Meglio la stabilità o la rappresentanza? Il dubbio che la legge elettorale non risolve

di Vincenzo R. Spagnolo
L'approssimarsi questa settimana del voto finale sullo "Stabilicum", che le opposizioni hanno ribattezzato "Melonellum", tiene aperte una serie di riflessioni sui meccanismi pensati dal governo, dalle preferenze a metà ai capilista bloccati. Non pare invece essere all'ordine del giorno un ragionamento sul tema dell'astensione, che rimane un nodo irrisolto
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October 4, 2026
Meglio la stabilità o la rappresentanza? Il dubbio che la legge elettorale non risolve
Le operazioni di voto in un seggio elettorale per la seconda giornata di voto sui 5 referendum su lavoro e cittadinanza., Roma, 9 giugno 2025. ANSA/ANGELO CARCONI
C’è un singolare leit motiv che accompagna da decenni la politica italiana: la governabilità viene spesso invocata come necessità da chi in quel momento governa, mentre la difesa della rappresentanza diviene cruciale per chi sta all’opposizione. L’approssimarsi del voto finale della Camera sul cosiddetto Stabilicum, ribattezzato Melonellum dalle opposizioni, torna a far risuonare in Aula quel refrain. Eppure, la vexata quaestio ha radici profonde (dal 1946 si sono succeduti 68 governi) e il sistema elettorale è stato riscritto più volte: dal proporzionale della Prima Repubblica al Mattarellum, dal Porcellum all’Italicum, fino al Rosatellum, tuttora in vigore. Lo Stabilicum aggiungerebbe un ulteriore capitolo alla saga. Con un curioso paradosso, visto che adesso l’Italia ha il Governo più longevo della storia repubblicana, in carica da 1.442 giorni, grazie alla robusta maggioranza parlamentare che lo sorregge. Servirebbe quindi davvero, ed è l’interrogativo iniziale, dotarsi di un meccanismo elettorale che assicuri maggiore saldezza? Secondo la presidente del Consiglio Giorgia Meloni sì, giacché ritiene «utile per la Nazione avere una legge elettorale che assicuri governabilità e stabilità». Secondo le opposizioni no, o perlomeno non attraverso questa nuova legge: per dirla con la segretaria del Pd Elly Schlein, «la stabilità è un valore, ma non la si può raggiungere schiacciando la rappresentanza».
Esaminiamola, questa promessa di stabilità. Com’è noto, il nuovo sistema è su base proporzionale, ma alla coalizione che dovesse raggiungere il 42% dei voti andrebbero 70 seggi aggiuntivi alla Camera e 35 al Senato (con un tetto massimo di 220 deputati e 113 senatori). Certo, la governabilità sarebbe rafforzata. Ma, di partenza, con un tale premio la composizione del Parlamento non rischierebbe di discostarsi molto dagli effettivi risultati delle urne? Non è una domanda retorica: qualora si producesse una distorsione eccessiva, potrebbe arrivare ex post il vaglio della Corte costituzionale, come accaduto in passato. C’è poi il nodo del rapporto tra elettore ed eletto. Il blocco del capolista e le tre preferenze a partire dal secondo candidato, con alternanza di genere, disegnano un ibrido: parte della scelta torna agli elettori, ma il boccino resta in mano ai partiti. E ancora, c’è la barriera d’ingresso: le 6mila firme per collegio richieste alle formazioni non presenti in Parlamento (con uno “sconto” cospicuo per le forze già rappresentate) potranno anche fare da argine alla frammentazione, ma non saranno un eccessivo ostacolo all’affacciarsi di nuove forze politiche? Last but not least, ai margini della discussione viene relegato un convitato di pietra: l’astensionismo. Alle politiche del 2022 non ha votato il 36% degli aventi diritto. E se una quota così ampia di cittadini continuerà a non partecipare, qualsiasi maggioranza parlamentare – pur folta - rischierà di poggiare su una base reale di voti risicata. Per provare a evitarlo i partiti, più che intossicarsi di social e di sondaggi e poi alambiccarsi su seggi e collegi, forse dovrebbero affrontare le cause di una disaffezione che contagia i giovani e ragionare sulla distanza che separa i Palazzi della politica dal vivere quotidiano dei cittadini, dalle loro traversie nel fare la spesa, pagare le bollette o prenotare una visita medica.
Sappiamo, in un’epoca punteggiata dal risorgere delle autocrazie, che la democrazia è un bene fragile, che poggia su solide fondamenta solo se gli elettori riconoscono nel Parlamento il luogo della propria rappresentanza, e non lo percepiscono come una turris eburnea. «Senza una buona rappresentanza politica, non si avrà mai nessuna governabilità», ammoniva il professor Giovanni Sartori in un suo testo custodito nella Biblioteca del Senato. La stabilità di un esecutivo, se non è espressione di un Parlamento in cui siedano rappresentanti capaci e votati da un’ampia base popolare, rischia di essere una chimera, uno specchio per le allodole. E una democrazia che non sia una triste parvenza di sé, s’alimenta pure della possibilità concreta che i numeri possano cambiare, del fatto che chi è oggi maggioranza possa divenire opposizione. Perciò, una legge elettorale vale davvero se ha capacità di tenuta nel tempo, quando gli equilibri politici mutano. Vedremo, la prossima settimana, se l’appello della premier a serrare i ranghi verrà ascoltato e se lo Stabilicum supererà gli scogli della triplice fiducia e del voto segreto. Ma se avverrà, non ci si inganni. La solidità della nostra democrazia non dipenderà da quante migliaia di giorni potrebbero durare i futuri Governi, ma da quanto saranno rappresentativi i Parlamenti che li sosterranno. E non fare i conti con le vere cause del vuoto dell’astensione, nasconderle sotto il tappeto per altri anni, alla lunga renderà lo iato fra cittadini e istituzioni solo più difficile da colmare.
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