Papa Leone al Meeting: aspettavano un amico, e l’amico è arrivato
L’amico, quello vero, fa festa insieme a te ma non si limita a darti una pacca sulla spalla. Può indicarti una direzione, chiederti di assumere delle responsabilità. E Leone l’ha fatto: si è fatto abbracciare dal popolo del Meeting e ha lasciato consegne sulle quali lavorare

È stata anzitutto una festa di popolo. Che insieme all’allegria ha ospitato parole molto impegnative. Mentre mi mescolavo in mezzo alla gente accalcata alle transenne per il passaggio del Papa, ho avvertito la gioia e la gratitudine di chi “non vedeva l’ora”, dei giovani che intonavano cori in onore di Leone, di chi era arrivato da molto lontano solo per essere presente in quel momento, di chi c’era nel 1982 quando arrivò Giovanni Paolo II, della mamma che teneva in braccio il bimbo di un mese nella speranza di ricevere una benedizione.
Aspettavano un amico, e l’amico è arrivato. L’amico, quello vero, fa festa insieme a te ma non si limita a darti una pacca sulla spalla. Può indicarti una direzione, chiederti di assumere delle responsabilità. E Leone l’ha fatto, si è fatto abbracciare dal popolo del Meeting e ha lasciato consegne sulle quali lavorare. «La pace oggi è gravemente minacciata, la scienza e la tecnica rischiano di generare uno squilibrio carico di conseguenze negative nel rapporto tra uomo e uomo, tra l’uomo e la natura, tra nazioni e nazioni. Da questa contraddizione che sembra inarrestabile perché strutturalmente connessa al mistero del male, è necessario che lo sguardo si volga all’artefice della nostra salvezza, per generare una civiltà che nasca dalla verità e dall’amore. Costruite senza stancarvi mai questa civiltà». La fotografia scattata da Giovanni Paolo II 44 anni fa nel suo intervento a Rimini mantiene inalterata la sua nitidezza, e il metodo che il Meeting continua a proporre è stato confermato e definito da Leone XIV come una profezia: la profezia dell’incontro e dell’amicizia tra i popoli, proprio mentre il mondo sembra andare da un’altra parte.
«Eredità viva», l’ha chiamata il Papa, riconoscendo che il Meeting «non è una sorta di enclave: al contrario, è diventato un crocevia per la Chiesa e per la società, un incontro che moltiplica gli incontri e ispira nuovi cammini». Il programma di quest’anno ne offre ampia testimonianza, con ospiti provenienti da culture e fedi diverse, accomunati dal desiderio di conoscersi e di costruire insieme un pezzo di mondo nuovo. A quanti vedono soltanto il buio, il Papa ha ricordato che «l’amor che move il sole e l’altre stelle – i versi con cui Dante conclude la Divina Commedia e che sono il titolo dell’edizione di quest’anno – non è scomparso, non ha perso vigore né intensità, sebbene sia un amore che rimane volentieri silenzioso, a differenza delle forze rumorose che sconvolgono la terra, il cielo e tutte le creature». È un amore che può fiorire anche dal dolore, come quello raccontato due giorni fa da Roseline Hamel, la sorella del sacerdote francese sgozzato sull’altare nel 2016, e da Nassera Kermiche, madre di uno degli attentatori, protagoniste di una riconciliazione che ha molto da insegnare ai potenti della Terra. Ieri è stato commovente vedere le due donne salire sul palco a salutare il Papa – con Nassera che sorreggeva l’anziana Roseline – quasi a confermare con la loro sofferenza redenta le parole che lui aveva pronunciato poco prima, ricordando «il realismo della misericordia, per il quale non possono esistere nemici e tutti, anche gli avversari, sono fratelli e sorelle da guardare negli occhi e incontrare nella verità».
Leone XIV è venuto come un amico e come un padre, che ha a cuore il bene dei suoi figli. E ai suoi figli chiede di sporcarsi le mani con il fango che c’è nel mondo perché – ha ricordato citando don Giussani – «il metodo educativamente più capace di bene non è quello che vive di fuga dalla realtà, per affermare separatamente il bene, ma quello che vive della promozione del bene nel mondo». Perciò l’invito reiterato a mettersi in gioco, nel mondo e nella Chiesa: «Apritevi a una vera cattolicità, allargando i vostri legami oltre ogni appartenenza troppo ristretta. (…) Le comunità siano un trampolino da cui tuffarvi nell’intera realtà». «Amate sempre la Chiesa! Amate e preservate l’unità». E poi l’esortazione a riscoprire la sinodalità, l’esperienza del camminare insieme, imparando ad ascoltarsi e a valorizzare il contributo che viene da chi percorre strade diverse guardando a un’unica meta.
Nell’incontro festoso tra il Papa e il popolo del Meeting ci sono moniti per il mondo e per la Chiesa. Ha detto parole chiare e impegnative, certamente non pronunciate per accattivarsi gli applausi di chi lo ascoltava. Gli applausi non sono mancati, ripetuti e calorosi. Lui se li è presi, visibilmente contento. E, quasi a confermare il titolo del Meeting, ha invitato a guardare alla fonte: «Grazie, grazie! Gli applausi più forti devono essere per Gesù Cristo: siamo tutti discepoli di Gesù».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





