Perché Rosario Livatino merita di diventare patrono dei magistrati
di Michele Papa
Il 21 settembre 1990 veniva assassinato a 37 anni il magistrato siciliano oggi beato, che ha mostrato come sia necessario riconciliare giustizia e carità. Perché il giudice deve essere indipendente ma sempre partecipe dell’umanità con cui si misura. Una via di santità che lo candida a “custode” di chi amministra la giustizia

Il giudice Rosario Livatino veniva assassinato trentasei anni fa, il 21 settembre 1990. «L’avvenire dura a lungo», scrisse Charles de Gaulle: l’onore e l’onestà possono restare per qualche tempo nascosti, apparire sconfitti, persino ingenui. Ma l’avvenire è abbastanza lungo perché conquistino, prima o poi, la pienezza della luce.
Livatino non cercò riconoscimenti pubblici. Eppure la sua missione è oggi nella pienezza della luce: una luce che per chi ha fede significa vittoria contro la morte, ma che può dire molto anche a chi quella fede non condivide.
Due parole che usiamo come sinonimi aiutano a comprenderlo: “morto” e “defunto”. Morior esprime il venir meno della vita. Defungor significa invece dismettere una funzione, esaurire un ufficio, cessare da un ruolo. Defunto è, propriamente, chi ha concluso il proprio servizio e deposto l’abito attraverso il quale aveva preso posto nel mondo.
Rosario Livatino è morto giovanissimo, vittima della violenza criminale. È morto, ma non è defunto. Non ha dismesso la propria funzione, non ha cessato di esercitare il suo ufficio di magistrato. Continua a farlo attraverso le parole, l’esempio e le domande lasciate a coloro che amministrano la giustizia.
È questa, forse, la ragione profonda per cui viene proposto come patrono dei magistrati. Vi sono patronati fondati su legami estrinseci: san Lorenzo protegge i cuochi perché fu martirizzato sulla graticola; san Bartolomeo i conciatori perché fu scuoiato. Altri santi esercitarono una professione: san Giuseppe fu falegname, san Luca medico; ma non è il modo di esercitarla a costituire la ragione della loro santità. Per Livatino il nesso è invece totale e biografico. Non è patrono dei magistrati soltanto perché fu un giudice ucciso dalla mafia, ma perché visse la magistratura come vocazione, interrogò il significato del giudicare e cercò di tenere insieme soggezione alla legge e attenzione alla persona, indipendenza e prossimità, responsabilità della condanna e dovere della comprensione. Non è soltanto una figura di santità che protegge i magistrati. È un magistrato che continua a parlare ai magistrati.
Livatino ha lasciato pochi scritti. Ma nelle sue conferenze sul ruolo del giudice e sul rapporto tra fede e diritto si avverte il bisogno che il sì sia sì e il no sia no, senza scorciatoie retoriche né l’arruffarsi ipocrita dei concetti.
Sarebbe però un errore ricavarne l’immagine rassicurante di un giudice formalista. Livatino definisce il magistrato «un semplice riflesso della legge che è chiamato ad applicare», ma subito lo invita a uscire dalla propria «torre eburnea», a essere attento a quanto intorno a lui «si crea, si trasforma, si perde». Il giudice che immagina è serio ed equilibrato, ma anche «comprensivo e umano, capace di condannare, ma anche di capire».
Qui si trova il centro più autentico del suo pensiero. Il problema non è soltanto come il giudice possa essere libero e indipendente, ma come possa esserlo senza diventare distante; come possa conservare il rigore senza perdere la capacità di comprendere; come possa essere credibile senza trasformare la propria irreprensibilità in una barriera. L’indipendenza non è isolamento. L’imparzialità non è indifferenza. La soggezione alla legge non è sottrazione alla realtà umana.
Chi domanda giustizia, scrive Livatino, deve poter credere che le sue ragioni saranno accolte dal giudice «come se fossero sue». Il giudice non deve identificarsi con una parte; ma per comprendere deve assumere, per un momento, le ragioni dell’uno e dell’altro come proprie. Soltanto allora il cittadino potrà affidarsi alla giustizia e accettare persino una decisione sfavorevole.
Da qui si apre la questione più difficile: il rapporto fra giustizia e carità. Il cristiano, afferma Livatino, deve accogliere «il principio del superamento della giustizia attraverso la carità». Non è una soluzione semplice: è un problema. La giustizia procede per distinzioni, responsabilità ed equivalenze: a ciascuno il suo, a una colpa una pena. La carità introduce una misura ulteriore. Significa dare più di quanto sia dovuto, comprendere più di quanto sia necessario, riconoscere nell’altro qualcosa che non si esaurisce nell’atto commesso.
Il diritto deve giudicare il fatto e, quando ne ricorrono le condizioni, condannare il colpevole. Ma davanti al giudice rimane sempre una persona che non coincide interamente con la propria colpa. Il reato esiste; il reo non si esaurisce nel reato. Livatino non risolve definitivamente questa tensione: la vive. E proprio questa inquietudine lo sottrae all’immagine immobile del magistrato tutto legge, disciplina e distanza. Ci mostra che la forma è indispensabile, ma non sufficiente; che l’indipendenza è essenziale, ma non deve diventare estraneità; che la condanna può essere necessaria, ma non elimina il dovere di capire.
Rosario Livatino continua così a stare davanti ai magistrati non come un’icona irraggiungibile ma come un giudice che pone domande ai giudici. È morto, ma non è defunto. E forse il modo più autentico di onorarne la memoria consiste nel non considerare conclusa la sua opera.
Michele Papa è professore ordinario di Diritto penale all’Università di Firenze e componente di nomina parlamentare del Consiglio superiore della magistratura
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