Prendiamo per mano i giovani che non si sentono abbastanza
di Marco Erba
La bassa autostima di tanti ragazzi e ragazze, e la sofferenza che manifestano, può diventare l’inizio di un percorso autentico di ricerca del proprio posto del mondo

«Prof, io sono tossica per le persone che amo. Sono dannosa per coloro a cui voglio bene». Una frase come una pugnalata, che mi spezza il cuore, buttata lì durante un normalissimo intervallo di un normalissimo giorno di scuola. Come se niente fosse, come se stessimo parlando del più e del meno. Come se mi dicesse una cosa assolutamente ovvia, naturale. Donatella e il suo ragazzo si sono appena lasciati. Lei è triste, abbattuta; anche lui lo è. Lei gli vuole molto bene e anche lui a lei; tutto sembrava filare liscio, poi lei lo ha mollato improvvisamente. Perché? Perché le cose andavano troppo bene, così bene che non le sembrava possibile. Perché le si era annidato dentro un tarlo, una paura sottile ma distruttiva, qualcosa capace di erodere un pezzetto di serenità giorno dopo giorno. Quando si confronta con me, quelle sono le sue parole.
Donatella è una ragazza di una sensibilità eccezionale. Ma se sei adolescente, la sensibilità può diventare un’arma a doppio taglio: senti troppo e rischi di non saper gestire questa marea, e allora corri il rischio di farti del male, perché non sai bene chi sei e fatichi a credere in te stesso. Si chiama autostima: credere nel proprio valore, nelle proprie qualità. Solo se c’è autostima si può imparare a volersi bene. Solo se c’è autostima si può imparare a volere bene a un altro. Donatella non riesce a vedere tutta la sua luce, tutta la sua bellezza. E allora lascia il ragazzo a cui vuole bene, proprio perché gli vuole bene, perché vuole tenerlo lontano da lei che non vale niente, perché lui merita di più. Perché vuole proteggerlo e non fargli del male restando nella sua vita. È un pensiero terribile, agghiacciante, eppure ci sono tante Donatelle che non si credono abbastanza, che vedono i loro limiti non come qualcosa da abbracciare e da lasciar abbracciare, ma come ostacoli insormontabili, prove evidenti della loro mancanza di valore. Come Viola, una ragazza che in un tema, in modo crudo e diretto, mi ha parlato del suo autolesionismo. «Per mesi mi sono tagliata. Lei penserà che io sia pazza, che non ha senso infliggersi dolore, e invece quei tagli sulle braccia non erano il male: erano il mio bene, la mia salvezza. Nel momento in cui mi tagliavo, il male si concentrava sulla pelle, trovava uno sfogo e finalmente usciva dalla testa e dal cuore. E il male era una voce insistente, continua, angosciante: tu non vali niente, tu non sei degna di essere amata».
Tu non sei abbastanza. Tu non vali niente. Ancora una volta mancanza di autostima, incapacità di vedersi davvero per ciò che si è, coi propri limiti, ma anche con le proprie risorse. Come si può uscire da questo circolo vizioso? Me lo ha raccontato proprio Viola in quel tema: «Poi sono riuscita a parlarne con una mia cara amica. E grazie a lei sono riuscita a parlarne con mia mamma. Adesso sono accompagnata da una brava psicologa. Ne sto uscendo, anche se qualche volta ci ricasco ancora. Però sto molto, molto meglio. Non tanto perché non mi taglio più, ma perché quando ne ho avuto bisogno ho incontrato persone che si sono prese cura di me, che mi hanno voluto bene per ciò che sono, e questo mi ha fatto capire che anche io sono amata, che sono degna di essere amata, perché valgo».
Senza voler in alcun modo giustificare azioni distruttive verso sé stessi, verso gli altri o verso la società, dobbiamo però avere il coraggio di essere chiari: il male inferto o autoinferto non è mai la manifestazione di una cattiveria originaria, è sempre il sintomo di una profonda sofferenza. Intervenire sul sintomo non basta, serve una cura che vada a monte, che ne cerchi le radici. Così come non basta aumentare la repressione di fronte ai fenomeni di devianza giovanile: impedire azioni distruttive con fermezza è doveroso, ma se non si cambia lo sguardo, se non lo si allarga, alla lunga i problemi non si risolvono. Coltivare uno sguardo di fiducia è fondamentale da parte di ogni figura educativa per permettere la nascita dell’autostima. L’autostima non è qualcosa che si può creare magicamente, non si può darla da un momento all’altro a chi non ne ha. Non sboccia in un istante. Chiede invece tempi lunghi, pazienza, un costante accompagnamento carico di fiducia. Chiede la libertà dell’altro e per questo, ed è tremendo e meraviglioso al tempo stesso, il risultato non è mai garantito.
