Somalia, la generazione che non aspetta: poesie, rap e TikTok per la pace

di Nello Scavo, inviato a Mogadiscio
Nei caffè di Mogadiscio gli artisti danno nuova vita alla tradizione letteraria e musicale. «Siamo come l'Italia del secondo dopoguerra»
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August 24, 2026
Somalia, la generazione che non aspetta: poesie, rap e TikTok per la pace
Giovani somali camminano nelle strade di Mogadiscio dove la distruzione convive con la speranza
La rivalsa può avere il profumo di un cappuccino al cardamomo. Come Saabiriin Hassan e Yusra Abdifatahi che stanno rivoluzionando costumi e pregiudizi. Saabriin ha sfidato chi considerava quello di barista un mestiere maschile e oggi insegna ad altre giovani donne come fare «il miglior cappuccino del Corno d’Africa». Anche Yusra ha cominciato dietro il bancone e ora dirige un locale, paga gli studi universitari e contribuisce al bilancio familiare.
La Somalia ha quasi 20 milioni di abitanti, un’età media di circa 15 anni e più della metà della popolazione sotto i 18. La speranza di vita è intorno ai 59 anni. Poco più della metà dei somali sa leggere e scrivere e l’accesso alla scuola resta tra i più bassi al mondo. Eppure questa società giovanissima è entrata rapidamente nell’era digitale. Alla fine del 2025 erano attive 11,5 milioni di connessioni cellulari, gli utenti Internet erano 5,47 milioni e le identità sui social 3,51 milioni. Il telefono convive con la radio, ancora capace di superare distanze, povertà e isolamento: l’ultima grande rilevazione sui consumi dei media mostrava che raggiungeva ogni settimana circa metà degli adulti, mentre fra i giovani prevaleva Internet. Oralità e digitale finiscono così nello stesso apparecchio, portando notizie, musica e discussioni da Mogadiscio ai villaggi e dalla Somalia alla diaspora.
«Tutti i somali stanno su TikTok, raccontano la loro vita quotidiana», osserva dall’Italia la scrittrice Igiaba Scego. Una generazione che parla arabo e inglese, turco e italiano, insieme alle lingue della diaspora. Una città può edificare palazzi molto prima di ricostruire ciò che permetteva ai suoi abitanti di riconoscersi come parte dello stesso Paese. «La Somalia oggi è praticamente come l’Italia del secondo dopoguerra», dice Scego. «Non è ancora una pace piena, però c’è un grande lavoro». Una ricostruzione che procede mentre il Paese torna al centro di interessi internazionali.
Per Shirin Ramzanali Fazel, Mogadiscio è prima di tutto la misura di ciò che la Somalia ha perduto. «Era un altro mondo», ricorda ripercorrendo con la memoria la città dell’infanzia, dove convivevano lingue, provenienze e appartenenze differenti. Non è soltanto nostalgia. Nella Mogadiscio ricordata da Fazel le porte delle case erano aperte, i bambini giocavano nei vicoli e gli adulti diventavano «zii» e «zie», proferito proprio in lingua italiana, anche senza legami di sangue. La comunità era una forma di protezione. È forse questo il termine di paragone più duro con il presente: una fiducia collettiva che decenni di violenza hanno sostituito con muri, milizie, posti di blocco e appartenenze.
La chiamavano la «nazione dei poeti», ma era anche una nazione di musicisti. La memoria somala ha una colonna sonora, una delle scene musicali più originali dell’Africa orientale. Dur-Dur, Iftiin e Waaberi mescolavano melodie somale, funk, soul, jazz, reggae e influenze arabe. La guerra disperse musicisti e pubblico, chiuse teatri e locali e spinse molti artisti nella diaspora. Ma dischi e cassette sono sopravvissuti all’estero e sono stati recuperati decenni dopo. Hirsi Dhuuh Mohamed, presidente del Consiglio dei poeti somali, che riunisce circa quattrocento autori anche all’estero, dice che una cosa continua ad accomunarli: la richiesta di pace. Parlano di sicurezza, buon governo e ricomposizione delle comunità. Maki Haji Banaadir attraversò la Somalia con altri poeti per predicare la riconciliazione. Oggi sarebbe impensabile. Eppure, alla domanda se stiano formando una nuova generazione, risponde: «Lavoriamo giorno e notte».
È forse questa continuità invisibile ad avere impedito al conflitto di cancellare il Paese. Scego sostiene che durante oltre trent’anni di scontri a tenere insieme i somali siano state anche «le tradizioni, la cucina, la poesia». Perché il pericolo non era soltanto perdere case e istituzioni: «Il rischio grosso era che la dispersione dei corpi – riflette – diventasse anche una dispersione dell’anima». Forse anche per questo rifiuta la parola che per decenni ha sostituito tutte le altre: «Lo stereotipo è considerare questo Paese come sinonimo di guerra. Ho sempre odiato quando annunciavano: scoppia un conflitto in una parte del mondo e i giornalisti dicevano “è un’altra Somalia”, come se fosse un sinonimo di disastro».
In Somalia si continua a combattere, ma la sua gente non è soltanto quello: guerra. Nei caffè di Mogadiscio, nelle poesie della diaspora, nelle vecchie canzoni recuperate e sugli schermi dei telefoni sta cercando un altro modo di raccontarsi. Forse la ricostruzione comincia proprio quando un Paese smette di riconoscersi soltanto nelle parole con cui gli altri lo hanno narrato.
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