Gul, Mahdia, Leil e le altre: la resistenza delle donne afghane passa dalle scuole invisibili
di Lucia Capuzzi, inviata ad Herat (Afghanistan)
Cinque anni esatti dopo il ritiro degli Occidentali, in Afghanistan l’istruzione femminile è vietata; un gruppo di insegnanti, però, non cede. Dopo la chiusura della prima esperienza, sostenuta anche da “Avvenire”, continua a far studiare in segreto 900 giovani

L’aula è minuscola: impossibile farci entrare un’altra sedia. L’insegnante offre la propria e si accovaccia sulla soglia mentre continua a elencare, in perfetto inglese, i vari modi per salutarsi nel mondo. «Buone maniere e differenze culturali è il tema dell’unità odierna», spiega. Le pale del ventilatore arrancano per la carenza di elettricità mentre la temperatura avanza precipitosamente verso i 40 gradi. A tratti manca l’aria ma le ventuno studentesse non ci badano. Perfino Mahdia, la bimba neonata che Asat tiene in braccio, è muta e attenta. «Non ho nessuno con cui lasciarla e non volevo perdere la lezione», sorride. Stipate l’una accanto all’altra, ascoltano impassibili, i visi concentrati che spuntano dagli strati consecutivi di stoffa con cui devono avvolgersi completamente, in osservanza all’ennesima stretta sull’abbigliamento femminile.
Nell’Emirato islamico d’Afghanistan, per le ragazze, studiare è questione di resistenza. Resistenza al divieto di istruzione, fatta eccezione per le elementari, imposto dai taleban all’indomani del ritorno al potere il 15 agosto di cinque anni fa. Resistenza, spesso, alle pressioni familiari che preferirebbero tenere a casa le adolescenti per non incorrere in ritorsioni. Resistenza al senso di disperazione, sempre in agguato, per essere state cancellate dalla vita civile, sociale ed economica del proprio Paese con 140 ordini e restrizioni, nell’indifferenza del mondo. Resistenza, nel caso specifico, alla “non esistenza” a cui sono state condannate non una ma due volte. La scuola di Herat in cui Avvenire si trova – e di cui non può fornire dettagli per questioni di sicurezza –, formalmente non c’è mai stata e continua a non esserci. L’associazione locale che l’aveva inventata, grazie all’aiuto della comunità locale – e al supporto dei lettori nel corso della nostra campagna “Donne afghane” –, è stata chiusa un anno e mezzo fa e buona parte dei coordinatori incarcerati. Leila – nome fittizio di una delle due responsabili locali – è stata interrogata per settimane dai servizi di sicurezza e minacciata. «Cancella tutto e renditi invisibile. Avvisa le ragazze», era riuscita a dire a Gul, la collega, con un messaggio su WhatsApp appena prima che i taleban facessero irruzione nell’ufficio, prendessero il pc, sequestrassero il cellulare.
La coordinatrice Leila: «Ormai eravamo certe di smettere Troppo pericoloso. Poi ci siamo dette che l’alternativa è seppellirci vive». Gul: «Solo insieme troviamo il coraggio»
Quattro mesi dopo, Leila ha riunito le ex insegnanti per decidere il da farsi: «Ormai eravamo certe di smettere. Troppo pericoloso, la notte mi svegliavo ancora in preda all’angoscia. Poi, non so come, abbiamo cominciato a farci forza l’una con l’altra. Ci siamo rese conto di avere solo due opzioni: seppellirci vive o correre il rischio. Due ore dopo eravamo pronte a ricominciare».
È nato, così, nella primavera del 2025, il gruppo dei «quarantanove tulipani rossi di Herat», come amano definirsi, dal nome del fiore-simbolo che sboccia ostinato, fra pietre e arbusti, sulle montagne solenni dell’Afghanistan, prosciugate dalla siccità, sferzate dai venti, dilaniate da quasi mezzo secolo di guerre. Prima, dopo lunghi tira e molla con i genitori, hanno trasformato le proprie sale da pranzo in aule. «Il via vai, però, insospettiva i vicini. Così abbiamo trovato un altro modo, fuori», racconta Leila, occhi intensi, capelli corti sotto il velo scuro, laurea in Fisica ottenuta appena prima del crollo della Repubblica filo-occidentale e resa inutilizzabile dai limiti sempre più oppressivi.
Sfruttando le zone d’ombra del sistema – dire di più potrebbe metterle in pericolo –, le 49 giovani, tutte under trenta, hanno avviato decine di classi dove insegnano alle adolescenti inglese, matematica, informatica, a seconda delle competenze. Grazie al loro sforzo, in novecento proseguono gli studi, al ritmo di due ore al giorno, dal sabato al giovedì, senza vacanze o pause. Il venerdì, festa settimanale nel calendario islamico, i «tulipani» si incontrano, divisi in due turni per dare meno nell’occhio, nelle case delle coordinatrici e fare il punto della situazione, condividere i problemi, soprattutto confortarsi. «Solo insieme troviamo il coraggio. Ci siamo fatte la promessa di non arrenderci mai. E proviamo a rispettarla», aggiunge Gul. Ha dovuto lasciare a metà la facoltà di Letteratura inglese quando l’Emirato ha chiuso, nel dicembre 2022, le università alle allieve. «Non è facile. Certi giorni mi sveglio e mi chiedo: “Perché faccio tutto questo? È inutile”. Poi arrivo in classe, vedo le studentesse puntuali anche se la lezione è alle 5 del mattino e mi dico: “Ne vale la pena”», sottolinea Sahar, 20 anni, che, dal 2022 al 2024, ha studiato ostetricia, l’unico corso post-diploma aperto alle donne, insieme a quello per infermiere. «Quando abbiamo finito, però, il ministero della Salute non ci ha dato l’attestato. Ora, così, non possiamo lavorare. A parte libri, trasporto, materiale, solo per le tasse, abbiamo pagato l’equivalente di una novantina di dollari al semestre». Una cifra enorme in Afghanistan dove tre abitanti su quattro non riescono a soddisfare le necessità di base e otto su dieci sono costretti a indebitarsi per sopravvivere.
Le casse pubbliche sono vuote. Non riconosciuto dalla comunità internazionale – ad eccezione di Nicaragua e, dal 3 luglio 2025, Russia –, l’Emirato non ha avuto accesso alle riserve della Banca centrale afghana, congelate dagli Usa. La metà dei sette miliardi di dollari totali è depositata in un conto in Svizzera intestato alla Repubblica, il resto è tuttora nelle mani di Washington. Gli aiuti dei Paesi esteri, da cui dipendevano i tre quarti del Welfare del passato governo, sono sospesi. Il calo degli investimenti globali in cooperazione ha causato un’ulteriore riduzione del 16,5 per cento l’anno scorso. Qualche “cedimento” sui diritti femminili potrebbe aumentare la disponibilità dei finanziatori. Ma i taleban sono categorici. O almeno lo è la componente dominante, il cosiddetto “gruppo di Kandahar”, il più oltranzista, a cui appartiene il capo supremo, l’emiro Hibatullah Azhundzada. La fazione pragmatica – più per interesse che per convinzione –, legata al clan Hakkani, che amministra la macchina dello Stato a Kabul, non è riuscita finora a prevalere. Il centro decisionale resta la città dove nacque il mullah Omar e lo stesso movimento degli ex studenti coranici, nel sud afghano ultraconservatore e pashtun.
Eppure, la zona grigia, in cui la gente riesce a ritagliarsi qualche margine di libertà, è più ampia rispetto al primo Emirato, tra il 1996 e il 2001. Non certo per un’evoluzione ideologica dei taleban. A fare la differenza è la presenza di Internet che nemmeno l’emiro può controllare. Ci ha provato il 29 settembre scorso ma la “disconnessione totale” ha rischiato di far implodere la già fragile economia nazionale. Nel giro di 48 ore, il regime ha fatto marcia indietro. Lo stesso è accaduto con i cosiddetti centri educativi privati, uno dei pochi business fiorenti nel Paese. Gli intenti a più riprese di chiusura si sono scontrati con l’urgenza di fare cassa con le tasse versate dai proprietari. Le ragazze, nel frattempo, continuano a iscriversi per imparare una lingua straniera. A caro prezzo, in genere. E senza ottenere alcun titolo valido. Le uniche istituzioni in cui possono ottenere un diploma sono le “madrase”, le scuole religiose, in pieno boom. Dal 2023 ne sono state create 23mila dove studiano 91mila allieve. «Peccato non impariamo molto – racconta il “tulipano” Lia –. Dodici materie su 18 riguardano l’islam, secondo l’interpretazione taleban. Per il resto, facciamo daari e pashtu, le due principali lingue afghane, qualche accenno di matematica e scienze, un po’ di inglese e di informatica. Ma le insegnanti badano più al velo che ai contenuti. Non ho altra scelta, però, se voglio avere un diploma per provare a prendere una borsa di studio universitaria all’estero». «L’altro giorno tre compagne sono state espulse perché avevano dimenticato la mascherina. Il direttore ha detto che nessuna infrazione sarebbe stata più tollerata. Stringo i denti e vado avanti», aggiunge Kadija, un altro dei tulipani. «Non è quello che sognavamo da bambine – conclude Leila –. Ma è quello che abbiamo. Per ora».
«Niente dura per sempre», si legge sul marmo candido della lapide di Amir Ali-Shir Navai, tra i padri della letteratura persiana. Il suo mausoleo è uno dei simboli di Herat, la città dei poeti, dove le parole spuntano come fiori sulle pietre. I più poveri ne hanno fatto canzoni tramandate da generazioni analfabete ad altre generazioni analfabete. È la poesia il filo rosso che cuce insieme i vari frammenti d’Afghanistan, disseminati nello spazio e nel tempo, conflitto dopo conflitto, regime dopo regime, catastrofe dopo catastrofe. Non sono tante le storie a lieto fine fra i monti dell’Hindu Kush. Leila sa che anche quella dei tulipani non necessariamente lo sarà. A qualunque ora i taleban potrebbero fare irruzione e portare via docenti e allieve. Solo quando ormai la notte è profonda ha la certezza di un altro giorno di “non esistenza” per la scuola. Allora, prima di cedere al sonno, si concede di recitare il verso di Nader Narpur: «Se guardi attraverso il campo/ mille tulipani sono sorti dal dolore./ E ognuno porta con sé una storia,/ di una ferita che si è trasformata in un fiore».
L’impegno di Avvenire per un’informazione giornalistica che si faccia prossimità con le persone si traduce in gesti concreti. Con “Guerre dimenticate” sosteniamo un progetto di solidarietà: “Myanmar: vite dimenticate”. Promosso dalla Fondazione Avvenire, si propone di restituire un futuro ai profughi birmani dei campi di Ban Mai Nai Soi e Ban Mae Surine, situati oltreconfine in Thailandia. Gli interventi, rivolti a 2.000 persone, riguardano l’assistenza sanitaria e l’istruzione per bambini e ragazzi fuggiti dalla guerra. È possibile contribuire attraverso questo link.
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