Scontro frontale tra Turchia e Israele: «L’Interpol arresti Netanyahu». E lui: «Erdogan dittatore antisemita»

di Luca Foschi, Ramallah
Ankara ha emesso un mandato di cattura internazionale per il caso Flotilla. Il premier israeliano: «Non ci faremo intimidire». Dietro le quinte la partita siriana, il Patto della Mecca e l’egemonia regionale
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August 21, 2026
Attivisti turchi della Global Sumud Flotilla parlano alla stampa dopo il ritorno a Istanbul/ ANSA
Attivisti turchi della Global Sumud Flotilla parlano alla stampa dopo il ritorno a Istanbul/ ANSA
Aveva un posto privilegiato fra i cassetti del ministro della Giustizia turco Akin Gurlek, un cantuccio strategico, il mandato di arresto internazionale per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu inoltrato ieri all’Interpol. L’«allerta rossa» di Ankara chiede a 196 Paesi di procedere alla detenzione ed estradizione del premier nell’ambito del procedimento giudiziario in corso per l’attacco condotto in acque internazionali contro gli attivisti della Global Sumud Flotilla, che trasportava aiuti umanitari destinati alla Striscia di Gaza lo scorso 29 marzo. Oltre a Netanyahu, la causa aperta presso l’Alta corte criminale di Istanbul riguarda il funzionario dell’intelligence Afek Moskovitch e altri 32 imputati, accusati a vario titolo di «sequestro di persona», «tortura» e «rapina». Il mandato d’arresto segue quello già emesso il 14 luglio per 36 rappresentanti del governo Netanyahu, accusati di «genocidio e crimini contro l’umanità» durante la guerra a Gaza.
In quest’ultimo caso il faldone giudiziario è stato inoltrato anche al ministero degli Esteri, dove ha trovato forse la sua sede naturale. Il mandato d’arresto – che si aggiunge a quello spiccato dalla Corte penale internazionale il 21 novembre 2024 – arriva a cinque giorni dall’attacco dell’aviazione israeliana sulla base aerea dismessa di Abu al-Duhur, in Siria, poche ore dopo la visita di una delegazione turca, recatasi sul posto, sostengono fonti siriane, per verificare lo stato dei lavori di ristrutturazione in corso nel complesso. Mercoledì, un giorno dopo il bombardamento che ha danneggiato la pista principale e alcuni edifici, l’ufficio di Netanyahu ha spiegato le ragioni dell’incursione, diventata necessaria per impedire alla Turchia di schierare truppe e sistemi d’arma nella base di Abu al-Duhur, violazione, da parte della Siria, di uno «status quo in materia di sicurezza». Il disordine regionale seguito al 7 ottobre ha riacceso la rivalità di lungo corso fra Ankara e Tel Aviv, incorniciandola in un contesto sempre più fluido e pericoloso.
Il collasso della dittatura di Bashar al-Assad ha permesso alla Turchia di estendere la sua influenza sulla Siria, ora governata dall’ex generale qaedista Ahmad al-Sharaa, fido vassallo del presidente turco Recep Tayyip Erdogan e del presidente americano Donald Trump. Damasco è così diventata la piattaforma per i progetti di egemonia “post-ottomana” di Ankara, da includersi nel grande piano di riordino regionale voluto da Washington, costruito su un parziale disimpegno e sull’affidamento della sicurezza ai grandi potentati mediorientali. L’attrito fra Turchia e Israele su Gaza, oltre che sul versante legale, ha trovato espressione nei feroci epiteti usati da Erdogan nei confronti di Netanyahu, come «il macellaio di Gaza», e «l’Hitler del nostro tempo», astiosità declinata poi a livello diplomatico in un’incessante azione negoziale in supporto al piano di stabilizzazione e ricostruzione della Striscia, promosso dagli Usa e impedito da Israele.
La Turchia, storica sostenitrice di Hamas, ha sottoscritto due settimane fa un patto di mutua difesa con Arabia Saudita e Pakistan, potenza nucleare. Caratterizzato da un articolo, simile al numero 5 della Nato, che prevede una risposta collettiva all’attacco subito da uno dei contraenti, il Patto della Mecca, hanno sottolineato i tre Paesi, non è rivolto in particolare a nessuna entità nemica. Poche ore dopo la firma, tuttavia, il ministro della Difesa pachistano, Khawaja Asif, ha affermato che «Israele è una minaccia per tutto il mondo musulmano», a cui si deve rispondere con «un fronte militare unito». Non è un caso, quindi, che ieri il ministro degli Esteri siriano, Asaad Hassan al-Shaibani, abbia dichiarato che Damasco «sta valutando l’adesione al patto della Mecca». Ankara, ha continuato al-Shaibani durante una visita ufficiale in Pakistan, è «un partner fondamentale» per la ricostruzione della Siria, dove Tel Aviv ha esteso in seguito alla presa del potere di al-Sharaa i territori occupati nel Golan durante la guerra 1967, e approfondito i legami con la comunità drusa. Sono centinaia le operazioni israeliane condotte in territorio siriano dal dicembre 2024.
Secca, e altrettanto strategica, è stata la replica di Netanyahu al mandato d’arresto internazionale: «Erdogan è un dittatore antisemita che ha massacrato i curdi, dà rifugio ai terroristi di Hamas, occupa metà di Cipro e imprigiona un numero record di giornalisti e oppositori politici. Ora sta cercando di estendere in Siria la sua aggressione contro Israele. Il patetico tentativo di Erdogan di intimidire i leader e i soldati di Israele, l’unica vera democrazia in Medio Oriente, non avrà successo».

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