Noi, con l’algoritmo al posto dell’altro

Il rischio non è la fantascienza dei robot assassini, ma che il surrogato prenda il posto dell’incontro, della relazione. È un impoverimento già visibile, e a pagarne il prezzo saranno soprattutto i più fragili
Google preferred source
August 20, 2026
Noi, con l’algoritmo al posto dell’altro
/Foto Icp
C’è una parola che, più di ogni dato, dice la posta in gioco di questi mesi. La usa Yuval Noah Harari in una recente intervista al settimanale Der Spiegel , quando spiega che con l’Intelligenza artificiale non stiamo più costruendo strumenti, ma attori. Un martello, un motore, persino un’arma non decidono nulla, siamo noi a dire loro cosa fare. L’IA no, e questo cambia tutto. Il passaggio da strumento ad attore matura dentro una duplice impotenza, la fame di potenza di pochissime imprese globali e la debolezza dei governi, che rincorrono un fenomeno di cui non controllano né il codice né i confini. Non partiamo, del resto, da un terreno neutro. Le evidenze continuano ad accumularsi e il mondo le osserva inerte, lasciandole cadere. Bastano due esempi a mostrare l’involuzione che stiamo vivendo. Il primo viene da una ricerca dell’Università di Milano-Bicocca con l’Università di Brescia, pubblicata su Nature Human Behaviour , che mostra come aprire un profilo social a undici anni si traduca, qualche anno dopo, in un divario di apprendimento pari a circa sei mesi di scuola, più marcato in matematica. Il secondo viene da un noto studio del MIT Media Lab, che documenta quello che i ricercatori chiamano «debito cognitivo», per cui chi delega la scrittura all’IA attiva meno connessioni neurali e fatica persino a ricordare quanto ha appena prodotto, perché non lo riconosce come proprio.
Non ci bastano queste evidenze. Abbiamo metabolizzato la distorsione che producono, al punto che siamo arrivati non solo all’IA che ci affianca, ma a quella che ci sostituisce, alla sua soggettivazione. Nella società della solitudine, prodotta non per caso ma da tutto ciò che estrae valore dalla comunanza e insieme desertifica la comunità, l’algoritmo comincia a offrirsi come identità, come compagnia, come «amico». Milioni di persone dichiarano già che il loro migliore amico è un’Intelligenza artificiale. Il rischio non è la fantascienza dei robot assassini, ma qualcosa di più intimo, ossia che il surrogato prenda il posto dell’altro, dell’incontro, della relazione. Che il bene relazionale, ciò che accade solo tra volti reali e non può essere fabbricato, venga appiattito. Lo stesso Harari indica nei più giovani il punto più esposto. Per un ragazzino che sperimenta come prima «relazione» un compagno costruito da un’azienda dall’altra parte dell’oceano, quel simulacro diventa il modello su cui misurerà ogni legame successivo. È un impoverimento già visibile, e a pagarne il prezzo saranno soprattutto i più fragili.
Di fronte a tutto questo non basta un movimento che denuncia i danni e produce analisi. Serve una ricetta diversa e, soprattutto, serve incarnarla in luoghi, in proposte, in scelte concrete. La chiamerei, semplicemente, più realtà, più intensità dell’altro, più esperienza, più spazio all’inatteso e al desiderio, che nessuna macchina può programmare al posto nostro. Una realtà da coltivare nel lavoro, nella cultura, nel tempo libero, cioè nei luoghi ordinari in cui si decide se una vita è abitata oppure soltanto connessa. Sono i contesti che rigenerano legami invece di dissolverli, come le comunità di prossimità, le imprese che mettono la persona prima della prestazione, gli spazi in cui l’incontro resta imprevedibile. È lì, non nei laboratori delle grandi piattaforme, che si custodisce ciò che di noi non è replicabile.
Non si tratta di rifiutare l’IA, quanto di darle regole e misure. Ma quali misure? Non quelle dell’efficienza, non gli indicatori che scambiano la velocità per valore. L’enciclica Magnifica humanitas di Leone XIV lo dice con nettezza, chiedendo che l’Intelligenza artificiale sia «disarmata», sottratta alle logiche di dominio e messa al servizio della persona e non del potere di pochi. La misura giusta non è quanto una tecnologia ci rende produttivi, ma quanto potenzia l’umano.
Ne siamo capaci? Credo di sì. Ma temo che manchi ancora la massa critica di chi lo desidera abbastanza da farlo. Serve una figura che Václav Havel ci ha insegnato a riconoscere, quella del dissidente. Non chi rifiuta la tecnologia, ma chi ne rifiuta il dominio sull’umano; non chi spegne le macchine, ma chi si sottrae al loro uso estrattivo. Havel intitolò un suo celebre saggio Il potere dei senza potere, una forza che nasce dal vivere nella verità e dal non collaborare con la menzogna organizzata. È esattamente la posta in gioco di oggi. Solo così il potere tornerà nelle mani di chi rischia di restarne privo, non i pochi che programmano il futuro, ma la civiltà che lo abita e, dentro di essa, i più vulnerabili, i primi a pagare quando l’altro diventa superfluo. L’IA continuerà a crescere. La domanda vera non è se possiamo fermarla, ma se sapremo restare attori e non comparse.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire