Un’Europa in stato d’assedio? Ma la sicurezza è democratica
Siamo dentro una prospettiva in gran parte difensiva che non coglie il nucleo di una difesa europea declinata anzitutto come un progetto politico federativo e non solo militare-industriale a livello nazionale

Nulla di nuovo sul fronte orientale? Purtroppo, non novità, ma tremende conferme per la distruzione incrementale di obiettivi civili in Ucraina e ora anche in Russia, con la mortale macchina da guerra di Putin che non accenna a fermarsi e ipotesi di trattative con poco costrutto e credibilità ancora inferiore. Per l’Europa, più che di novità, dovremmo piuttosto parlare di confusione politica dominante, nel mezzo di allarmi di attacchi ibridi dalla Russia, spinte al contempo verso il negoziato e verso forme di escalation nel coinvolgimento europeo, governi sottoposti a pressioni pseudo-pacifiste dalle destre estreme – che invece dichiarano guerra a inermi migranti e persino ai cittadini di seconda generazione – formazioni di “volenterosi” a geometria variabile e obiettivi non necessariamente chiari e realistici, secondo una “ambiguità strategica” che rischia di diventare incertezza sui fini e sui mezzi.
È la nostra drôle de guerre, la strana guerra che ci avvolge e forse già ci coinvolge. Senza che però siano stati chiariti davvero i termini politici di questa nuova fase, tutta incentrata su parametri di riarmo, scenari di invasione, muri di droni e intercettazioni missilistiche, risposte europee e garanzie atlantiche, evocazioni di tatticismi atomici e copertura di ombrelli nucleari.
Lo Stato dell’Unione, come emerge dal recente discorso di Ursula von del Leyen al Parlamento Europeo, assomiglia a una dichiarazione di stato d’assedio interno ed esterno. Da una parte, minacce ibride, interferenze e di disinformazione da parte russa e un disavanzo commerciale che ha raggiunto il “punto critico” con la Cina.
Dall’altro, le formazioni plus-fasciste e alter-naziste, ultranazionalisti e di antieuropeisti. Forze che, nel discorso pubblico a Bruxelles e a Strasburgo, mirano alla frantumazione dell’Europa, in una convergenza oggettiva di intenti. Una prospettiva in gran parte difensiva, ma che non coglie il nucleo concettuale e pratico di una difesa europea declinata anzitutto come un progetto politico federativo e non solo militare-industriale a livello nazionale.
L’idea di un Consiglio di Sicurezza europeo, ad esempio, senza una vera politica estera europea, è destinata a infrangersi sui meccanismi decisionali dell’unanimità. Il veto esiste non solo nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ma anche nel Consiglio Europeo. I doppi standard immorali e incoerenti sull’Ucraina, da una parte, e su Gaza, dall’altra, ne sono una dimostrazione eclatante. Senza un’Unione della Difesa come parte del progetto di integrazione e di condivisione di sovranità anche la difesa dell’Unione rimane poco più di un’aspirazione astratta.
Il rischio è che questa dichiarazione implicita di stato d’assedio serva a giustificare l’inazione politico-diplomatica, da un lato, e l’iperattivismo militare, dall’altro. Senza voler sottostimare o diluire il senso delle minacce possibili o reali, è certo che la sicurezza oggi si declina in diversi modi. Sicurezza nazionale come difesa dei Paesi in senso classico; preservazione dell’ordine internazionale basato sul diritto e sulle norme condivise; sicurezza climatica; sicurezza energetica; sicurezza alimentare; sicurezza digitale; sicurezza umana; sicurezza sociale.
Dobbiamo soprattutto evitare lo scivolamento lento ma inesorabile delle nostre società, con una crescente percezione di pericoli incombenti, che non sono immaginari, verso una democrazia securitaria, fatta di discorsi marziali e miliziani, di arroccamenti e di ostilità interne ed esterne, invece che verso una sicurezza democratica, fatta di responsabilità, condivisione del rischio, di apertura – tutt’altro che ingenua – e di ricerca di spazi protetti di confronto e di intese possibili.
Più democrazia sostanziale non equivale a meno sicurezza materiale. Al contrario, non si può avere più sicurezza con meno democrazia. E una politica della difesa è tale solo se parte dalla difesa della politica come esercizio di partecipazione e di deliberazione.
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