L'IA corre, ma possiamo ancora disarmarla

Il docufilm di Daniel Roher interroga i leader tecnologici e indica la strada: regole globali, controlli indipendenti e responsabilità nelle scelte quotidiane
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September 23, 2026
L'IA corre, ma possiamo ancora disarmarla
«Vorrei che lei mi garantisse che tutto andrà bene». «Questo è impossibile». È lo scambio di battute tra il regista Daniel Roher e Sam Altman, il capo di OpenAI, l’azienda proprietaria di ChatGpt, nel docufilm “The AI Doc”, disponibile da qualche giorno su Netflix, dopo la presentazione in gennaio al Sundance Festival negli Stati Uniti. Storia (vera) di un uomo – lo stesso Roher, regista insieme a Charlie Tyrrell – ormai prossimo a diventare padre e che si chiede in che mondo si ritroverà a vivere suo figlio, il film raccoglie voci di protagonisti dell’Intelligenza artificiale, non proponendo scenari rassicuranti, ma invitando a un impegno collettivo, unica strada possibile per bilanciare lo strapotere delle aziende del settore. Come Altman, anche Dario Amodei, capo di Anthropic, e Demis Hassabis, ex ceo di Google DeepMind, hanno accettato di rispondere alle domande di Daniel Roher sulle prospettive future dell’IA, mentre gli altri due grandi player, Elon Musk e Mark Zuckerberg, si sono sottratti. Amodei, al centro di un animato dibattito, con la sua recente proposta di un rallentamento nell’evoluzione dell’IA, si chiede: «Sono speranzoso? Si. Sono sicuro che tutto andrà bene? No». Nulla di particolarmente incoraggiante per un quasi-papà alle prese con le ansie che uno scenario del genere comporta. Proprio il parallelo tra l’avventura, piena d’incognite e oggi considerata persino folle, di mettere al mondo un figlio in un mondo avvolto dall’incertezza sul futuro, e la corsa all’impazzata dell’IA consente di affrontare la questione nei suoi termini reali e ultimativi. Che spazio ci sarà per ciò che è umano in una società in cui le macchine saranno più intelligenti di noi?
Perché lo saranno ‒ e abbastanza rapidamente ‒ come conferma il gran numero di informatici e studiosi intervistati nel docufilm (originale opera di alcuni tra gli autori di “The Social Dilemma”, che nel 2020 mise in guardia sulle derive dei social media, oggi sotto gli occhi di tutti). Dove recuperare speranza per evitare di sentirci impotenti, e contrastare la paura? La via è stretta, a metà strada tra affidarsi acriticamente alle promesse dell’Intelligenza artificiale e vederne soltanto i pericoli. Ci vorrà una seria regolamentazione sovranazionale, cui corrisponda una responsabilità delle aziende per il comportamento dei modelli di IA che realizzano (quella che viene definita accountability) e accanto a questa la trasparenza su dove e come è impiegata l’Intelligenza artificiale (disclosure) insieme a valutatori indipendenti che vigilino sul lavoro delle aziende. «Oggi ci sono più controlli per la vendita di un panino imbottito che per la creazione di sistemi intelligenti in grado di distruggere il mondo», spiega a Daniel l’esperto di sicurezza informatica Jeffrey Ladish. L’obiettivo è diventare una società in grado di governare tecnologie che saranno sempre più complesse.
Non è la prima volta che ci troviamo ad affrontare una sfida simile. Con l’avvento dell’energia nucleare è risultato chiaro ben presto quanto fosse necessario un radicale cambiamento dell’organizzazione mondiale per metterci al riparo dagli usi pericolosi di quella tecnologia. Adesso è richiesta una mobilitazione simile: l’unica che possa riuscire a «disarmare l’IA» come propone Leone XIV. Un compito oggi più che mai urgente, ribadito anche dalle parole degli stessi artefici di questi sistemi, d’accordo sulla necessità di rallentare per consentire verifiche indipendenti e una vera regolamentazione. A conferma che l’evoluzione forsennata cui abbiamo assistito finora non è l’unico modello possibile. Non siamo di fronte a un processo ineluttabile. Cambiare scenario è possibile, anche se a questo punto, davvero difficile.
Oltre all’impegno di governi e Big Tech, servirà la collaborazione di ognuno di noi. Sta a noi decidere come usare o non usare l’Intelligenza artificiale nella nostra quotidianità. La sfida dell’IA ci chiede di essere «la versione migliore di noi stessi» – come riassume il docufilm di Roher e Tyrrell ‒, umani fino in fondo, coltivando quel discernimento oggi più che mai necessario. «Se l’intelligenza ci aiuta a risolvere i problemi, la saggezza ci dice quali problemi risolvere», spiega Yuval Harari. È un tipo nuovo di saggezza che serve ora: è quella degli “apocalottimisti”, come suggerisce il neologismo nel sottotitolo del film “How I became an apocaloptimist” (Come sono diventato un apocalottimista). Un paradosso, una combinazione che pare impossibile e tiene insieme la consapevolezza delle prospettive inquietanti del sistema tecnologico in cui siamo immersi, con una fiducia che porta nonostante tutto a impegnarsi, sapendo che le nostre scelte, già oggi, possono fare la differenza. La pressione che riusciremo a esercitare tutti insieme influenzerà le decisioni di governi e aziende. Dobbiamo almeno provarci. La posta in gioco è troppo alta, a ricordarcelo è il regista, in braccio suo figlio appena nato: un messaggio coraggioso di affidamento alla vita, quella prodigiosa di un bambino che con il suo solo esistere offre la risposta più convincente a tutte le nostre ansie. Abbiamo garanzie che tutto andrà bene? Certo che no. Ma, del resto, quale genitore le ha?

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