Benanti: «Tra misura e volto, la scienza tenga al centro la persona»
Da Galileo in poi ha migliorato enormemente le nostre vite. Ma resta il rischio di dimenticare il mondo della vita

Prende il via oggi una serie di riflessioni dedicate al rapporto tra scienza, società e la persona nella sua interezza per aprire uno spazio non strettamente divulgativo, ma culturale: un luogo in cui interrogare il modo in cui la ricerca scientifica — compresa la cosiddetta “scienza dura” — incide sulla nostra idea di conoscenza, responsabilità, progresso, limite, cura, decisione pubblica, spiritualità. Voci autorevoli capaci di aiutare i lettori e la comunità intellettuale a comprendere perché la scienza non riguarda soltanto gli specialisti, ma il modo in cui l’uomo pensa se stesso e il suo rapporto con il mondo.
Nel 1623, in una pagina del Saggiatore destinata a diventare il manifesto di un’intera civiltà, Galileo scrisse che la filosofia è scritta nel grandissimo libro dell’universo, che ci sta continuamente aperto davanti agli occhi, ma che non possiamo leggere se prima non impariamo la lingua in cui è composto: una lingua matematica, fatta di triangoli, di cerchi e di altre figure geometriche, senza le quali, ammoniva, è impossibile intendere umanamente una sola parola e ci si aggira invano per un “oscuro laberinto”. In quella frase c’è il gesto fondativo della scienza moderna e una delle intuizioni più feconde del pensiero occidentale; ma c’è anche, sin dall’origine, una decisione tacita su che cosa abbia diritto di chiamarsi reale. Dire che la natura è scritta in figure significa promettere all’uomo il dominio sul mondo; significa però anche stabilire, senza dirlo, che ciò che non si lascia tradurre in numero appartiene al labirinto. Quattro secoli dopo abitiamo i risultati magnifici di quella promessa, e abitiamo insieme il suo silenzio.
Conviene partire dal dono, e dirlo senza reticenze. La scienza è tra le espressioni più alte dello spirito umano: il desiderio di conoscere che non si rassegna all’ignoto, la pazienza di un metodo che si lascia correggere dai fatti, l’umiltà di chi antepone l’esperienza all’autorità e proprio per questo, con Galileo, detronizza il principio d’autorità. Ha allungato le nostre vite, ha sciolto paure antiche, ci ha messo tra le mani gli strumenti della cura e ha insegnato all’uomo a prendersi cura degli altri con una competenza che nessuna epoca aveva conosciuto. Nulla di ciò che segue è una recriminazione contro la scienza; semmai è la diffidenza verso una dimenticanza che può crescere dentro la scienza come l’ombra cresce con la luce, e che diventa pericolosa solo quando la scambiamo per la scienza stessa.
Quella dimenticanza ha un nome, nella filosofia del Novecento. Husserl, negli anni Trenta, la chiamò la crisi delle scienze europee: una scienza che, matematizzando la natura, finisce per dimenticare il mondo della vita, il Lebenswelt, l’orizzonte di senso vissuto da cui pure è nata e che essa, da sola, non può fondare. La matematizzazione che svela è anche una matematizzazione che copre: ci consegna il mondo come oggetto da calcolare e ci induce a dimenticarlo come luogo da abitare, lasciando scivolare la domanda sul perché dietro la domanda sul come. Max Weber lo aveva detto in un’altra chiave: la scienza sa spiegarci come funzionano le cose e quali mezzi conducano a quali fini, ma all’unica domanda che davvero ci riguarda, come dobbiamo vivere, non ha nulla da rispondere. Ci offre mezzi sempre più potenti e tace sui fini; chiarisce le conseguenze delle nostre scelte ma non sa scegliere al posto nostro, e non può, da sola, fondare i valori in nome dei quali la adopereremo. Il mondo “disincantato” che ci lascia è esatto e muto.
Non è un’inquietudine d’altri tempi. La nostra epoca ha spinto la matematizzazione a un limite che Galileo non poteva immaginare. Nell’ottobre del 2024, per la prima volta, l’intelligenza artificiale ha conquistato insieme il Nobel per la fisica e quello per la chimica: a chi aveva insegnato alle macchine a riconoscere le forme nascoste nei dati, e a chi, con un programma capace di prevedere in pochi anni la struttura di quasi tutte le proteine conosciute, aveva sciolto un enigma che era costato alla biologia mezzo secolo. Fu una consacrazione così clamorosa che alcuni fisici si chiesero in pubblico se quella fosse ancora fisica; e già la scoperta del bosone di Higgs, nel 2012, era passata attraverso reti addestrate a riconoscere la “firma” di una particella in una valanga di collisioni. La conquista è reale e immensa. Ma porta con sé una domanda che ci tocca tutti: quando una macchina predice la forma della vita senza comprenderla, quando la correlazione basta e la causa diventa superflua, quando la previsione prende il posto della comprensione, che ne è del conoscere? Rischiamo di confondere la mappa, disegnata a una risoluzione senza precedenti, con il territorio; e la persona con il profilo fittissimo che la sua scia di dati va componendo.
