I bambini di Gaza, tutti i bambini e noi: il senso di una proposta

La petizione del professor Mazzarella rilanciata da Avvenire per il Nobel della Pace ai bimbi della Striscia è la scelta di un punto di osservazione su tante, troppe guerre. Non esclude, ma accende un faro sulle tragedie di questo tempo. La risposta del direttore a una delle obiezioni arrivate su una campagna che sta raccogliendo migliaia di adesioni
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August 15, 2026
I bambini di Gaza, tutti i bambini e noi: il senso di una proposta
Giochi improvvisati a Khan Younis, nella Striscia di Gaza / Epa
Caro direttore, seguiamo con grande attenzione il dibattito aperto sulle pagine di Avvenire e la proposta di promuovere la candidatura dei bambini di Gaza al Premio Nobel per la Pace. È un’iniziativa che nasce indubbiamente da una profonda sensibilità umana di fronte all’orrore delle bombe, della fame e della perdita della vita a cui assistiamo ogni giorno. Tuttavia, proprio da chi cerca di guardare alle tragedie del mondo con uno sguardo evangelico e universale, ci si dovrebbe attendere un principio cardine: il valore della vita di un bambino non ha confini, né bandiere, né priorità geopolitiche. Se vogliamo parlare di infanzia negata, come possiamo dimenticare i bambini dell’Ucraina, strappati alle proprie famiglie, morti sotto le bombe o deportati in Russia? Come ignorare gli orfani e le vittime invisibili dei conflitti dimenticati nel Nord del Kivu in Congo, o quelli del massacro silenzioso che sta insanguinando il Sudan? O ancora, le vite spezzate dei piccoli ostaggi o delle giovani vittime israeliane dell’odio in Medio Oriente? Tutti questi bambini condividono lo stesso diritto al futuro e soffrono sotto lo stesso cieco egoismo della supremazia, delle organizzazioni criminali, delle dittature spietate. Accanto a questo valore universale, vi è poi una questione di merito e di realtà istituzionale: lo Statuto della Fondazione Nobel (all’Articolo 4) prevede che il Premio per la Pace possa essere assegnato esclusivamente a singole persone o a organizzazioni strutturate che abbiano operato concretamente per il disarmo e la fraternità tra i popoli. Per quanto l’intento della vostra campagna sia un forte gesto simbolico, attribuire un premio di tale natura a una categoria astratta di vittime risulta statutariamente impossibile, oltre che rischioso: il rischio è quello di trasformare una tragedia immane in uno slogan mediatico che non porta un solo grammo di aiuto concreto sul campo. Inoltre, nel marasma attuale dei social network, si illudono le persone con azioni prive di qualsiasi concretezza e offrendo patenti morali da tastiera. Bisogna avere il coraggio della verità, anche quando è sgradita al mainstream: denunciare che Hamas usa scientemente i civili e i bambini come scudi umani ̶ come ammesso senza vergogna dai suoi stessi leader in numerose interviste ̶ significa riconoscere la realtà. Così come è doveroso condannare con forza i coloni in Cisgiordania e le politiche estremiste e razziste del governo Netanyahu, che non ha alcuna intenzione di riconoscere lo Stato di Palestina. I fanciulli non hanno bisogno di premi d’Onore o di patenti morali che selezionino quale dolore meriti più visibilità. Hanno bisogno di diplomazia, di corridoi umanitari, della fine dei terrorismi e delle dittature. Se vogliamo influire sulle decisioni della Fondazione per il Nobel, facciamolo chiedendo giustizia e protezione per tutti i bambini del mondo vittime dei conflitti, senza eccezione alcuna.
Igor Boni e Federica Valcauda,
Presidente e Tesoriera di Europa Radicale
La vostra lettera, gentili Federica Valcuada e Igor Boni, pone un’obiezione di metodo seria, obiezione che, per altro, ho avuto modo di intercettare in alcuni messaggi tra le migliaia ricevuti in questi giorni da che su Avvenire, l’8 agosto, abbiamo ospitato l’accorato appello di Eugenio Mazzarella e rilanciato quindi la proposta di un “Nobel per la pace ai bambini di Gaza” avanzata già un anno fa dall’associazione “L’isola che non c’è” di Latiano (Brindisi); obiezione sensata, si diceva, che non va certo elusa e, anzi, permette di sviluppare ulteriormente il fecondo dibattito che quasi spontaneamente ha attecchito sulle colonne del nostro giornale (a proposito: ci ho messo qualche giorno a rispondere alla vostra lettera perché ne sono arrivate davvero tante, ed è materialmente impossibile pubblicarle tutte).
