«Le notti a 50 gradi nella tenda di Gaza con mia figlia di 3 anni. Mi chiede perché non respira, non so cosa rispondere»
di Redazione Esteri
Dalla Striscia la drammatica testimonianza di una giovane madre: «Lunghe file per l'acqua sotto il sole cocente. Bambini, anziani, donne incinte. Chi ha un pannello solare è ricco»

Pubblichiamo la drammatica testimonianza di Shurouq, collaboratrice di Save the Children, sfollata otto volte e vedova da ottobre 2023: l'ha scritta nella tendopoli di Gaza City, dove è in corso un'emergenza umanitaria senza precedenti.
Un’altra notte estiva insonne, nella stanza del rifugio che condivido con mia figlia di tre anni e mezzo. Ieri si è svegliata alle 2 del mattino e mi ha sussurrato con voce affannata: «Mamma, perché mi sembra di non riuscire a respirare? C’è qualcosa qui», indicando il petto. La notte dovrebbe portare sollievo, ma qui il caldo non se ne va quando il sole tramonta. Mi sentivo impotente. Le ho spruzzato dell’acqua sul viso. Tutte le finestre del nostro rifugio erano già aperte, come se la minaccia di zanzare, insetti e roditori fosse diventata meno spaventosa del caldo soffocante. Ho afferrato un vassoio di plastica e l’ho sventolato nella speranza di alleviare la sua difficoltà respiratoria. Non si trattava solo di un altro momento difficile da genitore. Me ne stavo lì, incapace di spiegare l’enormità di ciò che stava accadendo. Come si fa a spiegare a una bambina di tre anni che questo caldo insopportabile è un’altra conseguenza della distruzione deliberata, da parte di Israele, delle condizioni di cui i bambini e le famiglie di Gaza hanno bisogno per sopravvivere?
Da ottobre 2023, l’82% degli edifici a Gaza è stato danneggiato (report dell’Ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari, Ocha, del 7 agosto), costringendo le famiglie a rifugiarsi in alloggi temporanei sovraffollati e lasciando quasi un milione di palestinesi a vivere nelle tende. In tutta Gaza, la popolazione sta sopportando un caldo estremo con scarsa protezione o mezzi per rinfrescarsi. Per chi vive nelle tende, le condizioni sono ancora peggiori: le tende possono fungere da serre, intrappolando il calore con scarsa ventilazione. Quando la temperatura esterna raggiunge i 37 gradi, all’interno di una tenda può superare i 50.
L’aria è pesante perché viviamo in riva al mare, dove l’umidità è opprimente e il sovraffollamento rende la situazione molto più difficile. Più di due milioni di palestinesi sono ammassati in circa il 30% del territorio di Gaza (report Ocha del 26 giugno), un paesaggio di macerie, tende e poche case ancora in piedi. Non ci sono più alberi a rinfrescare l’aria e respiriamo la polvere che si alza dalle montagne di detriti. Persino il mare non è più un luogo dove ci sentiamo al sicuro. Le forze navali israeliane rimangono nelle vicinanze e alcune persone sono state colpite, uccise o arrestate solo per essersi immerse in acqua, compresi i pescatori che cercavano di sfamare le loro famiglie. Non abbiamo elettricità. Chi ha la fortuna di possedere un pannello solare è ormai considerato privilegiato, persino ricco. Non solo l’acqua fredda è fuori dalla nostra portata, ma anche quella pulita. La distruzione dell’intera infrastruttura di Gaza ha trasformato l’accesso all’acqua in una lotta quotidiana per la sopravvivenza.
Ho solo 32 anni, eppure il mio corpo porta ancora i segni della malnutrizione, dell’allattamento al seno durante la carestia, di mesi passati a dormire su un materasso sottile che non è diverso dalla nuda terra. Le conseguenze fisiche si fanno sentire ogni giorno. Riesco a malapena a portare in braccio mia figlia, ma non ho altra scelta che trascinare pesanti contenitori d’acqua affinché possa lavarsi quattro volte al giorno, nella speranza di proteggerla dalle infezioni e dalle eruzioni cutanee dovute dal caldo. Le scene quotidiane legate alla distribuzione dell’acqua sono davvero strazianti. Lunghe code sotto il sole cocente. Un bambino che trasporta un contenitore d’acqua più pesante dello zainetto che dovrebbe invece portare a scuola. Un anziano su una sedia a rotelle che tiene in equilibrio una tanica sulle ginocchia. Una donna incinta, che riesce a malapena a vedere la strada oltre il proprio ventre, alle prese con un contenitore che sembra più pesante della vita che cresce dentro di lei. Un giovane con una gamba amputata che rifiuta di arrendersi, determinato a trasportare l’acqua perché vuole continuare a essere il sostegno su cui la sua famiglia fa affidamento. Assistiamo a un aumento dei casi di bambini affetti da malattie legate al caldo: esaurimento da calore, colpo di calore, grave disidratazione, eruzioni cutanee, infezioni della pelle dovute alla sudorazione e alla scarsa igiene, nonché al peggioramento della malnutrizione causato dalla perdita di liquidi e dallo scarso appetito.
Ogni consiglio su come affrontare l’ondata di caldo presuppone l’esistenza di cose che a Gaza non abbiamo: acqua a sufficienza da bere, elettricità per far funzionare un ventilatore, un frigorifero per mantenere l’acqua fresca, una stanza ombreggiata in cui rifugiarsi o una struttura sanitaria raggiungibile rapidamente. Persino le istruzioni per sopravvivere al caldo sono diventate un privilegio.
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