Le voci dall'inferno delle carceri libiche, dove si paga il prezzo della politica dei respingimenti

Mentre l'Europa guarda a Ceuta, in Cirenaica migliaia di profughi, soprattutto dal Corno d'Africa, sono trattenuti in centri di detenzione o penitenziari. Il loro racconto: «Siamo trattati come animali»
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August 20, 2026
Le voci dall'inferno delle carceri libiche, dove si paga il prezzo della politica dei respingimenti
Le immagini inviate da alcuni migranti eritrei detenuti nel centro libico di Ganfuda, vicino a Bengasi
Filmon veniva dall’Eritrea e aveva solo 18 anni. Sognava di trovare un posto sicuro dove costruirsi un futuro e vivere libero, invece è morto di tubercolosi come una bestia in una galera sovraffollata della Libia orientale. Non lo ha curato nessuno, nemmeno quando agonizzava tossendo senza fermarsi e sputando sangue nel centro di detenzione ufficiale di Ganfuda, nella area metropolitana di Bengasi, dove era rinchiuso da mesi. I carcerieri libici non hanno avuto pietà di lui nemmeno da morto. Il suo corpo è rimasto 48 ore in cella prima di essere portato via. «Cella sovraffollata» in Libia – anche nei lager meno conosciuti finora della Cirenaica governata dal clan del generale Khalifa Haftar – significa che per un posto per dormire a terra ci si da il cambio: metà dei prigionieri resta in piedi e lascia il posto all’altra metà che si sdraia in locali dove sono rinchiusi minori e persino bambini sotto i cinque anni, in spregio alle più elementari norme umanitarie. Mentre l’Europa guarda preoccupata a Ceuta, in un altro angolo del Nordafrica si consuma l’ennesimo dramma di migranti sacrificati sull’altare della realpolitik di Bruxelles con la Libia in mano alle milizie e divisa in due.
La storia di Filmon è quella di migliaia di migranti detenuti in Cirenaica, prigionieri di milizie in centri clandestini o in penitenziari della polizia. Da una cella di Ganfuda la storia breve di Filmon, prima che cada nell’oblio, ci viene raccontata con immagini e messaggi dai suoi compagni di un viaggio della speranza finito nell’orrore di una galera. È il prezzo da pagare insieme all’aumento dei morti nel Mediterraneo per il calo verticale degli arrivi via mare in Italia (-54% rispetto al 2025, più che dimezzati) e in Grecia (dove il calo è stato di un terzo), le due rotte dei natanti in partenza dalla Libia orientale che è diventato il principale punto di partenza nel Mediterraneo. Calo finanziato con fondi Ue e italiani che hanno integrato e ampliato il business criminale del clan Haftar, dominus dei traffici del Fezzan e della Cirenaica, e che significa aumento delle carcerazioni di profughi, richiedenti asilo e rifugiati. Tanto che per venire incontro alle pressanti richieste europee di blocco delle partenze, il governo di Bengasi ha emanato a fine giugno un decreto che vieta l'ingresso in tutto il territorio ai cittadini di Sudan, Eritrea, Etiopia e Somalia, quattro Paesi africani a cui nella Ue nessuno può negare asilo. E gli eritrei erano la seconda etnia sbarcata in Italia nel 2025, i somali li hanno sostituiti nel 2026 e con nessuno dei quattro Paesi esistono accordi di rimpatrio.
Il lavoro sporco compiuto dal clan che governa Bengasi comprende retate di massa di migranti nei centri abitati – con tanto di assalto agli uffici dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati – in cambio del mantenimento dei flussi di denaro da Roma e Bruxelles. Chi finisce in cella finisce all’inferno. Un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato a inizio 2026 denunciava le torture sistematiche e le violenze sessuali inflitte ai migranti detenuti nella Libia orientale sia all’interno dei centri ufficiali controllati dal direttorato per il contrasto all’immigrazione irregolare (Dcim), sia nei siti clandestini in mano alle milizie. L’Onu ha denunciato anche il ritrovamento di fosse comuni nel deserto e nelle aree perimetrali delle zone di transito scavate per le esecuzioni di massa di migranti intercettati sul confine sud.
Gojtom, nome di fantasia, parla al telefono da Ganfuda. «Filmon è morto in una cella vicina. Hanno lasciato il cadavere due giorni a terra, nessun medico lo ha mai visitato. Non c’è nulla per noi qui, nulla». Racconta la sua storia e le sue speranze. «Come me e tanti altri detenuti qui era fuggito a 14 anni dall’Eritrea per evitare la coscrizione a vita in Sudan e, dopo lo scoppio della guerra nel 2023, si è rifugiato in Egitto, al Cairo. Ma il governo alla fine del 2024 ha cambiato la legge sull’asilo imponendo una stretta e iniziando retate di massa». Circostanza che abbiamo denunciato a marzo. La Libia di Haftar, che confina con l’Egitto, è diventata quindi meta obbligata per molti. «Mangiamo sempre lo stesso cibo scarso una volta al giorno – prosegue Gojtom confermando le denunce del report Onu –, e l’acqua è razionata. Ci danno sei litri ogni otto persone. Se ci lamentiamo veniamo picchiati dalle guardie, gli abusi sono all’ordine del giorno».
A Ganfuda, dice come per giustificarsi, il sovraffollamento è insopportabile: «Siamo 800 detenuti, tutti del Corno d’Africa. In una stanza ci sono 113 persone, non abbiamo spazio, quando la metà di noi dorme, l’altra sta in piedi. Siamo rinchiusi come animali. Sono qui da tre mesi e non sono mai uscito nemmeno per prendere aria. Le condizioni igieniche sono pessime, il caldo insopportabile ed è impossibile lavarsi. In queste condizioni se uno si ammala rischiamo di contagiare tutti. Sognavamo solo una vita migliore». Le retate non hanno risparmiato neppure donne e bambini. «In questa stanza ci sono diversi minori e circa dieci bambini di 5 anni, le donne sono in un’altra cella. Le guardie le violentano ogni sera». A parte l’Etiopia, non ci sono prospettive di ritorno, men che mai in Sudan e in Eritrea. Oltre alle pressioni europee, nelle due parti in cui è divisa ormai da tre lustri la Libia è iniziato il conto alla rovescia verso le elezioni politiche che, come stabilito lo scorso giugno, si dovrebbero tenere il prossimo febbraio per arrivare all’unificazione non solo del governo, ma soprattutto della governance della Banca centrale. E i migranti come Filmon sono anche su questa sponda un capro espiatorio perfetto.

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