Ad ogni modo, una premessa di merito è doverosa: nessun bambino vale più di un altro, nessuna sofferenza infantile può diventare materia di graduatoria morale. I bambini israeliani uccisi il 7 ottobre, quelli rapiti o morti nelle mani di Hamas, i bambini ucraini deportati o colpiti dai missili, i bambini russi orfani di padri uccisi in battaglia, i minori non accompagnati (ricordati anche ieri dal Papa nel suo messaggio) che approdano in Europa per fuggire da guerre, devastazioni climatiche e carestie, quelli morti nel Mediterraneo – a Lampedusa, Ceuta, altrove – e poi le bambine e i bambini del Sudan, del Kivu, di Haiti, del Myanmar, dell’Afghanistan, Siria, Iran: tutti, proprio tutti trasmettono a partire dagli occhi la stessa identica domanda di futuro, ed è una domanda che si conficca nella coscienza degli adulti. Già, concordo con voi: il valore della vita di un bambino non ha confini, né bandiere, né priorità geopolitiche.
Proprio per tali ragioni la proposta rilanciata da Avvenire non nasce certo al fine di selezionare alcuni bambini a scapito di altri, non è cioè un “aut … aut”, o questi o quelli, bensì un “et … et”, sia questi sia quelli. Nasce quindi, l’iniziativa, per scegliere un punto di osservazione da cui guardare tutte le guerre: è ad altezza bambini, in questo momento drammaticamente rappresentata dai bambini palestinesi. Abbiamo così deciso di pubblicare l’appello di Eugenio Mazzarella dentro le nostre cronache quotidiane dal Medio Oriente. Perché avvertivamo una certa urgenza: il silenzio cominciava a coprire in modo assordante il destino dell’infanzia a Gaza. E cosa è successo?
Siamo stati letteralmente subissati da adesioni. Tanto da dover aprire una casella di posta dedicata (petizione.gaza@avvenire.it) per raccoglierle le mail fino a domenica inviate, come avete fatto voi, all’attenzione del direttore di Avvenire. Ce ne sono oltre dodicimila. Vi assicuro, non sembrano offrire «patenti morali da tastiera», ma risuonano come voci autentiche di persone, famiglie, amministratori, insegnanti, consiglieri comunali, religiosi, operatori sanitari, cittadini comuni che chiedono, in questa precisa circostanza, di non lasciare cadere nell’ombra l’infanzia ferita a Gaza.
Vedete, non siamo abituati a voltarci dall’altra parte. E men che meno a «ignorare gli orfani e le vittime invisibili dei conflitti dimenticati». Anzi, l’occasione mi consente di ricordare a voi, se l’aveste persa, e ai lettori meno abituali la campagna giornalistica in corso proprio quest’anno sulle pagine di Avvenire. Si intitola “Guerre dimenticate” e, ogni due settimane, la domenica, porta i nostri lettori nei luoghi dove a essere negata è anzitutto l’infanzia: fra i 14 milioni di profughi del Sudan, dentro la violenza jihadista che infiamma la regione del Sahel (Mali, Niger, Burkina Faso), in Eritrea, Colombia, Siria, Nigeria e nei tanti altri teatri dei sessanta conflitti armati che raramente entrano nell’agenda dei grandi media. Li potete trovare tutti, quelli finora pubblicati, raccolti nell’apposita sezione su Avvenire.it (www.avvenire.it/tag/guerre-dimenticate_5243).
Perché Avvenire è anzitutto un giornale di informazione. La nostra prima responsabilità è raccontare, possibilmente in prima persona, verificare, contestualizzare: offrire a lettori spesso abituati al flusso incessante e talora malsano del digitale uno “strumento cognitivo” di senso – quale è o dovrebbe essere, appunto, un quotidiano – per orientarsi nell’accelerata contemporaneità, non certo urlare slogan per schierarsi. Rifuggiamo la propaganda e, da anni, proviamo a farlo con uno sguardo libero e onesto sulla mondialità e sugli ultimi, anche quando non stanno sotto i riflettori (sono tre anni, a proposito, che testimoniamo con perseveranza il lavoro svolto soprattutto dalla Chiesa per la restituzione dei bambini ucraini). Questa solidità e storia giornalistica – appurate e appurabili – ci permettono di respingere serenamente al mittente ogni accusa di «fare propaganda» o essere al servizio di qualsivoglia campagna elettorale.
