Centrafrica senza pace: nelle strade deserte si rapiscono i ragazzi per farne guerriglieri

di Anna Pozzi, Bangassou
In viaggio a Bangassou, a 730 chilometri e tre giorni di viaggio dalla capitale. Qui la guerra prosegue «a bassa intensità» con violenze e saccheggi. Padre Mbangui: «Sono stato sequestrato cinque volte»
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October 5, 2026
Soldati con cappellini blu, in fila, su terra battuta
Soldati della Minusca sulla pista di atterraggio di Bangassou attendono l’aereo militare per un avvicendamento / Pozzi
Un blindato delle Nazioni Unite, preceduto da una camionetta carica di militari bardati di tutto punto, procede lento lungo una delle strade di terra rossa di Bangassou, nell’est della Repubblica Centrafricana. «Normale operazione di pattugliamento», dice con noncuranza una persona del posto. Ma la scena ha un che di straniante. Accanto al blindato sfila la vita semplice e lenta di questo villaggione di circa 40mila abitanti immerso nella fitta foresta e raggiungibile solo con voli umanitari. La strada che lo collega a Bangui – 730 chilometri più a ovest – è una via crucis di buche e voragini, che richiedono tre o quattro giorni di viaggio a veicoli solidi e potenti, qualche settimana o addirittura mesi ai camion. A Bangassou non ci sono auto, anche perché non c’è carburante. Il poco che si trova è venduto in bottiglie di contrabbando proveniente dalla vicina Repubblica democratica del Congo, proprio al di là del fiume Mbomou, che divide due Paesi e lo stesso popolo. Solo la diocesi ha qualche vettura, così come le (poche) organizzazioni umanitarie presenti. Poi ci sono i veicoli della Missione Onu per il Centrafrica (Minusca), che qui ha la sua base più imponente, con molti mezzi (elicotteri inclusi), migliaia di militari provenienti da Pakistan, Marocco e Buthan, più il personale civile.
Nel verde straripante di una natura maestosa, quel blindato bianco con le inconfondibili insegne “UN” ti sbatte in faccia una guerra apparentemente invisibile, ma maledettamente reale. La chiamano «a bassa intensità» nel linguaggio anestetizzato delle istituzioni. Nella vita della gente significa violenze, saccheggi, morti, rapimenti, sfollamento di persone, abusi su donne e bambini, devastazione. «Qui il conflitto è arrivato più tardi, ma non è mai del tutto finito», ci dicono. «Il 2017 è stato l’annus horribilis per Bangassou. Ci sono state centinaia di morti, soprattutto tra i musulmani, al punto che la Chiesa ha dovuto letteralmente mettersi in mezzo per evitare una strage ancora più grave e ha accolto nel seminario minore oltre duemila profughi per circa quattro anni». A raccontare è l’attuale vescovo Aurelio Gazzera, carmelitano scalzo di 64 anni, originario di Cuneo, che è arrivato in Centrafrica nel 1992, dove ha vissuto molte situazioni di crisi. A Bozoum, la gente lo ha ribattezzato “l’uomo che piega i fucili”. Questa “etichetta” gli è rimasta addosso come una missione nella missione. «Il dialogo è l’unica soluzione», dice convinto.
Nella sua diocesi, che è grande quanto mezza Italia, gli scontri tra i ribelli Seleka e le milizie Anti-Balaka sono solo parzialmente sopiti. Nella zona, però, sono presenti anche altri gruppi, tra i quali l’Azande Ani Kpi Gbe (Aakg, che significa “gli azande hanno troppo sofferto”) e il Lord’s Resistance Army (Lra). Quest’ultimo, dopo aver devastato il nord dell’Uganda, ha portato qui tutto il suo armamentario di atrocità. Lo sa bene padre Brice Mbangui che è stato rapito ben cinque volte, dopo essere sopravvissuto per miracolo a una vera e propria esecuzione da parte dei Seleka. Ci mostra con pacatezza le cicatrici di due proiettili che hanno trafitto l’interno del braccio sinistro, a pochi centimetri dal cuore. Poi, però, si rattrista quando parla dei “suoi” ragazzi. «Alcuni di loro sono stati rapiti dal Lra e sono riusciti a tornare solo dopo tre anni. Tutte le ragazze erano diventate madri». All’orfanotrofio cattolico di Bangassou hanno accolto nelle scorse settimane un bambino di 11 anni, fuggito dopo un mese di addestramento. «Lo abbiamo fatto visitare e sono emersi segni di percosse, bastonate e ferite – spiega l’educatore Ghislain Falo –. È fortunato a essere ancora vivo».
«Purtroppo i rapimenti di bambini sono ripresi su larga scala negli ultimi mesi e questo ci preoccupa molto», commenta il vescovo Gazzera, che teme ulteriori sacche di violenza. Qualche settimana fa è passato in auto sull’asse Dembia-Zémbio, dove alcuni villaggi sono rimasti completamente disabitati dopo l’uccisione di un capo-villaggio. Più a est – nella zona di Zémio – sono oltre 50mila le persone fuggite al di là del fiume Mbomou, in Repubblica democratica del Congo, per le violenze provocate dai ribelli azande dell’Aakg, ma anche per le esazioni commesse dalle Forze armate centrafricane e dai mercenari russi, che qui tutti continuano a chiamare Wagner e che godono di pessima reputazione. «Questa regione è stata abbandonata: non ci sono strade, non c’è sviluppo. In passato ha accolto migliaia di profughi del Sud Sudan, ma ora è la sua stessa popolazione che è costretta a fuggire», cerca di contestualizzare l’ex ministro degli Esteri e rappresentante del Centrafrica presso l’Onu, Charles Doubane, che ha maturato una grande esperienza internazionale, senza però dimenticare le sue radici: «Queste situazioni non si possono risolvere con la forza». «Si risolvono solo con il dialogo», ribadisce padre Aurelio che, oggi più che mai, è convinto che questa sia l’unica opzione possibile. Specialmente dopo che, lo scorso giugno, uno dei suoi giovani preti, padre Crépin Martial Monga, è stato barbaramente ucciso proprio a Zémio: «Non per caso, ma perché cercava di portare avanti un’opera di mediazione e pacificazione. Lavorare per la pace è sempre rischioso. È una cosa che si mette in conto».

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