«Noi, espulsi dal sogno americano, abbandonati nel limbo Messico»

di Lucia Capuzzi Inviata a Città del Messico
Nella periferia di Città del Messico si concentra buona parte dei deportati da altri Paesi che non può essere rimpatriata. Msf: «Ci vogliono uno o due anni per regolarizzarsi e poter lavorare»
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August 22, 2026
Gruppi di rifugiati in attesa seduti su n marciapiede di Città del Messico
Deportati venezuelani e haitiani in attesa di fronte all'ufficio della Commissione per i rifugiati a Itzapalapa, alla periferia di Città del Messico/ ANSA
«Ci ho messo più di dieci anni per riuscire a ingranare con il lavoro. E ora devo ricominciare da zero». Raúl, nato all’Avana 32 anni fa e residente a Miami da quando ne aveva venti, non lo dice con rabbia ma con rassegnazione. «È l’unico modo per sopravvivere in questo posto», sottolinea mentre fa la fila davanti alla Commissione messicana per l’aiuto ai rifugiati (Comar), nella Colonia Guerrero di Itzapalapa. «Questo posto» è, appunto, la sterminata cintura urbana di Città del Messico, con le sue case ancora da finire, le strade perennemente intasate, i minibus sovraccarichi di manodopera diretta verso il cuore della metropoli, distante svariate ore a causa del traffico e della mancanza di trasporti efficienti. Là finisce buona parte di chi l’Amministrazione Trump-bis non può semplicemente rimpatriare. «Deportati in Paesi terzi», è la definizione tecnica per migliaia di donne, uomini, giovani e anziani, espulsi dagli Usa nell’ultimo anno e mezzo e mandati in nazioni che non siano la propria, perché quest’ultima non vuole o non riesce ad accoglierli. Non si tratta di un’invenzione del tycoon il quale, però, l’ha trasformata in prassi e pubblicizzata per galvanizzare la base ultrà. In questa strategia rientrano gli invii di migranti in luoghi distanti come Camerun, Sud Sudan, Ghana o Eswatini, al costo – secondo un recente rapporto del Congresso americano – di 130mila dollari a persona. Gli ultimi venti – colombiani, cubani e venezuelani – sono arrivati in Liberia proprio questa settimana. Il flusso principale, tuttavia, si dirige a sud del Rio Bravo, al riparo dei riflettori. Anzi l’opacità è totale: col Messico è stato siglato un «accordo non scritto» di cui non si conoscono i termini. Già il democratico Joe Biden aveva inaugurato la politica di trasferire oltrefrontiera i richiedenti asilo in attesa della decisione dei magistrati statunitensi, al ritmo di 30mila al mese. Allora, però, si trattava dei nuovi arrivati. Ora, invece, nel mirino sono i migranti di lungo corso, molti diventati irregolari proprio in seguito al giro di vite del repubblicano. «Da un giorno all’altro sono passata da New York a Tapachula, nel sud del Messico. Mi hanno fatto scendere dall’aereo e abbandonata al mio destino. Era marzo 2025. Ci ho messo due mesi per raggiungere la capitale, convinta che ci fossero più opportunità di impiego. Senza lo status di rifugiata, però, non posso lavorare. In teoria, avrei dovuto ricevere una risposta alla mia richiesta nel giro di 45 giorni. Aspetto da 14 mesi». Rebeca, venezuelana di 30 anni, in realtà, è nella media.
«Ci vogliono tra uno e due anni perché la domanda sia esaminata. Nel 70 per cento dei casi l’esito è positivo. Il procedimento, tuttavia, è lungo, farraginoso e costoso. I migranti spendono l’equivalente di 600 dollari a testa, una cifra impossibile per gran parte di loro. Anche perché nel frattempo non hanno possibilità di lavorare legalmente tranne quei pochi che ottengono la protezione temporanea», afferma Jorge Pedro Martín Rossi, coordinatore di Medici senza frontiere (Msf) per i progetti nella capitale e nello Stato del Messico, focalizzati nell’assistenza medica, psicologica e sociale dei profughi. Le dodici cliniche mobili dell’organizzazione li raggiungono nelle periferie remote dove sono costretti ad abitare. «Cerchiamo di supplire alla carenza di servizi sanitari in quei quartieri, alquanto precari. Sono gli unici, però, dove possono permettersi l’affitto, comunque alto: tra 500 e 600 euro al mese per una casa minuscola e senza mobili dove vivono in dieci. Altrove i prezzi sono proibitivi – afferma Martín Rossi –. Ogni dieci giorni, poi, devono presentarsi di persona alla Comar per mandare avanti la pratica». «Da Ecatepec ci metto dalle due alle tre ore», aggiunge Juan, anche lui dell’Avana, deportato dagli Usa alla fine del 2025. I cubani sono la maggioranza degli espulsi in Messico, di cui non ci sono dati ufficiali. Il governo di Claudia Sheinbaum, tuttavia, lo scorso dicembre, ha ammesso di avere accolto in un anno 11.886 stranieri. Circa la metà, da quanto si legge nella sentenza di marzo del giudice William G. Young, proveniva dall’isola.
Secondo l’Istituto Cato di Washington, dal 2024 al 2025, gli arresti di cittadini di quest’ultima da parte dell’Ice sono passati da 200 a mille al mese. Aumentano anche i deportati haitiani e la cifra è destinata a crescere ulteriormente con la cancellazione negli Stati Uniti, il 5 agosto, della protezione temporanea di cui godevano in 350mila.
Gli uffici della Comar sono già intasati di domande. L’anno scorso ne hanno ricevuto 70mila. Altre 15mila si sono sommate tra gennaio e aprile. In gran parte si tratta di migranti in transito verso gli Usa che si sono trovati intrappolati dalla chiusura del confine, blindato ormai da un triplice muro: fisico, legale e galleggiante, ovvero le boe sul Rio Bravo. Attraversarlo è diventato quasi impossibile: i passaggi illegali sono calati del 93 per cento. «Lo scenario, dunque, è drasticamente cambiato rispetto a qualche anno fa – conclude il coordinatore di Msf –. E cambierà ancora: gli assetti, in ambito migratorio, si evolvono in continuazione. Ogni crisi è sempre la penultima».

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