Le responsabilità sui social: ecco come un divieto
può educare

Tocca a noi adulti fare il primo passo, mettendo in discussione il nostro uso di smartphone e piattaforme e, se necessario, cambiando anche radicalmente per essere credibili. Se la pura teoria non funziona mai nell’educazione, con il digitale questo è ancora più evidente
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August 23, 2026
Le responsabilità sui social: ecco come un divieto
può educare
/Foto Icp
Si è molto discusso della decisione della Corte Costituzionale francese di bocciare la recente legge che vietava l’utilizzo dei social media ai minori di 15 anni e che sarebbe dovuta entrare in vigore nel settembre prossimo. Si sono espresse posizioni fortemente polarizzate, che evidenziavano il contrasto tra vietare per legge ed educare a un uso sano da parte degli adulti. Una contraddizione che però nei fatti non esiste: perché il divieto è proprio lo strumento che può accompagnare e sostenere gli adulti nel loro insostituibile compito educativo. Un compito che non viene meno in un ambiente pervaso di tecnologia e dove a volte sembra che i principi su cui si imposta l’azione educativa siano venuti meno. Dove ad esempio si dà per scontato – e spesso sono gli adulti a farlo per primi – che la notifica di un’App sia più importante e urgente di quanto ci sta dicendo il nostro interlocutore in carne e ossa, o che controllare il proprio smartphone appena alzati e come ultima cosa prima di coricarsi sia imprescindibile, o che rispondere in modo impulsivo (e magari sgarbato) a un messaggio sia l’unica scelta possibile. L’elenco potrebbe continuare a lungo.
Ma non deve per forza essere così: si tratta piuttosto di adattare le regole di sempre all’ambiente digitale, tenendo ben fermi alcuni principi di base, persino scontati, ma oggi messi pesantemente in discussione dall’invadenza della tecnologia, come l’importanza della conversazione faccia a faccia, della condivisione di momenti insieme e la consapevolezza che l’interazione online – per quanto ricca e profonda – non può mai sostituire l’incontro di persona.
Nessuna legge potrà prescrivere tutto questo, tocca a noi adulti viverlo e saperlo trasmettere. Siamo noi a dover fare il primo passo, a dover mettere in discussione il nostro uso di smartphone e social e, se necessario, a cambiare anche radicalmente – o almeno a provarci – per essere credibili. Se la pura teoria non funziona mai nell’educazione, con il digitale questo è ancora più evidente perché ci ritroviamo con strumenti – nient’affatto neutrali – che si insinuano in ogni più piccola piega del nostro tempo e delle nostre relazioni. E il modo in cui li usiamo può fare davvero la differenza nei rapporti familiari, di amicizia, di lavoro e anche nella nostra capacità di coltivare una vita interiore, una profondità di pensiero e di riflessione, possibile soltanto se sappiamo rientrare in noi stessi e silenziare ogni notifica.
La posta in gioco non potrebbe essere più alta. E noi non possiamo chiamarci fuori. Per questo non aiuta ragionare contrapponendo divieto ed educazione, come dovendo scegliere tra l’uno e l’altra. Questo derby tra tifoserie delle due soluzioni serve soltanto a dilazionare la messa in atto di misure sempre più urgenti, che invece potrebbero essere utili anche a favorire quella presa di coscienza del mondo adulto da molte parti giustamente invocata.
Peraltro se non saranno le leggi, discusse democraticamente, a cambiare le cose ci penseranno i tribunali. Lo sta facendo quello di Oakland, in California, dove è appena iniziato un processo a carico di Meta, che potrebbe alterare per sempre il volto dei social media. L’azienda di Mark Zuckerberg, proprietaria di Facebook, Instagram e Whatsapp, è accusata da quattro Stati Americani, in rappresentanza di 29 che hanno avviato procedimenti analoghi, di aver mantenuto all’interno dei propri prodotti funzionalità progettate per favorire la dipendenza e l’uso compulsivo da parte dei giovani, ben sapendo quali fossero i rischi e gli effetti di tali funzionalità e di aver utilizzato in modo improprio i dati personali dei minori. La richiesta dell’accusa è il pagamento di una multa di 200 miliardi di dollari (ma secondo Meta la sanzione potrebbe arrivare a 1400 miliardi, poco meno del valore dell’azienda stessa) e l’eliminazione di alcune funzionalità come lo scrolling infinito (la possibilità di vedere sempre nuovi post che rende difficile smettere) e il conteggio dei like.
Comunque finirà a Oakland, lasciare che siano soltanto i giudici a pronunciarsi su una questione che è primariamente culturale ed educativa, ha il sapore di una sconfitta: è la sanzione che come società non siamo in grado di stabilire quali limiti sia doveroso darci per preservare un bene – la crescita sana dei minori anche nell’ambiente online – su cui dovremmo essere tutti d’accordo. A volte «limitare serve a liberare», come recita il titolo di un incontro in programma oggi al Meeting di Rimini, dove si affronterà proprio la tematica dell’uso di smartphone e social. Ed è una libertà chiesta con forza da un’intera generazione di ragazzi, che oggi ha ben chiaro - molto più degli adulti - di aver già pagato nella sua adolescenza un prezzo troppo alto. Come ha ricordato proprio davanti al tribunale di Oakland, il giovane attivista Dawson Kelly, «siamo stati oggetto di un gigantesco esperimento sociale. Per queste aziende noi non eravamo bambini. Eravamo dati».

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