Ma una comunità che si sviluppa intorno a un giornale, oggi, non vive solo di informazione. Chiede di partecipare, di “essere parte”. Proprio per questo – sollecitati dai lettori o per nostra iniziativa – trasformiamo in alcuni casi il racconto giornalistico, che resta il nostro mestiere, in occasione di prossimità concreta. È accaduto lo scorso anno con il progetto “Figli di Haiti” (www.avvenire.it/tag/haiti_5010), diventato sostegno all’orfanotrofio Maison Des Anges di Port au Prince, dove scuola e futuro sono l’unico argine al potere delle gang. È accaduto nel 2023 con la campagna per le donne afghane, collegata alle scuole segrete che tengono viva la conoscenza delle ragazze sotto il divieto dei talebani, e sulle quali abbiamo pubblicato proprio domenica scorsa un nuovo reportage (www.avvenire.it/mondo/gul-mahdia-leil-e-le-altre-la-resistenza-delle-donne-afghane-passa-dalle-scuole-invisibili_111831) nell’ambito della campagna “Guerre dimenticate”. È successo ancora nel 2023 con “Donne per la pace”, campagna giornalistica dedicata all’attivista israeliana Vivian Silver, uccisa il 7 ottobre, che ha permesso di sostenere a Nevé Shalom-Wahat al Salam una scuola di dialogo per madri ebree e palestinesi. E accade ora con “Myanmar: vite dimenticate” (tinyurl.com/yeyfwwzy), iniziativa collegata alla campagna giornalistica in corso per l’istruzione e l’assistenza sanitaria dei profughi birmani in Thailandia. In nessuno di questi casi si è trattato di assegnare «premi d’Onore». E mai, finora, ci erano arrivate obiezioni del tipo: «Perché le bambine afghane sì e quelle delle favelas brasiliane no?».
Vedete, Gaza oggi è un nome concreto, tragicamente concreto. Non un’esclusiva del dolore, ma un simbolo che ci impedisce di restare in quella che voi chiamate, appunto, «categoria astratta». In meno di tre anni, secondo i dati Onu e delle principali Ong in passato operanti sul territorio, nella Striscia sono stati uccisi oltre 21mila bambini, più di 44mila minori feriti o mutilati, 245mila colpiti da malnutrizione e 625mila bambini e adolescenti hanno perso almeno tre anni di scuola. Davanti a questi numeri, la parola pace rischia di perdere peso e diventare un suono vuoto, flatus vocis.
Il Nobel ai bambini di Gaza – come sollecitato da Mazzarella e proposto dall’associazione “L’isola che non c’è” – vuole simbolicamente restituire materia e memoria alla parola pace, oltre che dignità a tutti noi. Questo non significa ignorare le responsabilità di Hamas, l’orrore del 7 ottobre, l’uso criminale dei civili come scudi umani. Né tacere sulle scelte del governo Netanyahu, sulla devastazione di Gaza, sui coloni in Cisgiordania, sulla negazione di fatto di un futuro palestinese. Significa però dire che i bambini non sono una parte in guerra: sono il giudizio sulla guerra.
Ecco perché – e vengo dunque all’obiezione di metodo – lavoreremo sulla scorta dei progetti di cui sopra per far sì che anche questa proposta avanzata da un filosofo napoletano non resti sospesa nel simbolico. Ce lo chiedono espressamente tutte le persone che ci hanno scritto. Sappiamo bene che il Nobel ha regole, procedure, limiti. Ma sappiamo anche che certi segni e segnali in tanto rumore servono prima di tutto a svegliare la coscienza pubblica. Poi ci ingegneremo per ancorare la sollecitazione di Mazzarella a una iniziativa concreta, individuando con l’aiuto della nostra comunità di lettori un’associazione o una realtà non divisiva capace di portare aiuto reale ai bambini di Gaza - e non solo a loro. Avendo sempre nel cuore e nello sguardo tutti gli altri bambini feriti dalle guerre. Perché non c’è una pace palestinese, israeliana, ucraina, sudanese o afghana. C’è la pace dei bambini, che poi è la pace di ogni donna e uomo. E se non impariamo a guardarla da lì, continueremo a perdere anche noi la nostra parte più umana. «Al di là delle idee, al di là di ciò che è giusto e ingiusto – nelle splendide parole del poeta mistico persiano Jalal al-Din Rumi –, c’è un luogo. Noi ci incontreremo là». E cioè in quello spazio interiore di pace e silenzio, di preghiera – come ricorda papa Leone in ogni occasione in cui parla di pace – dove la guerra delle idee e il dolore della guerra scompaiono perché ci riconosciamo fratelli tutti.
Marco Girardo

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