poi arrivano ormeggio, assicurazione, manutenzione, carburante e rimessaggio. E trovare un posto barca, soprattutto nelle località più richieste, può diventare un problema persino maggiore che acquistare l’imbarcazione. Qui emerge il secondo paradosso italiano. Siamo i migliori al mondo nel costruire grandi yacht, ma non altrettanto bravi nel trattenerli nei nostri porti. Dei circa 172 mila posti barca disponibili in Italia, soltanto una quota minima è adatta alle unità sopra i 24 metri. Secondo i dati presentati a Genova, siamo intorno al 2%.
Eppure lo yachting vale già 5,7 miliardi di euro di impatto economico sul territorio italiano. Nel 2025 circa 3,6 miliardi sono arrivati dalle spese operative delle barche – ormeggio, carburante, manutenzione, rimessaggio ed equipaggi – e altri 2,1 miliardi dalla spesa a terra: ristoranti, alberghi, shopping, trasporti e servizi. Una grande barca non è soltanto un oggetto molto costoso che galleggia: è una piccola economia itinerante. E convincerla a fermarsi qualche giorno in più significa distribuire ricchezza ben oltre il porto.
Anche per questo la sfida della nautica italiana non può essere semplicemente quella di costruire yacht ancora più grandi. Le oltre duecento novità viste a Genova raccontano infatti una trasformazione meno appariscente ma probabilmente più importante. L’elettrificazione, che nell'automobile viene presentata come una rivoluzione, qui procede con maggiore pragmatismo: sistemi ibridi, navigazione 100% a batteria nei porti, motori più efficienti, gestione intelligente dell’energia, materiali a minore impatto. Più che cancellare in fretta il motore tradizionale, la nautica cerca di consumare e inquinare meno.
Contemporaneamente cambiano le barche. Crescono i multiscafi, perché offrono più spazio a parità di lunghezza. La vela diventa più semplice da governare e più confortevole. Elettronica, joystick e sistemi automatici rendono accessibili manovre che fino a pochi anni fa richiedevano esperienza e talvolta equipaggio. È un progresso tecnologico che potrebbe aiutare ad allargare la platea. Ma da solo non basta.
Perché il vero futuro della nautica italiana si gioca forse proprio qui: decidere se il mare debba diventare sempre più un privilegio oppure possa restare anche un piacere accessibile. L’Italia parte da una posizione straordinaria. Possiede quasi ottomila chilometri di coste, una delle industrie nautiche più forti del mondo, una rete di artigiani e imprese difficilmente replicabile e località che rappresentano esse stesse un marchio internazionale. Ma costruire metà dei superyacht del pianeta non significa automaticamente avere una cultura nautica diffusa.
È questa la strana fotografia lasciata dal Salone di Genova: mai così forti nel vendere barche ai ricchi del mondo, mentre diventa più difficile vendere una barca normale a un italiano normale. Il primo è un successo industriale da difendere. Il secondo è un problema che sarebbe pericoloso ignorare. Perché una nautica fatta soltanto di yacht da cinquanta metri potrebbe continuare a produrre record di fatturato. Ma rischierebbe, lentamente, di perdere il mare.

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