Questo spostamento, dalla comprensione alla previsione, non resta confinato nei laboratori. Si insinua nel modo in cui decidiamo, e soprattutto nel modo in cui decidiamo gli uni degli altri. Quando un punteggio stabilisce a chi concedere un prestito o una libertà condizionale, quando una soglia statistica orienta una diagnosi o l’accesso a un servizio, la decisione pubblica impara a fare a meno del giudizio e si affida al calcolo come a un oracolo che dispensa dal capire. È una forma nuova di superficialità, che non nasce dall’ignoranza ma dall’eccesso di informazione, e che pretende di sostituire alla fatica del discernere l’automatismo del misurare. Eppure decidere di una persona richiede di vederla come un fine, e nessun modello, per quanto accurato, vede mai un fine: vede regolarità, e tratta chi gli sta davanti come l’istanza di una regola.
È qui che la minaccia alla persona “nella sua interezza” si fa precisa. Il problema non è che la scienza misuri troppo, ma che un certo spirito del tempo, quello che il magistero recente chiama paradigma tecnocratico, ci persuada che ciò che non è misurabile non sia reale, che la fragilità sia un difetto da correggere, che la pienezza di una vita consista nell’avere di più e nell’eliminare l’imprevisto. La persona ridotta alla somma delle sue parti misurabili, il genoma, la prestazione, il punteggio, la propensione, ci viene restituita completa e irriconoscibile. Le cose più umane, quelle per cui in verità viviamo, una promessa mantenuta, un lutto attraversato, un perdono dato senza calcolo, non lasciano dietro di sé alcuna metrica; e una civiltà che si fida soltanto delle metriche impara, lentamente, a considerarle irreali, finché non smette persino di cercarle.
Eppure l’antidoto non sta fuori dalla scienza, ma, sorprendentemente, nella sua stessa onestà. Michael Polanyi, chimico prima che filosofo, ha mostrato che nessuna conoscenza, neppure la più dura, è mai del tutto impersonale: sappiamo sempre più di quanto riusciamo a dire, e alla radice di ogni misura c’è qualcuno che giudica, che si fida, che abita i propri strumenti e la propria tradizione prima ancora di leggere un solo dato. Riconosciamo un volto tra mille senza saper dire da quali tratti lo riconosciamo; allo stesso modo lo scienziato intuisce una struttura, sente che una via è promettente, molto prima di poterlo dimostrare. L’ideale di un sapere del tutto purificato dalla persona è esso stesso un’illusione filosofica; lo scienziato non è cancellato dai suoi risultati, ne è piuttosto il presupposto vivente. La scienza, bene intesa, non abolisce la persona: si appoggia ad essa.
Per questo la risposta giusta al potere che la conoscenza ci consegna non è meno scienza, ma più responsabilità. Hans Jonas ha visto prima di altri che la tecnica moderna ha mutato la natura stessa dell’agire umano: possiamo ormai incidere sulla vita di chi non è ancora nato e sugli equilibri dell’intera terra, e un’etica pensata per il prossimo e per l’immediato non basta più. Ne ha tratto un imperativo solo, agire in modo che gli effetti del nostro agire restino compatibili con la permanenza di una vita autenticamente umana, e una virtù poco di moda, un certo timore reverente davanti a ciò che è fragile, il coraggio di porre un limite alla nostra stessa potenza. Alla misura che la scienza dà delle cose deve corrispondere una misura che noi diamo a noi stessi.
Si capisce allora perché il limite non sia, in questo discorso, una parola di rinuncia. Un progresso che non riconosce alcun limite cessa di essere un progetto umano e diventa un destino, qualcosa che ci accade invece di qualcosa che scegliamo. Porre una misura alla potenza non significa frenare la conoscenza, ma restituirle un fine; significa ricordare che non tutto ciò che possiamo fare ci rende più liberi, e che la libertà comincia precisamente là dove sappiamo dire, di qualcosa che pure sapremmo fare, che non lo faremo.
La tradizione francescana a cui appartengo custodisce una parola antica per la singolarità che nessuna equazione raggiunge: Duns Scoto la chiamava haecceitas, quell’“ecceità” per cui ogni essere non è il caso di una legge generale, ma irriducibilmente se stesso, questo e non un altro. E conserva una parola per il rapporto giusto con un mondo che finalmente possiamo dominare: custodia, il prendersi cura che mantiene invece di limitarsi a usare. Romano Guardini, vedendo le prime macchine cancellare la misura umana di un paesaggio sul lago di Como, temeva soprattutto la perdita della misura, l’uomo reso piccolo proprio dalla potenza che aveva costruito. Un secolo più tardi la sua è esattamente la nostra domanda: se l’immensa conoscenza che abbiamo accumulato sarà collocata dentro una visione dell’uomo intero, oppure se l’uomo intero verrà silenziosamente ridotto alla parte di sé che sappiamo contare.
La scelta non è tra la scienza e l’umano, ma tra una scienza che ricorda la persona e una che la dimentica. Il grandissimo libro della natura resta aperto davanti a noi, e impararne la lingua è ancora una delle cose più nobili che possiamo fare. Ma c’è un secondo libro, più difficile, scritto in nessuna figura, che dobbiamo imparare a leggere nello stesso tempo: il volto di chi ci sta di fronte, che nessun dato esaurisce e nessuna scienza contiene. Una conoscenza che perde il volto non diventa più oggettiva. Diventa soltanto più sola.
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