Ciò che noi possiamo fare è proprio coltivare uno sguardo aperto alle sorprese, convinti che la ragazza e il ragazzo che abbiamo davanti non possono essere rinchiusi nelle nostre piccole interpretazioni. Tante volte io stesso mi sono trovato a definire un allievo in poche parole, taglienti o lusinghiere, ma sempre insignificanti rispetto all’orizzonte e all’abisso che l’altro resta. Dobbiamo sempre ricordare che l’altro è irriducibile a ogni nostro schema: è qualcosa di ovvio, eppure spesso ricaschiamo nella tentazione di dare un giudizio sintetico, incasellabile. L’adolescente che pensavi di conoscere può deluderti oltre ogni immaginazione, può ferirti quando meno te lo aspetti, ma può anche sorprenderti in maniera sconvolgente, può rivelarti un tesoro nascosto.
Ripenso a Serena, una studentessa che avevo incontrato all’inizio della seconda superiore, quando sono diventato il prof di quella classe. Non avevo ancora avuto modo di conoscerla bene quando ho proposto un laboratorio di poesia, al termine del quale ogni studente doveva provare a scrivere un componimento. Del resto la poesia è dentro di noi, come la musica e ogni forma artistica; poi ci sono i geni, ma sono profondamente convinto che, se ci ascoltiamo davvero e se abbiamo il coraggio di scendere nelle nostre profondità, ciascuno di noi può essere, a suo modo, poeta. Serena, come tutti i compagni, ha scritto il suo componimento. Quando me lo ha inviato era un po’ titubante, ma leggendolo mi sono commosso profondamente. Quel testo parlava di lei, mi rivelava il suo abisso e il suo orizzonte. Diceva così:
Cammina bassa, studiando chi passa
per capire come si ride, come si sta.
Si sforza di dire le stesse cavolate
di ridere forte alle battute sbagliate.
La sua timidezza le sembra una colpa,
un muro di gomma che nessuno ascolta.
Indossa ogni giorno una faccia non sua,
mentre la voglia di scappare la consuma.
Copia i gesti per non farsi notare,
perché il giudizio degli altri la fa soffocare.
Ma dentro quel guscio che si è costruita
c’è una ragazza che odia questa finta vita.*
per capire come si ride, come si sta.
Si sforza di dire le stesse cavolate
di ridere forte alle battute sbagliate.
La sua timidezza le sembra una colpa,
un muro di gomma che nessuno ascolta.
Indossa ogni giorno una faccia non sua,
mentre la voglia di scappare la consuma.
Copia i gesti per non farsi notare,
perché il giudizio degli altri la fa soffocare.
Ma dentro quel guscio che si è costruita
c’è una ragazza che odia questa finta vita.*
C’è uno splendore profondo, che genera futuro, in queste parole. Uno splendore che nasce dalla fatica e anche dal dolore. Il dolore di chi, come in un parto, sta cercando il suo posto nel mondo, sta provando a capire chi è. Un dolore che un po’ è mancanza di autostima, un po’ è ribellione alla falsità e ricerca di una vita autentica. Un dolore che è un’occasione, un cammino. Lo scriveva benissimo anche l’immenso Umberto Saba, nella sua poesia “Amai”:
Amai la verità che giace al fondo,
quasi un sogno obliato, che il dolore
riscopre amica. Con paura il cuore
le si accosta, che più non l’abbandona.
quasi un sogno obliato, che il dolore
riscopre amica. Con paura il cuore
le si accosta, che più non l’abbandona.
Forse allora anche la mancanza di autostima, anche il dolore, non sono l’ultima parola, ma l’inizio di un percorso autentico per scoprire chi si è, qual è la propria vocazione e il proprio posto nel mondo. Chi educa si trova di fronte alla grande sfida di accompagnare questo percorso interrogando, confortando, provocando; scegliendo a ogni passo come è utile agire, come in una difficile ma esaltante partita.
*L’autrice della poesia è Serena Canevisio
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